PUPA REGINA OPERE DI FANGO al teatro La Pergola


Da martedì 25 a giovedì 27 gennaio 2005 il Teatro della Pergola presenta PUPA REGINA OPERE DI FANGO di Franco Scaldati, uno spettacolo di Marion D’Amburgo e Lucia Ragni, con Lucia Ragni, Marion D’Amburgo, Rosario Del Duca, scene e costumi Franz Prestieri, musiche originali Rosario Del Duca, luci Salvatore Lerro.
Pupa regina opere di fango è l’ultima opera poetica di Franco Scaldati composta nel febbraio del 2003. Rappresentato in prima assoluta al festival Benevento città spettacolo 2003 è poi approdato oltralpe alla rassegna ideata a Parigi da Maurizio Scaparro Les Italiens, ed è stato nel 2004 finalista del premio ETI Gli olimpici del teatro quale migliore spettacolo di innovazione.
Due le attrici/registe che scelgono di rendere proprio il linguaggio poetico di Scaldati e di trasformarlo in un canto del corpo. Marion D’Amburgo e Lucia Ragni propongono un monologo a due voci, doppio come le due facce di una stessa medaglia. Pupa Regina è intriso degli umori del giardino dell’Albergheria di Palermo, sede e luogo ispiratore del "teatro degli incantamenti" di Scaldati. E’ in questo spazio antico infatti, che nasce il canto/lingua del drammaturgo siciliano e risuona in quartine e ottave nelle parole di Pupa e Regina immaginate dalle attrici/registe come sante/prostitute pronte a donarsi in un ultimo viaggio tra la gente, per la processione del giorno dei morti. Come immaginette sacre cristallizzate in due tabernacoli che alla fine si trasformeranno in portantine da processione, Pupa (Marion D’Amburgo) e Regina (Lucia Ragni) nei loro abiti damascati celeste e rosa, scalze e col capo cinto da coroncine di fiori, iniziano ad animare un canto dolente di sofferenza femminile di un quotidiano disgraziato vissuto nella miseria dei quartieri popolari di Palermo.
Il racconto ricompone a spezzoni le vite parallele e simbiotiche delle due donne, legate da antica passione e finite tragicamente. Le loro voci lontane inseguono ossessioni e sensualità, anelano all’estasi e rimpiangono umanissimi desideri, nel febbricitante passaggio dalla vita alla morte. Fragili visioni fuori dal tempo, restano lì a svelare la nostalgia del corpo e del piacere che precede la santità e ne viene al tempo stesso negato.
La lingua/canto di Scaldati è il veicolo che conduce lo spettatore dentro l'occhio dell'attore, interprete delle sue paure, delle sue certezze, fragili ed eterne, delle sue tristezze e della sua muta disperazione della vita, dentro dunque una performance inevitabile. Ritmo e musicalità tessono una partitura aperta e scandita, fatta di parole già note e di note che diventano parole e immagini.Quello di Franco Scaldati è un Teatro di voci: alla musica, alle immagini, alla parola s'intrecciano scene di incantamenti, voci che sgocciolano lentamente secondo un ritmo ineffabile che vibra nella coscienza dello spettatore. Pupa e Regina si raccontano in un giardino che racconta tentazioni e desideri spenti nell’anima, anime in continua lotta con la morte e che desiderano vivere nonostante il silenzio della vita.
Note di regia
"…crepuscolo di maggio, dolce come sempre, voli e stridii di ombre si incrociano, l’aria è dolce, arriva il testo di Polifemo, così nei miei pensieri chiamo Franco Scaldati che, dal suo antro palermitano, ha dato supremo incanto al desiderio. Si è aperto davanti a me con il suo dialetto barocco, infuocato, induce in me una malinconia antica e infantile. Ritrovo la Palermo segreta che ho sempre vissuto come una città amante, una pupa di zucchero… …vorrei che Pupa e Regina cantassero e il canto fosse la condizione delle due attrici, vorrei che la realtà dei loro corpi invecchiati raccontasse il desiderio e, al tempo stesso, la loro storia teatrale…." Marion D’Amburgo
"…Pupa e Regina sono, forse, prostitute palermitane uccise dal protettore geloso di una delle due e condannate a scontare, in una fissità da immaginetta che per esse è tutto (rovente limbo, purgatorio freddo, tettoia di cellophane attraverso la quale contemplare le "bleu du ciel", caverna dentro la quale ripararsi dalla tempesta, fangosa palude di inconcluse parole…), la passione erotica che le ha unite in vita… Pupa e Regina sono, forse, due icone che ingannano l’attesa dell’imminente processione animandosi in maniera fittizia, immaginando frammenti di sconosciuta quotidianità, mettendo in scena un lacerato teatrino dove tutto (acqua, fango, vento, vita, morte, sesso…) esiste solo finché esiste la parola… chiunque Pupa e Regina siano, il meccanismo è uguale, la pena è la stessa: essere continuamente invase e svuotate da un dirompente fiume di parole… l’ambigua ‘Creatura’ che viene ad annunciare il termine del periodo di espiazione viene, forse, a pronunciare un’ulteriore condanna: la condanna al silenzio… e se non si trattasse di vera liberazione?… se la processione finale non avesse funzione di catarsi e di ascesa ma fosse solo il falso finale di un rito destinato a ripetersi in eterno?…" Lucia Ragni.

Redazione Nove da Firenze