59° anniversario della Liberazione: raccolta di firme per il ritiro truppe dall'Iraq


In concomitanza con l'anniversario della Liberazione e' partita oggi in diverse citta' la raccolta di firme per il ritiro delle truppe dall'Iraq. A poche ore dall'apertura dei banchetti a Pisa, Firenze e in decine di altri centri sono gia' state raccolte 15mila firme. La petizione chiede anche la destinazione alle spese sociali dei fondi stanziati per le missioni militari italiane all'estero.
Un'affinità fra la Resistenza e la lotta Liberazione in Italia con la situazione in Iraq e in Medio Oriente, un forte sentimento di pace e quindi la necessità di riconsiderare l'intervento italiano in Iraq, e l'annuncio di una serie di iniziative per i sessant'anni della Liberazione di Firenze, fra cui la realizzazione di un Museo della Resistenza alle Murate. Sono questi i tratti principali dell'orazione ufficiale del sindaco Leonardo Domenici, preceduta da un intervento del presidente della Federazione delle associazioni antifasciste e della Resistenza Mario Leone, che stamani nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio ha celebrato il 59° anniversario della Liberazione nazionale.
Questo il testo integrale dell'intervento del sindaco Domenici: "Vi ringrazio per essere oggi qui così numerosi per questo 25 aprile. Teniamo questa celebrazione in un momento molto difficile per noi, per il mondo, per la situazione internazionale, per ciò che vediamo accadere tutti i giorni in Medio Oriente e soprattutto in Iraq. Dobbiamo purtroppo constatare che la guerra, purtroppo, è ancora un dato di fatto. Le vittime civili e militari sono ancora numerose. Il terrorismo continua a colpire e non solo in Medio Oriente ma, come abbiamo visto l'11 marzo scorso, anche nei paesi europei. In questo momento ci sono ancora tre nostri connazionali che sono tenuti in ostaggio. E io colgo l'occasione per inviare la nostra solidarietà ai familiari che stanno soffrendo e per esprimere il nostro cordoglio ai familiari di Fabrizio Quattrocchi, così barbaramente ucciso.
Si è molto discusso in questi giorni sul 25 aprile. Se questo tema della pace e della guerra debba essere o no presente in questa celebrazione. La mia opinione, e ne sono profondamente convinto, è che questo tema non può essere emarginato e non possiamo trascurarlo e dimenticarlo. Certo io concordo con chi ha detto che noi dobbiamo ben fermi quelli che sono i principi, i presupposti e i valori costitutivi di questo nostro 25 aprile, e naturalmente rifarci a quelli. Dal momento in cui il nostro Paese ha scelto di ricostruirsi un futuro fondato sui principi della libertà e della democrazia. Si è molto discusso in questo periodo anche, e non sempre a proposito, di unità nazionale. Ma quale unità nazionale migliore per il nostro Paese, se non riconoscerci tutti quanti nei valori costitutivi del 25 aprile. Io credo che questo sia il punto che noi dobbiamo sempre ricordare. Dobbiamo quindi saper vedere i nessi, i collegamenti che ci sono fra la Resistenza e la Liberazione e il grande e drammatico tema della pace e della guerra. Certo, anche perperchélla nostra Costituzione il tema della guerra viene ripudiato, all'articolo 11. Ma anche perché partendo dalla riflessione sul nostro 25 aprile, noi dobbiamo porci una domanda: come si ricostruisce un Paese nuovo, sulle macerie e sulle devastazioni della guerra? Ecco, ripensiamo a quell'Italia dopo il 25 luglio del '43, dopo la caduta del fascismo, dopo l'8 settembre del '43, l'armistizio di Badoglio. E pensiamo a quell'Italia smarrita, disorientata, in una condizione di straordinaria crisi e povertà economica, civile, morale e istituzionale. C'era una parte del Paese che si guardava attorno, smarrita. Eppure quella grande parte del Paese comincia a spostarsi. Comincia lentamente e progressivamente a vedere che è possibile costruire un'Italia diversa e un futuro migliore con le proprie mani. E il primo elemento discriminante è rappresentato proprio dalla guerra e dal rapporto con la guerra in quei drammatici mesi del '43 e '44. La guerra diventa il discrimine fondamentale. In quel momento c'è chi si anima per continuare una guerra sbagliata a fianco dei nazisti. E c'è chi invece si arma con un altro obiettivo. Con l'obiettivo di liberare il Paese, coltivando dentro di sé una diversa idea di patria, che non deve necessariamente fare una guerra, come fece il fascismo. Ma che può invece pensare di potersi liberare della guerra per costruire un avvenire diverso. In quel momento nel Paese, anche smarrito e sbandato, comincia a costruirsi un embrione di novità. Un minimo indispensabile di infrastruttura politica, istituzionale, civile e democratica. E a questo cominciano a dare il loro contributo tutti. Non solo le componenti politiche. Vogliamo ricordare per una volta a quei 600.000 soldati dell'Esercito Italiano che dopo l'8 settembre furono internati dai tedeschi nei campi di concentramento e si rifiutarono di tornare a combattere sotto una bandiera diversa da quella italiana. Ricordiamoci che 40.000 di loro morirono per questa scelta. Ed erano militari, che fino a quel momento avevano fatto la guerra. Vorrei leggervi le parole di uno di quelli, Ugo Machieraldo, ufficiale dell'aeronautica militare fascista, pluridecorato al valor militare nella guerra di Etiopia e di Grecia, che dopo aver assistito allo sfascio del regime fascista fa un'altra scelta. Si unisce ai partigiani, ai comunisti che il fascismo gli aveva insegnato a disprezzare come nemici della patria. E che la notte prima di essere fucilato dai camerati delle brigate nere, nel febbraio del '44, scrive alla fidanzata Maria: 'Cara Mary, compagna ideale della mia vita, questa sarà l'ultima lettera che avrai dal tuo Ugo ed io spero che possa portarti tanto conforto. Sono perfettamente sereno nell'adempiere il mio dovere verso la patria che ho sempre servito da soldato senza macchia e senza paura, fino in fondo. So che è col sangue che si fa grande il Paese nel quale si è nati, si è vissuti e si è combattuto'. Questo è lo spirito della nuova Italia che comincia concretamente a prendere corpo. E questo vuol dire che si comincia a costruire qualche cosa anche dal basso, con il concorso di tutti e di molte diverse componenti della vita nazionale del Paese. Perché mi soffermo su questo punto? Per ritornare al tema della pace e della guerra e dell'Iraq, così drammaticamente attuale. Perché io sono convinto che la democrazia deve essere il punto di riferimento di tutti i popoli del mondo, ma sono anche convinto che una democrazia non si costruisce su una tabula rasa. Una democrazia si costruisce se un popolo è chiamato attivamente a costruirla. Se può dare il suo contributo.
Ecco, io credo che nel nostro Paese in quel momento si faceva avanti anche un'altra idea di patria, di nazione non identificata coi fascisti. Una nazione che voleva libertà e democrazia. E grazie alla Resistenza e alla Liberazione si fa strada una nuova idea di essere italiani. E costruire qualcosa dal basso vuol dire ciò che si fece nella nostra città, medaglia d'oro della Resistenza. Non dobbiamo mai dimenticare una città che insorse, che si liberò da sola. Nella quale, quando arrivarono le truppe alleate, non trovarono il deserto e la devastazione. Trovarono un sindaco, Pieraccini, trovarono un embrione di vita civile, associativa istituzionale. Questo ci deve fra riflettere su cosa significa, in Iraq, costruire un paese nuovo, dopo la drammatica e sanguinaria dittatura di Saddam Hussein. Ebbene io credo che oggi dobbiamo guardare a quella realtà con grande preoccupazione, perché i morti civili e militari continuano ad essere tanti, troppi. Ancora di più di quelli che ci sono stati durante la guerra vera e propria. Tutti noi credo, sentiamo il bisogno di una svolta. Sentiamo la necessità di una politica attiva e non di passiva attesa da parte dell'Italia e dell'Europa. So bene che in questo momento c'è un dibattito difficile. E capisco anche le considerazioni di quanti dicono che restare lì con le nostre truppe vuol dire anche dare un contributo. Ritirarsi ora potrebbe essere un errore, ma io mi sento di dire che quella situazione è ormai divenuta così drammatica e appare così bloccata. E così tenui, esili appaiono gli obiettivi e le prospettive di pace, che credo ormai maturo il tempo per riconsiderare criticamente l'opportunità della nostra presenza in quel paese. Io credo che occorrano adesso atti e fatti concreti. E non penso, dicendo queste cose, di non fare un torto a nessuno. Qui ci sono oggi rappresentanti delle forze armate. E attraverso di loro vorrei ringraziare i nostri connazionali che sono lì. Vorrei ricordare i morti di Nassyria come li ricordammo solennemente nel Salone de' Dugento dopo l'attento del novembre scorso. Ma io credo riconsiderare la nostra presenza voglia dire anche stare attenti non venga confuso dalle stesse popolazioni irachene il senso della nostra presenza. Un senso che vuole essere ed è stato positivo. Non di occupazione, ma di contributo alla ricostruzione del paese. In questa situazione però il rischio che anche i nostri militari e i nostri civili vengano visti come occupanti. Io credo che su questo si debba riflettere. Non per una idea di unilaterale disimpegno, ma per sbloccare una situazione tragicamente bloccata. Per trovare una via d'uscita attualmente non si vede. Per esercitare una pressione positiva nei confronti dei nostri amici ed alleati. Io penso che il rapporto fra l'Italia e l'America, fra l'Europa e gli Stati Uniti sia un rapporto importante che, reciprocamente autonomo, non può che essere basato sull'amicizia e la collaborazione. Ma credo anche che proprio quando si è amici si deve avere la forza e il coraggio di dire all'amico, se pensiamo che in quel momento stia commettendo degli errori, dirgli che sta commettendo degli errori. E credo che dire questo non significa assolutamente dimenticare il rapporto che c'è con questo grande paese che sono gli Stati Uniti. Bisogna però avere il coraggio di dire che laggiù in Iraq c'è una situazione drammatica. Bisogna fare degli atti che non siano generici. Bisogna ricostruire il futuro dell'Iraq ridando con coraggio il paese al popolo iracheno, in tutte le sue componenti. Così come si fece in Italia negli anni '44 e '45.
Io voglio ribadire ancora una volta che Firenze non può rinunciare al suo ruolo. L'identità ce la diamo per ciò che riusciamo a fare, al nostro agire, alla nostra funzione. Ed ecco che Firenze debba, e lo dico volentieri nel centenario della nascita di Giorgio La Pira, ricollegarsi a quella sua vocazione storica di luogo d'incontro, fisico e ideale, di confronto, di dialogo fra culture ed etnie diverse. E città che si offre, come già fatto per il Medio Oriente, anche per quanto riguarda l'Iraq, per possibile sede di eventuali conferenze di pace. In questi giorni abbiamo preso un'iniziativa. Abbiamo mandato una lettera a tutte le città gemellate per vedere se assieme possiamo far sentire forte una voce, per costruire una rete protettiva di pace nel mondo.
Voglio ricordare anche che l'anno prossimo nel 2005, avremo il sessantesimo della Liberazione. Ma il 2004 per Firenze è già sessantesimo. L'11 agosto del 1944 questa città si liberò. E questo per noi è un anno particolare. Un anno che richiede iniziative, in parte già realizzate e in parte già programmate, che ricordino la Resistenza e la Liberazione a Firenze. Voglio ricordare la recente ristrutturazione di Palazzo Lapi, dove hanno trovato ospitalità molte associazioni e istituzioni culturali. Voglio l'obiettivo di realizzare il Museo della Resistenza alle Murate, come componente che ricostruisce la memoria e la storia di questa città. Voglio ricordare la proposta di realizzare due monumenti alla Resistenza, una idea che mi fu caldeggiata da Angiolo Gracci, che molto volentieri oggi voglio ricordare.
Sono passaggi importanti, testimonianze concrete del nostro ricordo della nostra memoria collettiva. In questo 25 aprile 2004, che celebriamo in questo momento difficile a livello internazionale, ripensando al nostro 25 aprile di italiani possiamo ritrovare la forza, la determinazione, la volontà per agire in favore della pace, contro la guerra, in ricordo dei nostri caduti e ripensando a quella Italia che in quel momento rinasceva nel segno della democrazia e della libertà".
La giornata di celebrazioni è iniziata in piazza dell'Unità d'Italia, dove sono state deposte corone di alloro al monumento ai caduti da parte del sindaco Domenici e delle altre autorità civili e militari. Assieme ai gonfaloni del Comune di Firenze, della Provincia di Firenze, della Regione Toscana, la bandiera del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, del Corpo Volontari della Libertà e i labari delle associazioni dei partigiani. Erano presenti anche rappresentanze del 78° reggimento Lupi di Toscana, della Scuola di Guerra Aerea, della Scuola Marescialli dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia Municipale. Sono state lette preghiere della chiesa cattolica da monsignor Alberto Alberti, della chiesa protestante da Eliseo Longo e della comunità ebraica dal rabbino Josef Levi. Oltre al sindaco Domenici erano presenti il vicesindaco Giuseppe Matulli, gli assessori Tea Albini, Graziano Cioni, Daniela Lastri, Gianni Biagi, Eugenio Giani, Paolo Coggiola, Francesco Colonna, il vice-presidente Riccardo Basosi, numerosi consiglieri comunali e parlamentari, il prefetto Gian Valerio Lombardi e il questore Vincenzo Indolfi.

Redazione Nove da Firenze