Libri: il diario etiope scritto nel 1939 dall'antropologo Giuseppe Cei


Firenze, 12/03/2007 - È il 28 dicembre 1938, alle soglie del secondo conflitto mondiale: il Ministero dell'Africa Italiana, con l'appoggio della Reale Accademia d'Italia, decide di promuovere una spedizione antropologica a grande raggio in Etiopia, da Massaua a Mogadiscio, con l'intento di colmare la mancanza di conoscenze sulle numerose 'razze' facenti parte dell'allora Impero coloniale italiano. A capo della missione è il noto antropologo Lidio Cipriani, direttore del Museo antropologico di Firenze; al suo fianco in qualità di assistente il giovanissimo Giuseppe Cei, appena laureato, partecipante alla spedizione come ufficiale di complemento del Reale Esercito.
Nel periodo che va dal 28 dicembre 1938 al 26 aprile 1939 il giovane scienziato tiene un accurato diario di fatti, osservazioni e impressioni che esce oggi, a cura del figlio Marcos Cei, per i tipi di Polistampa con il titolo Faccetta nera e la regina di Saba (pp. 136, euro 12, foto b/n, tavole a colori). Si tratta di un reportage dall'evidente valore scientifico (per le misure antropometriche effettuate sui diversi ceppi etnici) ma anche di grande importanza storica: il contenuto del diario si inserisce infatti nel panorama della politica espansionista fascista di quel periodo e gli studi antropologici e etnografici commissionati erano destinati a prendere in considerazione i lineamenti razziali - somatici e psicologici - delle popolazioni esaminate, tema senza dubbio delicato per le sue implicazioni con teorie allora in auge. Il "Manifesto della razza" venne pubblicato sul «Giornale d'Italia» solo pochi mesi prima, il 14 luglio 1938, e il 25 di quel mese il P.N.F. ne assunse la paternità indicando i dieci scienziati che avevano aderito al documento in cui si sosteneva l'inferiorità genetica della 'razza negra' che avrebbe legittimato lo sfruttamento delle risorse del continente. Ma ciò che emerge da questo libro è soprattutto la spontaneità del suo autore, soprattutto nelle pagine in cui il rigore dello studioso cede volentieri il passo alla meraviglia e allo stupore del giovane:
". I nobili Busase sfoggiano rituali diademi di penne di grandi uccelli, vesti di cotone e pelli di leone conciate. Il loro Dio è il Cielo (Jero): ogni anno, in un monte sacro, scannano un bue e ne versano in terra il sangue, per fecondarla. In tale circostanza esibiscono i loro diademi. Alle ore 11.00 arrivano i Mao. Osservandoli bene, si riconoscono realmente tracce di caratteri propri dei pigmei di foresta: forma della mascella, naso semitrilobo, statura, ecc. Li sottomettiamo alle misure antropometriche: sono molto timidi e sudano dalla paura." ( 19 febbraio 1939).
"Al tramonto, contro il cielo rosa-violaceo, sulle rive del rosso Baro dai riflessi di madreperla, rotto dalle basse lingue di sabbia popolate di pigri, scuri coccodrilli, magnifico e indimenticabile è lo spettacolo delle nudità delle giovani Jambo dai seni sodi, le anche strette e le snelle gambe modellate, chine sull'acqua, lavandosi e battendo gioiosamente la spuma, tergendosi con cura, caprioleggiando e provocando con ingenua primitività i loro maschi e. perché no!, per curiosità s'intende!, i viaggiatori bianchi" (21 febbraio 1939).

Francesca Leoncini

Redazione Nove da Firenze