Teatro: Le voci di dentro di Eduardo, con Luca De Filippo e la regia di Francesco Rosi, alla Pergola da martedì 4 marzo

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
29 febbraio 2008 15:05
Teatro: <I>Le voci di dentro</I> di Eduardo, con Luca De Filippo e la regia di Francesco Rosi, alla Pergola da martedì 4 marzo

Dalla commedia della “grande speranza” Napoli Milionaria all’amarezza del pessimismo e della disillusione de Le voci di dentro, questo il cammino fatto insieme da Luca De Filippo e Francesco Rosi nella drammaturgia di Eduardo. E se tre anni dividono la composizione delle due opere, la prima del 1945 la seconda del 1948, altrettanta cadenza hanno i due allestimenti: del 2003 il primo, del 2006 il debutto de Le voci di dentro, oggi alla Pergola nella sua seconda stagione di repliche. Le scene e i costumi come in Napoli Milionaria portano la firma di Enrico Job affiancato in quest’occasione per i costumi da Cristiana Lafayette.

Mercoledì 5 marzo ore 17.30. sempre al Teatro della Pergola in collaborazione con l'Università degli Studi di Firenze si tiene l'incontro con Luca De Filippo su La drammaturgia di Eduardo De Filippo del dopoguerra, conduce Teresa Megale, ingresso libero.
Ne Le voci di dentro il senso di speranza in un cambiamento della società e nel recupero dei valori etici e di solidarietà espressi in Napoli milionaria! lasciano il campo al pessimismo e alla disillusione. E’ vero che ne Le voci di dentro si sogna, ma è una Napoli che sogna ‘in nero’ e che nasconde il malessere della città e del Paese intero.

Si avvertono ancora gli echi tragici della guerra appena finita. Ne sono testimoni i sogni inquieti che i protagonisti fanno e che ci raccontano all’inizio dell’opera con effetti scenici che acuiscono il senso di mistero e di disorientamento che perdurerà durante tutta la rappresentazione. Infatti, quella che può sembrare una divertente commedia degli equivoci diventa una acuta riflessione sull’uomo e le sue meschinità. Alberto Saporito organizza feste popolari e vive con il fratello Carlo e lo zio Nicola che comunica solo con un fantasioso alfabeto Morse a colpi di mortaretti e fuochi d’artificio perché “l’umanità è sorda”, enigmatico personaggio che per disillusione delle cose umane ha rinunciato a parlare.

Una notte Alberto sogna che i vicini di palazzo, i Cimmaruta, uccidono l'amico Aniello Amitrano e ne fanno sparire il cadavere. Nel sogno, lucidissimo, Alberto vede dove sono nascosti i documenti che possono incastrare i vicini. L'indomani fa arrestare i Cimmaruta e, rimasto solo in casa con il portiere Michele, cerca i documenti. Solo allora, all'improvviso, s'accorge di aver sognato il tutto e capisce il guaio che ha combinato. A partire da questo avvenimento – realtà? fantasia? - si innesca un’amara riflessione sulla malvagità umana, provocata dalle ingiurie vicendevoli che i sospettati rivolgono l’uno contro l’altro.

Ritrattata la denuncia, viene messo in moto, in una rapida degenerazione, un meccanismo che svelerà le meschinità di tutti i personaggi coinvolti. Ancora una volta appare il tema centrale delle commedie eduardiane: la famiglia rappresentata però con un ritratto al vetriolo della ‘famiglia rispettabile’. Quel delitto visto solo in sogno da Alberto inquina moralmente, per davvero, una famiglia intera. Emerge la difficoltà del quotidiano e l'abbrutimento dell'uomo che ormai vede nell'altro un suo nemico.

“Il testo de Le voci di dentro esprime profondamente gli umori del tempo nel filone del fantastico eduardiano” – sono parole di Luca De Filippo - “con l’ambiguo rapporto sogno-realtà, racconta un Paese scosso nel suo sistema di valori e poco fiducioso in un’autentica rinascita, come se gli orrori della guerra, ancorché finita, avessero contaminato la coscienza delle persone e una sottile corruzione morale fosse penetrata in profondità pur coperta da un’apparente moralità, riportando a quella connivenza e alle responsabilità individuali e collettive che avevano reso possibili le tragedie ancora così vicine”.

Questa commedia, forse la più amara scritta da Eduardo, è stata definita dallo stesso autore una “tarantella in tre atti” perché, secondo il regista Francesco Rosi, “l’accumularsi di sospetti e di verità negate risponde appunto alla tarantella, ballo disordinato, ritmico, pazzoide, che non ha slanci melodici e che tutti possono ballare”.

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