Giorno del Ricordo, Rossi: “Un atto di giustizia dopo anni di silenzio”

“Un atto di giustizia che, dopo i molti anni di silenzio, era dovuto alle vittime ed ai loro congiunti, a lungo privati di quel riconoscimento pubblico che è il segno dell’attenzione di un Paese verso le tragedie del proprio recente passato”


CELEBRAZIONI — “Un atto di giustizia che, dopo i molti anni di silenzio, era dovuto alle vittime ed ai loro congiunti, a lungo privati di quel riconoscimento pubblico che è il segno dell’attenzione di un Paese verso le tragedie del proprio recente passato”: così il presidente Enrico Rossi ha definito oggi il “Giorno del ricordo” concludendo con il suo intervento la seduta solenne del Consiglio regionale convocata per l’occasione.
Il presidente Rossi ha affermato che “ripercorrere la drammatica vicenda degli italiani dei territori del confine orientale, originari dell’Istria, di Fiume o della Dalmazia, vittime o costretti all’esodo nel secondo dopoguerra, al di là delle interpretazioni storiche, è un riconoscimento al dolore ed alle sofferenze di quanti persero la vita o videro tagliate le proprie radici, sradicati dalle proprie case e dal proprio mondo. Alla fine della seconda guerra mondiale, dal Baltico all’Adriatico, ci fu un vasto movimento di popolazioni costrette ad abbandonare i territori in cui vantano presenze secolari per trasferirsi forzatamente dentro i confini che i Trattati di pace assegnarono alle varie patrie nazionali.

La tragica vicenda delle foibe vide un intreccio di giustizialismo sommario, cieca violenza, parossismo nazionalistico oltre al disegno di “sradicare” la presenza italiana da quei territori. Motore di questa strategia fu il nuovo governo jugoslavo del Maresciallo Tito”.
“Il presidente Rossi ha voluto anche ricordare quello che ha definito “un tratto preciso della Toscana, la sua capacità di accoglienza. Ricordo in particolare – ha detto il presidente – quanto accadde a Livorno, dove tra il 1947 e il 1956 arrivarono circa 1000 profughi istriano-dalmati. Molti si fermarono, e ad essi vennero loro assegnate delle case popolari nel quartiere Sorgenti. Venne anche costituito un fondo di sostegno da Comune, società Solvay, Associazione Carabinieri e altri, che ogni anno veniva usato per acquistare libri e materiali scolastici. Nonostante in quegli anni esistesse, anche a Livorno, una diffusa povertà non si registrarono mai atti di intolleranza o di emarginazione. Questo suo tratto umano e solidale la Toscana lo ha riconfermato anche di recente, con l’accoglienza dei giovani tunisini e libici in fuga dai loro paesi.”
“Da questo abisso siamo usciti a fatica e a caro prezzo – ha proseguito il presidente Rossi – Se è comprensibile il risentimento di istriani e dalmati nei confronti dei Trattati del ’47, questi vanno comunque collocati in una situazione che vedeva l’Italia sconfitta dalla guerra e macchiata dal fascismo. Una Italia che, pur tra limiti ed errori, Alcide De Gasperi contribuì a riportare nel consesso europeo e a rendere protagonista della pacificazione e della costruzione di una nuova Europa”.

“Oggi un compito particolare spetta alle Regioni di questa Europa riconciliata – ha proseguito il presidente Rossi – che stringe legami tra territori così ricchi di peculiarità e coltiva l’interscambio di idee ed esperienze tra culture e tradizioni. Fa piacere sottolineare a questo proposito che proprio da ieri le cartine dell’Europa che circolano a Bruxelles portano una nuova linea, il progetto che la Toscana ha presentato, e che è stato accolto, per un corridoio che parte dai Balcani, da quella costa che fu ceduta dall’Italia alla ex Jugoslavia, attraversa il Mediterraneo per collegarsi con Ancona, quindi a Livorno attraverso la 2 Mari e prosegue fino alle regioni mediterranee spagnole. Una prospettiva di relazioni, di pace e di sviluppo, in attesa dell’ingresso in Europa della Croazia, che la Toscana ha formulato e che comincia a farsi strada. Di questo abbiamo parlato in un recentissimo incontro con il presidente dell’Istria, Ivan Jakovcic, per l’estensione al 2014 dei progetti di collaborazione e per il lavoro comune mirato alla la realizzazione del corridoio est ovest sulla direttrice Livorno – Fiume. Lo stesso presidente Jakovcic – ha concluso Rossi – mi ha invitato a presentare la proposta e a discuterla con gli stati interessati”.

Il diritto alla “memoria di una tragedia” che oggi è diventata “patrimonio di tutti gli italiani”, sottratta finalmente al “ruolo odioso di strumento di scontro ideologico, aberrate offesa a tutti quei morti e al dolore di coloro che furono strappati alle proprie terre e ai propri ricordi”. Alberto Monaci, presidente del Consiglio regionale, apre la seduta solenne del Giorno del ricordo rammentando come, anche grazie alla legge del 2004, sia venuta meno la “congiura del silenzio” denunciata nel tempo da alcune autorevoli voci su una pagina atroce del Novecento: le foibe.
La tragedia toccata in sorte a tanti italiani sacrificati “senza distinzione di età, sesso, partito e religione” sull’altare di una “pace che aveva più che altro i tratti di un preciso interesse geopolitico”. Accanto ai 16mila morti innocenti ci sono i profughi, “l’esilio coatto di 350 mila persone finite nei campi di raccolta sparsi per l’Italia e anche in Toscana, a Laterina (Arezzo) e Marina di Carrara. Profughi, continua il presidente, additati come “fascisti”, che furono “emarginati, senza nessuna comprensione del dramma di un esodo forzato e atroce”. Il presidente cita Enzo Bettiza (“l’inferno iniziò con lo scoppio della pace”) ma anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella denuncia di “un moto di odio e di furia sanguinaria, un disegno annessionistico slavo, che prevalsero innanzitutto sul Trattato di pace del 1947”.
Nelle vicende dei nostri connazionali d’Istria e della Dalmazia, aggiunge Monaci, sono condensati tutti gli elementi del Novecento nella sua accezione di “secolo buio: nazionalismi, guerre, pulizie etniche giunte dolorosamente fino ai giorni nostri nel cuore stesso dell’Europa”. L’Europa dove “si intrecciarono cultura e barbarie”.
Le foibe, comunque, sono qualcosa di più e di peggio di una “barbarie del secolo scorso”: sono una “pagina nera della convivenza, fallita, fra italiani e slavi al confine orientale”. Di qui la difesa “dei tratti più nobili della nostra tradizione storica” nel consolidare “i lineamenti di civiltà, di pace, di libertà, di tolleranza e solidarietà propri dell’Italia democratica che abbiamo costruito con la lotta al fascismo e la Resistenza”. L’Italia nata “dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi”.

Redazione Nove da Firenze