Guido Dolci, cantore della Prato di ieri

Guido Dolci - Il pergamo del Duomo

L’omaggio al pittore mugellano, e pratese d’adozione, nella mostra curata da Barbara Cianelli. Fino al 30 gennaio, nel foyer del Teatro Politeama Pratese. Ingresso libero.


PRATO - A passeggiare per quelle piazze, vie e vicoletti a noi familiari, e che Guido Dolci ritrasse infinite volte con passione e dedizione, sembra quasi di poterlo incontrare ancora, silenzioso e solitario in qualche angolo soleggiato ma nascosto, che osserva la luce e prepara la tavolozza. La sua Prato è ormai consegnata alla storia, molto, forse troppo, è cambiata la città negli ultimi dieci lustri, e quelle piazze, quelle strade, quelle pietre di chiese e palazzi sono stati silenziosi testimoni di una storia vissuta fianco a fianco con un popolo che, fra i toscani, è forse il più tenace e creativo. Di loro, della loro città, si parla in Prato nelle pitture di Guido Dolci, la piccola ma raffinata mostra curata da Barbara Cianelli e organizzata dall’associazione Terrena (che nell’occasione ricorda il vice-presidente Vincenzo Palma recentemente scomparso), per rendere omaggio al pittore mugellano e pratese d’adozione, attraverso 28 opere fra acquerelli e oli su tela degli anni Quaranta e Cinquanta, ognuna delle quali è un’attenta, colorata e affettuosa veduta di una città vivace, che a lui, originario di Borgo San Lorenzo, fu particolarmente cara. Vi giunse nel 1895, appena quindicenne, e sin dai primissimi anni del Novecento si guadagnò una certa fama come decoratore d’interni, lavorando in numerose ville e palazzi cittadini. Autodidatta della pittura, muove i primi passi sulla scena artistica nei primi anni Venti, ispirandosi alla lezione dei Post-impressionisti e dei Macchiaioli, che sempre rimarranno i suoi riferimenti.

Sviluppa così un tratto caratterizzato dalla pennellata morbida, piacevolmente leggera, mai troppo “pastosa”, per fissare sulla tela paesaggi urbani dove pulsa la vita, raccontati non più con sentimento romantico bensì con delicato realismo, quello stesso che in letteratura ha mossi i primi passi con Verga e Capuana. L’esperienza di Fattori, Lega, Borrani, Signorini, trova splendida traduzione in Dolci, che si appropria di quello sguardo poetico che i primi riservavano alla natura, alle donne, alle piazze, riuscendo a innalzare la vocazione imitativa dell'arte al di sopra della realtà stessa che raffiguravano. La complessità della luce, la morbidezza dei corpi, il calore di certe scene di genere o delle piazze solitarie, risultano carichi di una poesia scevra di retorica, e per questo vicinissima alla bellezza perfetta, quella sporcata dalla vita quotidiana, come aveva osservato Shelley nel suo Adonais.

E Prato è città terrestre, toscanamente vocata al pragmatismo e all’onesta cultura del lavoro, che tanto piaceva a Malaparte e del quale sembra di intuire, fra i colori di Dolci, la tagliente ironia che velava il suo amore per la città. Quell’aria chiara che scende dai monti della Retaia, da Santa Lucia o dalle Sacca - cantata in Maledetti toscani -, è la stessa che Dolci dipinge nelle sue vedute, e che ammanta una città forse oggi scomparsa.

Una Prato che aveva il suo fulcro in Piazza del Comune, il “salotto” dipinta nell’omonimo acquerello, dove una folla elegante e compassata passeggia sotto il vigile sguardo di Francesco Datini. Un uomo che di commercio s’intendeva, e la cui tenacia sembra rivivere nei vivaci mercati cittadini, come quello alimentare di Piazza Lippi - dove si poetavo acquistare i barbi, i gamberi grigi, le anguille, appena pescati nel vicino Bisenzio -, o come quello di Piazza Duomo, riservato alla vendita dei panni. Osservando queste scene di mercato è facile riandare con la memoria a Umberto Saba, che parlò di Prato come di una città «ove non ozia il buon toscano e di garzoni e d’uomini è un brusio». Un brusio che però sembra rispettosamente farsi da parte davanti alla solennità di chiese e palazzi. Maestose, ma senza alterigia, le vedute di Santa Maria delle Carceri, una delle quali con la neve che ricopre la chiesa, la piazza e i tetti circostanti. Una piazza che le merlature del Castello, appena accennate da Dolci, rendono ancora più solenne.

Lo sguardo del pittore si sofferma poi, con sollecita attenzione, su come la Fontana del Papero in Piazza Duomo (in realtà si tratta di cigni), e il Bacchino di Piazza del Comune, icone imprescindibili dell’immaginario di ogni pratese. E ancora i vicoli medievali come quello dei Gherardacci, o le strade collinari come la via del Poggetto, a Figline. Nostalgico ma non retorico l’acquerello Podere di Trebaldo, ancora esistente benché la fattoria - nei pressi della chiesa della Madonna dell’Ulivo -, sia stata trasformata in condominio. Dolci la dipinge in epoca ancora agreste, con un gregge di pecore che esce dall’ovile per recarsi al pascolo nei prati circostanti, che non si vedono ma si intuiscono. Scorci della Prato di ieri che sopravvivono in quest’epoca di caos e cemento.

Il tratto di Dolci è sobrio come la prosa di Armando Meoni, e nei suoi dipinti ci racconta una città vivace, fiduciosa nel presente e nell’avvenire, legata alle sue tradizione, ai suoi ritmi, alla sua sobria mondanità, e che si sentiva al sicuro sotto lo sguardo dei suoi monumenti. Riscoprire oggi Guido Dolci, a distanza di quasi mezzo secolo dalla scomparsa, significa riavvicinarsi a quell’identità cittadina che nell’ultimo decennio si è colpevolmente dimenticata, ma che l’arte, appunto, può avere il potere di farci riscoprire. E magari anche far capire, al di là delle facili frasi fatte che chiunque può pronunciare davanti a un quadro.

Per una delicata incursione del destino, questa mostra a lungo rinviata ha trovata l’inaugurazione il 16 gennaio, lo stesso giorno in cui, nel 1969, moriva Guido Dolci, e che segna anche la data di decesso di altre due personalità della cultura pratese, Franco Ferraro e Franco Riccomini, che la città, solitamente poco incline alla memoria storica, vuole invece ricordare nell’occasione di questa mostra.