Chi si ricorda del forte di Moncullo?

Il libro "Le chiavi del Mediterraneo" di Andrea Cotticelli, pubblicato da Palombi Editori, riscopre le prime imprese coloniale italiane nella seconda metà dell’800


FIRENZE- Può capitare di sentire dire a Firenze “quello abita a Monculi” per significare che qualcuno sta molto, ma molto lontano. Ben pochi sanno che l’espressione popolare prende origine dal forte di Moncullo, uno dei primi presidi dei colonizzatori italiani nell’entroterra eritreo, alle spalle del porto di Massaua. Si tratta delle vestigia, quasi dimenticate, di un’epopea di avventurieri in cerca di fortuna, missionari religiosi ed esploratori scientifici, che in un’Italia ancora in formazione risorgimentale, sognavano già la conquista di luoghi esotici e carichi di ricchezze promesse.

A ricostruire quell’epoca lontana e un po’ fuori moda prova un libro di Andrea Cotticelli, pubblicato da Palombi Editori, che ricostruisce le prime imprese italiane d’oltremare nella seconda metà dell’800. Un tema poco noto, ma che costituisce la tappa iniziale della storia coloniale italiana, in particolare nel corno d’Africa. Protagonista Pasquale Stanislao Mancini, Ministro degli Affari Esteri dal 1881 al 1885, che per primo provò a trasformare gli improvvisati insediamenti di imprenditori navali e mercantili, in terre di conquista istituzionale. Nella seconda metà dell’Ottocento l’Italia fu l’ultima delle potenze europee ad inserirsi nella contesa coloniale. E fu solo con il governo presieduto da Agostino Depretis che il nostro paese, superati i problemi dovuti alla recente unificazione e stabilizzata la propria posizione nel concerto europeo, cominciò a indirizzare lo sguardo verso l’oltremare.

Le mire nazionali furono in un primo tempo orientate verso le sponde del mar Mediterraneo. Ma il colpo di mano messo a segno dalla Francia con l’occupazione di Tunisi nel 1881, il mancato intervento in Egitto a fianco della Gran Bretagna nel 1882 e la rinuncia a sbarcare a Tripoli nel 1884, avevano precluso all’Italia le coste dell’Africa settentrionale. A questo punto il ministro Mancini indirizzò le sue mire verso le sponde africane del mar Rosso. Una scelta presa in parte anche grazie alle azioni pionieristiche di alcuni esploratori, tra cui Giuseppe Sapeto, Giuseppe Maria Giulietti, Gustavo Bianchi, Antonio Cecchi, Ferdinando Fernè e Umberto Romagnoli.

Sono proprio le pagine dedicate da Andrea Cotticelli ai precursori, quelle più godibili e avvincenti del suo libro. Come nel caso di Gustavo Uzielli, stimato scienziato e fra i maggiori studiosi dell’Ottocento di Leonardo da Vinci, che fondò a Firenze la Società geografica italiana.

Centrale la figura del missionario Giuseppe Sapeto, aderente all’Ordine di San Lazzaro mendicante, che percorse da solo le rive del Mar Rosso. Nel 1837 si stabilì ad Adua, e scrisse alcune opere sull’Eritrea e l’Abissinia. Successivamente insegnò arabo a Parigi, Firenze e Genova. Ritornato in Africa nel novembre del 1869, fu l’artefice dell’acquisto della baia di Assab per conto della compagnia di navigazione Rubattino.

Molto curiosa anche la storia dell'esploratore Giovanni Battista Cerruti che nel 1869 tentò di allacciare rapporti con le popolazioni della Nuova Guinea, ottenendo risultati promettenti per la creazione di un'eventuale colonia penale. Rientrato in Italia nel 1870, tentò di convincere gli esponenti del governo, ancora insediato a Firenze, con bozze di trattati firmati dai sultani delle isole di Aru, Kai e Balscicu, dove veniva accettata la sovranità italiana. Il Cerruti aveva finanche preso possesso di alcuni settori della costa continentale in nome dell'Italia. Nel 1883 il governo italiano chiese a quello inglese per via diplomatica se avrebbe accettato che la Nuova Guinea potesse diventare una nostra colonia. E  al rifiuto britannico l'Italia abbandonò ogni tentativo di colonizzazione nell'oceano Pacifico.

Nicola Novelli