Pierluigi Bersani a Firenze: ''Se voglio posso riempire i palazzetti''

Le Foto - La corsa alle Primarie del PD passa per il Comune amministrato da Matteo Renzi. Venerdì è stata la volta del sindaco al Mandela Forum, oggi Bersani ha visitato gli stabilimenti industriali Selex e Nuovo Pignone


PRIMARIE PD - FOTO - — "L'Italia deve ripartire dal lavoro, dalle fabbriche, lì dove si investe e si produce ricchezza attraverso il lavoro. Voi siete la classe dirigente" così parla Pierluigi Bersani agli operai degli stabilimenti che visita a Firenze, la Selex ed il Nuovo Pignone.
A chi ricorda "Renzi ha riempito un palazzetto" il Segretario del PD risponde "Ho deciso di stare tra gli operai, di mettere l'orecchio a terra dove si sentono i disagi del Paese, ma se mi danno un palazzetto penso di poterlo riempire anche io".

La platea del Nuovo Pignone vede tra gli altri presenti i segretari PD Andrea Manciulli e Patrizio Mecacci, il presidente della regione Toscana Enrico Rossi, della Camera del Lavoro Mauro Fuso, il presidente della Provincia Andrea Barducci, l'assessore Elisa Simoni,il sindaco di Sesto Fiorentino Gianni Gianassi, i consiglieri comunali Mirko Dormentoni e Cecilia Pezza.

"Guarda di vincere le Primarie, perché per noi sarebbe veramente difficile dopo votare per questo partito" con queste parole gli operai introducono il discorso del candidato alle Primarie del PD che parte come segretario, unico leader ed a metà strada si trova a poche manciate di sondaggi dall'outsider Matteo Renzi.
"Vi capisco - risponde Bersani - ma il Partito nel bene o nel male è salito nel gradimento proprio grazie alle primarie, al sapersi mettere in gioco, rispetto a chi tutto questo non sa neppure cosa significa. C'è da ricordare però che occorrono le radici anche nel cambiamento e nel rinnovamento, senza radici l'albero non può dare foglie... a meno che le radici non siano quelle degli altri.."




Presenti anche i lavoratori del Maggio Musicale Fiorentino che hanno consegnato una lettera al segretario del PD:

"Caro Segretario,
che nel nostro Paese la cultura sia considerata una grande Cenerentola non è certo una novità e quando i tempi si fanno difficili per i conti dello Stato, questa è una delle voci di bilancio che per prime subiscono violente riduzioni, non importa quanto modesta ne sia l'incidenza sulla spesa pubblica. Nessuno pensa mai a quanto invece la ricaduta negativa in termini occupazionali, di dispersione di professionalità, di patrimonio umano e di valori incida sulla nostra competitività a livello mondiale, sul marchio “made in Italy” e quindi anche sulla nostra capacità di attrazione di capitali di investimento. O peggio non si tiene conto del cambiamento in atto in molte economie che stanno sperimentando la trasformazione, in alcuni casi l'azzeramento, di interi settori produttivi e non si considera che il nuovo interesse per i prodotti culturali può diventare un'opportunità per reinvestire il capitale umano espulso dai settori manifatturieri e industriali. Si continua, oggi come ieri, a ignorare gli ormai numerosi, documentati studi sulla ricaduta economica del settore che rende molto di più dell'investimento pubblico a esso destinato: in alcuni casi addirittura sette o dieci volte la spesa. Secondo una ricerca di Sponsor-Value Cultura e Spettacolo realizzata da Stage-up l'investimento in cultura ha un moltiplicatore di spesa di 21,3: ogni 10 mila euro di investimento sul Pil genera un indotto di 213 mila euro.

La percezione diffusa della cultura come nicchia di parassitismo, di un puro costo invece che di opportunità, ha trovato nei governi Berlusconi il più forte riscontro con interventi che non hanno precedenti. Dai consistenti tagli al Fus è dipesa principalmente la crisi del settore, settore non senza bisogno di riforme, ma che di certo avrebbe avuto necessità di interventi di sostegno piuttosto che di affossamento. E la perdurante crisi economica, sommata alle tante manovre che il nostro Paese ha fatto, unita alle difficoltà degli enti locali di poter disporre risorse da investire, con un accesso al credito sempre più difficile e oneroso, ha fatto sì che il quadro peggiorasse notevolmente.

Negli Stati Uniti, citati ogni momento quale modello della capacità dei soggetti privati di far fronte alle esigenze economiche delle istituzioni di cultura, siano esse musei o teatri d'opera, i privati che investono possono defiscalizzare quasi completamente (90%) il loro contributo. E non è un caso che i finanziamenti alle istituzioni culturali vengano non tanto dalle aziende quanto da singoli individui che, in alcuni casi (Metropolitan Opera, ad esempio), esercitano la propria funzione di sostegno in forma associativa...

I lavoratori del settore da sempre vivono di lavoro intermittente, stagionale, precario. Le “oasi privilegiate” di lavoro stabile, fra cui le FLS, si contano davvero sulle dita di una mano e sono sotto un attacco unico, mai visto finora, tanto da far pensare più a un attacco ideologico piuttosto che di sostanza. Considerati alla stregua di giullari di corte si pensa di poter disporre di noi a proprio piacimento, di usarci quando serve per essere visibili o per fare carriera e poi, se non serviamo più, lasciarci in un angolo a morire di inedia.

Per questo è necessario che la politica faccia la sua parte, si prenda le proprie responsabilità, come noi ce le siamo prese per affrontare le situazioni di difficoltà dei nostri posti di lavoro, e non si dimentichi di un settore tanto importante per il nostro paese.

Dal vicolo cieco in cui siamo finiti non si può uscire massacrando il finanziamento pubblico, ma razionalizzandolo e agendo al tempo stesso sulla leva fiscale per incentivare l'intervento privato: promuovere con i privati una sorta di alleanza, costruire un rapporto stretto, coordinato, programmato, e sempre a fini pubblici. È un percorso possibile per salvare le nostre istituzioni, avendo sempre ben presente che l'arte e la cultura “non sono al di sopra di una società ma appartengono alla necessità di un mondo sociale” (parole di Paolo Grassi, anno 1964)"

Redazione Nove da Firenze