Alla ricerca dell’affresco finora perduto della Battaglia di Anghiari in Palazzo Vecchio


Ieri a Palazzo Medici Riccardi ha avuto luogo un convegno è stato indetto in occasione del quinto centenario del 6 giugno 1505, giorno in cui Leonardo iniziò l’affresco e come lui stesso narra, al momento di “posare il pennello”, si scatenò un violento temporale che danneggiò il grande cartone portato dall’artista all’interno della Sala del Gran Consiglio, oggi Salone dei Cinquecento. Fu quello l’infausto inizio di quello che si era subito imposto come l’evento artistico più importante di tutto il Rinascimento fiorentino, che, al dire del Cellini, già si configurava nel cartone, insieme con quello della Battaglia di Cascina di Michelangelo, come la “Scuola del mondo” per le nuove generazioni di artisti e non solo fiorentini. Il professor Rab Hatfield, docente di storia dell'arte presso la Siracuse University di Firenze ha sostenuto oggi, con il concorso dei rilevi scientifici dell’ingegner Maurizio Seracini, Direttore del centro diagnostico per i beni culturali Editech, tesi nuove e forse risolutive sull’ubicazione esatta di quanto può restare dell’affresco. Tesi che secondo Hartfield potrebbero portare ad un recupero di importanza fondamentale per Firenze e per la sua provincia.
Questo in sintesi il suo intervento:
Nei Ricordi di Bartolomeo Cerretani leggiamo:
“In questo tempo Lionardo da Vinci, maestro grandissimo et fiorentino di pittura, cominciò a dipignere la Sala del Consiglio in quella faccia sopra dove stanno e 12 Buoni Huomini, et fessi amattonare quel’andito del Palazo in Sala con matoni quasi tonddi, et apichòsi in Sala detta nove bandiere toltte al signore Bartolomeo d’Alviano più giorni fa”.
La Sala è quella che oggi, molto trasformata, chiamiamo il Salone dei 500 — in Palazzo Vecchio. Ai tempi di Leonardo si diceva “Sala Grande” e “Palazzo dei Signori” (o semplicemente “Palazzo”). Il tempo di cui parla il Cerretani è l’estate del 1505 (le nove bandiere furono appese in Sala il 19 agosto di quell’anno). I Dodici Buonuomini costituivano uno dei due “Collegi” della Signoria della Repubblica Fiorentina e, come vedremo, stavano accanto ai Signori nella Sala Grande.
Il dipinto, che aveva per soggetto la cattura di una bandiera da parte di due soldati fiorentini e sarebbe diventato parte di una immensa pittura murale rappresentante la Battaglia di Anghiari, era una delle massime espressioni della pittura italiana del Rinascimento — nonché dell’arte di tutti i tempi. Questa “cosa miracolosa,” forse esiste ancora. E per sapere dove Leonardo l’ha cominciata, basta stabilire dove stavano i Dodici Buonuomini.
1) I Signori e Collegi della Repubblica Fiorentina stavano al centro del muro est della Sala Grande, cioè nel centro del muro che ci sta di fronte quando entriamo in Sala. O intorno a dove si trova ora la Vittoria di Michelangelo.
2) I Dodici probabilmente stavano alla sinistra dei Signori, cioè alcuni metri verso la nostra destra (o verso Via della Ninna) quando guardiamo verso il centro del muro est.
3) Lo spazio in cui stavano i Dodici probabilmente cominciava a non più di 6,2 metri dal centro del muro.
4) Questo spazio in cui stavano i Dodici probabilmente prendeva non più di 4 metri e mezzo.
5) Il dipinto di Leonardo aveva un’area di poco meno di 15 metri quadri e pertanto una larghezza di un po’ meno di 5 metri e un’altezza di quasi 3.
6) Il dipinto si trovava piuttosto in alto ma non in cima al muro, che allora aveva un’altezza di 11 metri.
È possibile che il miracoloso dipinto di Leonardo esista ancora sotto uno degli affreschi che vediamo nel Salone odierno? Anche se c’è poco che ci lascia supporre che questa suprema opera ci sia ancora, altrettanto poco ci lascia supporre che non ci sia. C’è un solo modo per sapere se c’è, andare a guardare. Da una documentazione molto completa sappiamo che il Vasari, dopo avere innalzato i muri della Sala Grande, ha prima fatto fare delle immense cornici di pietra serena e poi ha riempito queste cornici con sei “incrostature”, fatte di mezzane rozze alla campigiana, per dipingervi sopra i suoi affreschi. Tali incrostature (noi forse diremmo “intercapedini”), a giudicare dal numero delle mezzane impiegate, avevano — ed hanno — lo spessore della larghezza di una vecchia mezzana più un po’ di intonaco, e quindi intorno ai 16 centimetri. Queste incrostature sono straordinariamente regolari e piatte per i muri dell’epoca.
Sembra evidente che le incrostature del Vasari, in quanto non solo straordinariamente piatte ma anche molto uniforme non sempre fanno contatto con i muri sottostanti. Infatti, l’Ingegnere Seracini ha potuto osservare mediante il sonar che nel caso del grande affresco del Vasari più a destra sul muro est — e cioè dove crediamo che Leonardo abbia dipinto — c’è quasi ovunque dello spazio tra l’incrostatura il muro originale.
È quindi questa incrostatura che si dovrà attraversare in qualche modo per controllare se il famoso dipinto di Leonardo esiste ancora. Con le tecniche di oggi ciò non dovrebbe essere difficile. I problemi semmai verranno dopo. Se risulta che il grande dipinto c’è — o almeno che ci sia qualche cosa — allora che si fa? Si decide che, per non sciupare l’affresco del Vasari, ci si limita ad osservare il capolavoro di Leonardo con l’endoscopia ma non lo si scopre? Impensabile! Allora si decide di fare un’enorme buco nell’affresco del Vasari per consentire a tutti la visione del mirabile dipinto? Orrendo! Allora si stacca l’affresco del Vasari, si tira fuori il dipinto di Leonardo e lo si espone altrove, e poi si rimette quello del Vasari? Se un comitato internazionale — autocreatosi peraltro — è riuscito a bloccare il restauro dell’Adorazione dei Magi ora agli Uffizi, cosa farà se viene informato di una proposta di rimuovere quello che esiste della Battaglia d’Anghiari, opera indubbiamente, se esiste, di massima delicatezza?

Per il Kalpa Group, che ha finanziato la ricerca di Seracini, i risultati scientifici finora ottenuti nell’ambito del progetto di ricerca della Battaglia di Anghiari nel Salone dei 500 hanno permesso di ricostruire in modo sufficientemente attendibile l’assetto architettonico del Salone, dalla sua edificazione fino al 1505, anno in cui Leonardo iniziò a dipingere “La Battaglia di Anghiari”. Rimangono alcune verifiche da completare mediante indagini termografiche, per determinare l’esatta collocazione della IV finestra della parete ovest (prossima alla parete Nord) e della finestra posta nell’intorno del lato destro della Tribuna della Signoria (secondo quanto riportato dai documenti storici). Inoltre, il recente ritrovamento di documenti di spesa relativi a lavori di muratura eseguiti sulla parete Est nel Novembre 1504, unitamente ai risultati di accurate indagini radar eseguite sulle superfici dei sei pitture murali vasariane, hanno ulteriormente rafforzato la convinzione che “La lotta per lo Stendardo”, cioè la scena della Battaglia di Anghiari portata a compimento da Leonardo ed ancora visibile e ammirata decenni dopo la sua esecuzione, si possa trovare sulla parete Est, dietro la muratura eretta dal Vasari durante i lavori di rifacimento strutturale a cominciare dal 1563. Tuttavia anche in questo caso si ritiene necessario procedere ad ulteriori verifiche strumentali (Radar ed Ultrasuoni) per identificare in modo più esaustivo la collocazione originale del capolavoro di Leonardo. ”La giornata odierna è – scrive il professor Carlo Perdetti, fra i principali studiosi leonardiani internazionali, oggi impossibilitato a partecipare al convegno – è l’occasione per fare il punto su una ricerca portata avanti nel corso di oltre trent’anni dall’ingegner Seracini con grande acume e inflessibile perseveranza allo scopo di accertare se qualcosa della pittura di Leonardo, ancora ammirata nel 1549, esista ancora sotto gli affreschi del Vasari. Il lungo e non facile cammino percorso in tutti questi anni, ha portato a straordinari risultati per quanto riguarda l’originaria configurazione dell’intero palazzo al tempo di Leonardo”.
“Il convegno di oggi è un passaggio assolutamente significativo - ha detto il presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi – e lega nello spirito delle iniziative del Genio fiorentino la grandezza del passato con la ricerca scientifica innovativa contemporanea. Considero aver assistito alla presentazione di Seracini e Hatfield un incredibile privilegio. Ciò che è stato oggi mostrato impone di procedere da subito alle ultime e decisive verifiche, la sensazione di essere a un passo dal ritrovamento del capolavoro di Leonardo è basata su documenti storici, architettonici, ingegneristici. Dopo aver visto all’opera Seracini sono sempre più convinto che, come recita lo slogan della nostra manifestazione, a Firenze davvero il Genio continua…" .

Redazione Nove da Firenze