Il monologo di Zvi Kolitz "Yossi Rakover si rivolge a Dio"


Moni Ovadia lo porta in scena al Teatro Puccini di Firenze venerdì 12 e sabato 13 gennaio 2001 (ore 21.00).
Scritto e pubblicato in yiddish nel 1946 dallo scrittore lituano poi trasferitosi negli Stati Uniti dove tutt’ora vive, il monologo dà voce all’ultimo sopravvissuto del ghetto di Varsavia prima della definitiva distruzione da parte degli aguzzini nazisti.
Modellato sul libro biblico di "Giobbe" questo testo è insieme "preghiera" e "devota bestemmia" all’indirizzo di un Dio che ormai non sa più evitare lo sterminio sistematico dei figli d’Israele. Dio debole per una storia fatta della terribile banalità del male. Fulminante atto di accusa e insieme testamento spirituale di un intero popolo, il monologo s’interroga sul grande tema della letteratura più altamente teologica della modernità: quello della "sofferenza inutile", il patire irredimibile di un innocente che nessuna teodicea può salvare, che nessun Dio saprà consolare, la grande interrogazione che, da Dostoevskij, percorre tutto il Novecento attraverso Kafka sino a Simone Weil.
La voce recitante Yossl Rakover ci restituisce, come nessun altro ha saputo fare in questo secolo, l’angoscia e la speranza dell’ultima vittima di Varsavia. Essa è un inno all’eroica resistenza di uomini che, al limite dell’umano, hanno saputo dare testimonianza della loro dignità e della loro fede. Una fede che non si culla affatto nelle sicurezze di un credo domestico e intimista ma che sfida la divinità inchiodandola alle sue responsabilità. Una fede che s’interroga, come gli innumerevoli Giobbe della letteratura universale, sul perché della sofferenza degli innocenti – come i bambini del ghetto – che nessuna reazione potrà mai redimere.
Contesa, preghiera, dibattito e profezia fanno di questo testo – affidato alla voce recitante di Moni Ovadia – oggi il più grande attore italiano legato alla tradizione ebraica – un evento teatrale unico. Perché è nel teatro che contesa, preghiera e profezia si fondono chiamando Dio al cospetto di una creatura che modula la questione fondamentale: se Dio esiste, perché il male? Un Dio che non si sottrae, né si astiene, nella prospettiva di Yossl Rakover, dal male, ma che ciononostante, non perderà la scommessa con il Satana, perché nulla potrà dissuadere Yossl-Giobbe dal credere in lui, nonostante venga colpito a morte (e con lui tutti i suoi cari), nonostante le piaghe gli crescano sul corpo straziandolo. Nulla potrà far cambiare fede a Yossl, nemmeno la terribilità (o la debolezza) del suo Dio.
L’unica vera risposta di tutti i Giobbe della storia sta nella possibilità di contraddire Dio sino in fondo, ostinandosi nel suo amore, confermandosi nella fede contro la Sua stessa volontà.
Alla fine del dibattimento, della contesa, della preghiera, sarà Dio ad aver imparato dalla sua creatura che la fede è, appunto, incrollabile. Così ci dice un verso decisivo ed ambiguo di una delle grandi voci liriche di questo secolo, Nelly Sachs, ambiguo come il rapporto uomo-dio nel libro di Yossl-Giobbe, irrisolvibile come quella sfida, insondabile come quella verità: "Hautios/augenlos/hat Hiob Gott gebildet". Che si può tradurre: "Senza pelle, senza occhi, Giobbe ha formato Dio".
Indecidibile è però il rapporto tra il soggetto e l’oggetto della frase. Chi ha formato chi? Chi "vede" alla fine del libro di Giobbe? Dio o Giobbe? Chi è stato "educato", Dio o Giobbe? Chi si è "migliorato" Dio o Giobbe? Chi ha prevalso Dio o Giobbe?
Zvi Kolitz
È nato il 14 dicembre 1919 a Alytus, una cittadina della Lituania fra Grodno e Kaunas sulle rive del Njemen. Kolitz è un "litvak", un ebreo lituano. Come i suoi padri ha coltivato la Torah e la letteratura classica di tutti i paesi. In Lituania si potevano leggere in yiddish Omero e Dante, Goethe e Dostoevskij e l’intera cultura moderna. Nel 1937, prima che il paese fosse distrutto da Hitler e da Stalin, la madre prese con sé Zvi e gli altri sette figli e andò in esilio. Fu così che Zvi Kolitz ebbe la possibilità di compiere gli studi universitari fra la Germania e Firenze. Nel 1940, quando ormai l’asse Hitler-Stalin gli aveva precluso ogni possibilità di ritorno in patria, si reca a Gerusalemme dove sarà impegnato in attività anti-inglesi fino a subire la prigione. Qualche tempo più tardi finisce per arruolarsi nell’esercito britannico per opporsi ai nazisti. Nel 1941 la Lituania – secondo fonti del Terzo Reich – fu del tutto "ripulita dagli ebrei". Nel 1943 anche l’estrema resistenza del quartiere ebraico di Varsavia crolla. Nel 1946 Koltiz partecipa ai lavori del Congresso sionistico mondiale a Basilea e a Buenos Aires. Ha ventisei anni. In una camera d’albergo di Beunos Aires scrive, in una sola note, "Yossl Rakover si rivolge a Dio", che appare sulla "Jiddische Zeitung" il 25 settembre del 1946. Oggi vive a New York, è da molti considerato un semplice giornalista.

Redazione Nove da Firenze