Tre capolavori di Silvestro Lega alla mostra di fine anno di Bottega d'Arte a Livorno (inaugurazione sabato 6 dicembre alle 16,30)


LIVORNO - Sarà inaugurata sabato 6 dicembre, alle ore 16,30, a Bottega d’Arte (Via E.Mayer,67, Livorno, tel.0586 – 899137), la mostra dedicata a “Silvestro Lega e gli artisti livornesi della terza generazione”.
Al centro della mostra di fine anno di Bottega d’Arte, la galleria livornese che più di ogni altra ha valorizzato e fatto conoscere la pittura labronica di fine Ottocento e di inizi Novecento, ci saranno tre capolavori di Silvestro Lega, degli anni ’80 e ’90 dell’Ottocento.
Da poche settimane si è conclusa presso il Castello Pasquini di Castiglioncello la bella mostra “Silvestro Lega da Bellariva al Gabbro”. Pertanto non poteva presentarsi occasione migliore per sottoporre all’affezionata clientela e a tutti quanti avranno occasione di visitare Bottega d’Arte, altre tre opere molto importanti e significative del maestro romagnolo, non presenti all’esposizione di Castiglioncello.
Sono tre opere della maturità, che l’artista macchiaiolo dipinse negli ultimi quindici anni della sua vita.
Di impronta impressionista il quadro “La villa Bandini al Gabbro”, del 1882, “anche per la tecnica che sostituisce al colore il chiaroscuro”.
Raffigura appunto le signore Bandini immortalate sulla terrazza della loro villa al Gabbro; in primo piano una panchina grigia, poi le donne, una con l’abito bianco e l’altra viola, intorno un cielo bianco, senza sole. Una creazione improntata ad un naturalismo più di plein-air, rispetto al purismo delle opere degli anni Sessanta come la celebre “Visita” o “Il pergolato”.
Può essere letto quasi come un omaggio alla “Colazione sull’erba” di Manet, ma con la modernità di un quadro di Degas, lo splendido“Le signore Bandini e Cecchini sul prato”, del 1885: di piccolo formato, tratteggiata da verdi intensi, è un’opera di grande valore, testimonianza del completamento del processo di interiorizzazione del vero compiuto dall’ artista. Sul retro si può leggere una “autenticazione” scritta a mano da Margherita Riccomanni, figlia di Anna Cecchini: “Questo dipinto raffigurante mia madre e le mie zie Cecchini e Tommasi è sempre stato in casa nostra dalla sua esecuzione quale opera originale di Lega che verso il 1885 era ospite nella tenuta a Semprugnano” .
Infine un quadro di sgargiante bellezza: “Gioieioie materne”, del 1892 circa.
Vi è raffigurato una giovane madre che allatta al seno il proprio bambino. Una bellezza popolana e naturale, resa più vera dal rosso del fazzoletto, lo stesso colore della maglia del lattante, che valorizza il bianco del corpo e del volto.
E’ un tema caro all’artista, già ripreso circa una decina di anni prima con il dipinto “Maternità”, esposto di recente a Milano.
In questo quadro il Lega “dà di sé l’immagine più tradizionale di pittore legato alla tipica tematica ottocentesca, che esalta i sentimenti e le emozioni della vita familiare”.
La mostra di Bottega d’arte riunirà inoltre una serie di opere di artisti livornesi della terza generazione della “macchia” : paesaggi semplici e intensi che ricordano Fattori e Cezanne, ma anche scene di vita quotidiana che si ispirano alle atmosfere di “serena gaiezza” di Silvestro Lega. Il tutto condito da un pizzico – ma solo un pizzico - di esotismo, da Guglielmo Micheli a Carlo Domenici, fino a Renato Natali e Gino Romiti, passando da Cafiero Filippelli a Giovanni Bartolena.

I postmacchiaioli e gli artisti livornesi della terza generazione
Sono questi gli ingredienti della mostra che Bottega d’Arte dedica ai post macchiaioli e agli artisti toscani della terza generazione.
Una trentina di opere accuratamente selezionate, molte delle quali custodite fino a questo momento in collezioni private, ci porta a ripercorrere l’eredità lasciata dai maestri macchiaioli, così come fu interpretata alla fine dell’Ottocento fino a metà del Novecento.
I temi della campagna e delle marine sono ripresi e proposti in ogni sfumatura e angolazione.
Si possono ammirare due dipinti di Guglielmo Micheli, una campagna livornese il primo, mentre particolarmente felice è il quadro che rappresenta un canale navigabile dai verdi molto chiari.
L’abilità e lo stile di derivazione pucciniana di Carlo Domenici è rappresentato da una classica casa colonica livornese, con tre figure tra le quali quella di un ragazzino e da un’altra opera della stessa epoca (gli anni Trenta) che rappresenta sempre campagna, forse dalle parti di Castiglioncello, con il mare sullo sfondo. Assai pregevole, sempre di Domenici, un angolo del porto di Livorno, più volte ripetuto dal maestro postmacchiaiolo livornese Mario Puccini.
Ha un’impostazione “tommasiana” la bella veduta di campagna lucchese di Eugenio Carraresi, senza sole ma molto luminosa, con un pozzo in primo piano. Dello stesso artista un’altra pregevole opera campestre, eseguita nei dintorni di Porcari, con contadine, covone, galline (e che ancora di più ci ricorda il suo maestro angiolo Tommasi) e poi alcuni bozzetti di ispirazione fattoriana.
Deliziosa la strada livornese che, con spirito quasi impressionista, Ugo Manaresi immortala nel 1908, con una villa color mattone sullo sfondo, cielo da temporale e in primo piano una figuretta femminile in nero con l’ombrellino
Di grande pregio un “Porto di Livorno” del 1883-84, piccolo , dettagliato, luminoso, con un peschereccio in primo piano, ad opera di Francesco Gioli.
Di Ludovico Tommasi, una via di Montenero che risale agli anni Venti, periodo centrale della produzione dell’artista e che raffigura una stradina del borgo in salita, dove le predominanti tinte giallo rosa ci riportano alle caratteristiche architettoniche del luogo ed alla tavolozza tipica di quegli anni del maestro livornese.
Ha i colori del rame il tramonto all’Ardenza di Giovanni Lomi, che riprende dei paciosi bagnanti sugli scogli piatti e i colori violetti del del tramonto il “Pascolo in riva al lago”che l’artista, con il suo stile pacato e discorsivo, ha forse solo immaginato, forse visto davvero.
Onde più vere del vero si rifrangono sulla costa livornese nel quadro di Gino Romiti del 1934 (XII era fascista) e fiori ben definiti spiccano nei giardini all’Ardenza colti in maniera piuttosto elaborata dallo stesso autore, del quale, ancora, è proposto uno scorcio di Montecarlo di Lucca (o meglio, della frazione di S.Salvatore), assai moderno come impostazione. Quest ultima opera è messa a confronto con un quadro di molti anni prima, che raffigura esattamente lo stesso paesaggio. Sempre di Romiti un piccolissimo quadro del ’38, il giardino di una casa, fiori, un pergolato e infine un mare “Notturno” con due piccole figure di spalle che guardano la distesa piatta di acqua. Ma l’artista labronico è ancor meglio rappresentato da un paesaggio suggestivo della Valtrompia, un poggio alberato che viene piano piano avvolto dalle nubi che salgono.
Il colore era vita per Giovanni Bartolena, che qui è protagonista con due nature morte: una con fichi su un piatto bianco e blu e l’altra con uno splendido mazzo di fiori rosso e arancio . Gli fanno da contrappunto, spettacolari, accesi, i gladioli viola, bianchi e rossi che Cafiero Filippelli ha immerso nell’acqua di un lineare vaso trasparente, mentre non dispiacerà agli spiriti più moderni il bozzetto, vivace e caldo, che raffigura una spiaggetta ligure, con ombrelloni e luce accecante.
Colori pastello per i Faraglioni di Capri di Alfredo Muller, alla maniera pointillista, un’opera che fu esposta alla mostra sul Divisionismo toscano a Villa Mimbelli.
Raffinatissima la testina di Angiolino Tommasi, una giovane contadina con il fazzoletto rosso.
Una rarità, il minuscolo quadretto del periodo orientale di Adolfo Belinbau: una città del medioriente che emerge come un miraggio da una nebbia dorata.
Risale a oltre 60 sessant’anni fa la “Carrozza” di Renato Natali, opera molto fine, che vede in primo piano un lento cavallo con una coperta rossa sulla groppa, un albero, sullo sfondo montagne violette. Sempre di Natali, degli anni Trenta, una “passeggiata sotto la pioggia”, che raffigura Via Mentana, a Livorno, gocce che fanno risaltare i colori lividi della luce serale e ancora un trittico molto elegante, con la Rotonda d’Ardenza, uno scorcio della Livorno vecchia, e una marina livornese sferzata dal libeccio, il tutto risalente agli anni Quaranta.

Redazione Nove da Firenze