Margaret Bourke-White alla Sala D’Arme di P.zza della Signoria


Oggi sarà inaugurata nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio a Firenze, la mostra Margaret Bourke- White, una retrospettiva dedicata alla famosa fotografa americana, presentata da Contrasto, Life Gallery insieme all’assessorato alla cultura del Comune di Firenze, ed in collaborazione con la Regione Toscana e il Credito Artigiano.
Margaret Bourke-White comincia a fotografare nell’America degli anni Venti.
Possiede una incredibile forza di volontà, la mania del perfezionismo e una gran voglia di misurarsi non solo con la fotografia ma anche con temi poco usuali per una donna: il mondo dell’industria, la grande attualità, i reportage sull’America e sul nostro tempo che cambia.
Comincia da qui, da queste prime fotografie del ‘25, una carriera straordinaria di donna e di fotografa che la porterà, per cinque diverse decadi, a percorrere gli Stati Uniti fotografando l’emarginazione e le difficoltà del suo paese ma anche le grandi industrie in espansione e i cantieri navali, l’Europa della fine della guerra e dei campi di concentramento finalmente aperti, la Russia, il Messico degli anni ‘50, l’India di Gandhi e di Pandit Nerhu, il Sud Africa delle miniere.
Fotografa di grande forza ed energia, sua è la prima, storica, copertina di Life, come sue sono alcune delle immagini più significative del nostro tempo: dal ritratto di Gandhi vicino all’arcolaio nella sua stanza, alle visioni dell’America vista dall’alto, ai deportati di Buchenwald, ai minatori del SudAfrica.
In tutta la sua carriera, Margaret attribuì sempre un enorme valore alla propria indipendenza professionale, per potersi dedicare ai libri, alle mostre e al lavoro come freelance: un modo pionieristico di intendere la vita e la professione.
Una fotografia, la sua, sempre vigorosa, che non trascura nessun aspetto e non si ferma davanti a nulla, in grado di instaurare un rapporto del tutto originale, e nuovo soprattutto per una donna, tra fotografia industriale e fotografia di guerra. Le immagini di Buchenwald sono un documento eccezionale, così come, in un altro senso, lo sono le sue vedute aeree.
La mostra Margaret Bourke-White fotografa come il libro che l’accompagna pubblicato da Contrasto è dedicata alla vita eccezionale di questa donna.
Il progetto è realizzato in collaborazione con A+G Achilli Ghizzardi Associati e con Il Diario.
Questa mostra rientra nell’ambito di un programma più vasto di iniziative intorno al tema – di terribile attualità - della coesistenza culturale:
Sotto lo stesso cielo. Il progetto prevede una serie di appuntamenti ed incontri con esponenti della politica, della cultura e dell’arte ed è promosso dagli assessorati alla Cultura, alla Sicurezza Sociale, alla pubblica Istruzione del Comune di Firenze, dalla Regione Toscana e dal Consiglio Territoriale per l’Immigrazione. Alla mostra “Margaret Bourke-White” seguirà, nel 2002 Viaggio negli Islam un imponente reportage realizzato da Abbas, grande fotografo d’origine iraniana, membro dell’Agenzia Magnum, che per sette anni ha viaggiato attraverso il mondo islamico.

Note biografiche
Nata il 14 giugno del 1904, Margaret era figlia di un ingegnere che progettava macchine per la stampa tipografica. Suo padre la porta, a soli otto anni, a visitare le acciaierie dove si realizzano i suoi progetti: “A quell’età la fonderia rappresentava per me il principio e la fine di ogni bellezza”, scriverà nel 1963 nella sua autobiografia Portrait of Myself : era tutto così intenso e vivo che finì per condizionare l’intero corso della mia carriera”.
Poco dopo l’ingresso alla Columbia University nel 1921, il padre muore d’infarto, lasciando così poco alla famiglia che gli studi di Margaret sono pagati da alcuni amici. Lei comunque ha già imparato abbastanza sulla fotografia per cominciare a mantenersi scattando foto ricordo nei college e durante i campi estivi. Frequenta inoltre un corso alla Clarence H. White School of Photography, allora collegata alla Columbia e nel 1927, approdata nell’atmosfera elettrizzante di Clevaland, trova definitivamente se stessa come fotografa. Nel giro di sei mesi ottiene uno studio nel più nuovo e prestigioso edificio della città, la Terminal Tower: “In quel periodo lo Studio Bourke-White era un nome sulla carta da lettere e una pila di spirali nel lavello della cucina. Facevo i miei sviluppi nell’angolo di cottura e il lavaggio in bagno: il salone serviva come luogo di ricevimento dopo aver fatto rientrare il letto a scomparsa”.
Il successo arriva ben presto grazie alla determinazione, alla voglia di esplorare nuovi spazi e nuove tecniche. Per le sue foto si arrampicava sui ponteggi traballanti, così vicino alle grandi colate di metallo fuso da rischiare di fondere i filtri dell’obiettivo realizzando immagini inconsuete, drammatiche e ricche di poesia.
Nel 1929 si compie la svolta professionale. Conosce Henry Luce, caporedattore di Time, che la invita a trasferirsi a New York per collaborare alla fondazione di nuova rivista illustrata: Fortune. “Era proprio il ruolo che secondo me avrebbe dovuto svolgere la fotografia, ma a un livello anche più alto di quanto avessi potuto immaginare”. Nel giro di qualche settimana Margaret firma un contratto da mille dollari al mese e si mette all’opera per definire i servizi destinati al numero inaugurale, previsto per il gennaio 1930.
Margaret comincia a guardarsi intorno, a voler uscire dalla sua nazione.
Grazie a Fortune sempre nel 1930 parte per fotografare le industrie tedesche che si stavano risollevando dalle macerie della Prima Guerra Mondiale, ma il viaggio le serve anche per aprirsi un varco verso la Russia: “sentivo che la storia di una nazione che cercava di industrializzarsi praticamente da un giorno all’altro era disegnata su misura per me. Contadini che erano stati strappati alle loro falci e messi in una catena di montaggio: come potevano sopportare questo salto di secoli? Nonostante il mio approccio non fosse tecnico, frequentai le fabbriche a sufficienza per capire che l’industria produce una storia; le macchine si sviluppano e gli uomini crescono insieme a loro. Era un’occasione unica per osservare un paese nel passaggio da un passato medioevale ad un futuro industriale”.
Nonostante i suoi viaggi e il rapporto con Fortune, fino al 1936 mantiene un proprio studio, per i lavori industriali e di corporate senza per questo trascurare le diverse possibilità per libri, mostre e lavori indipendenti.
Verso la metà degli anni Trenta anche per Margaret non è più possibile ignorare gli effetti della Grande Depressione: “La siccità mi fece aprire gli occhi e capire che proprio qui, nel mio paese, c’erano mondi di cui non conoscevo praticamente nulla.” Cerca un progetto più coinvolgente, da realizzare con un giornalista esperto in questo campo. Nasce così, dalla collaborazione con lo scrittore Erskine Caldwell, la sua vasta ricognizione sul sottoproletariato americano e il loro libro You have seen their faces, è una pietra miliare della editoria fotografica.
Di nuovo nel 1936 viene chiamata da Henry Luce e di nuovo Margaret Bourke-White si assicura la copertina e il reportage più importante del primo numero di LIFE, con il primo “photo essay” mai pubblicato su una rivista americana, oltreché un posto in questa testata per il resto della sua carriera: “Mi svegliavo al mattino pronta ad ogni sorpresa che il giorno mi avrebbe portato. Amavo il ritmo veloce degli assignments di Life, la felicità di attraversare sempre nuovi territori. Tutto poteva essere conquistato. Niente era troppo difficile. E se avevi tempi stretti, tanto meglio: dicevi di si alla sfida e costruivi una storia, provando gioia e un senso di realizzazione”.
Quando nel 1941 si annulla il patto di non aggressione fra l’Unione Sovietica e la Germania, la Bourke-White è già sul posto per LIFE. “Subito dopo l’inizio dell’ostilità, le autorità militari emisero un ukase che proibiva le fotografie: chiunque veniva colto con una macchina fotografica correva il rischio di essere arrestato. Io mi trovavo lì, di fronte al più importante scoop della mia vita: il paese più grande del mondo entrava nella guerra mondiale e io ero l’unica fotografa sul posto.”
In poche settimane diviene talmente esperta nel capire quando i bombardamenti sono troppo vicini da scivolare al riparo nel rifugio solo dopo avere predisposto la sua macchina fotografica. “E’ uno spettacolo strano, così lontano che ti fa perdere ogni realtà in termini di morte o di pericolo. Ma come svanisce in fretta questo senso di immunità quando si vede la gente morire!”.
In quel periodo Margaret riesce anche ad assicurarsi una rara sessione fotografica con Stalin. Le immagini sono poi inviate tramite corriere diplomatico alla redazione di LIFE che, in piena guerra, può avere l’esclusiva di una copertura giornalistica in Russia e sul fronte asiatico.
Quando anche gli Stati Uniti entrano nel conflitto, la Bourke-White ritorna al fronte: “Nella tarda primavera del 1942, quando venni accreditata, fu disegnata per me la prima uniforme per una corrispondete di guerra donna.”
Durante la campagna italiana, soldati e generali si meravigliano della sua disponibilità a dormire nelle trincee, a partecipare alle operazioni di pattugliamento dei cieli su fragili aeroplani e ad impegnarsi negli ospedali da campo anche sotto il fuoco dell’artiglieria.
Nella primavera del 1945 è al seguito del generale Patton nella sua marcia contro la Germania; entrando a Buchenwald scrive: “Ero con la terza armata del Generale Patton quando raggiungemmo Buchenwald, nei dintorni di Weimar.
Patton fu così scosso da quello che vide che ordinò alla sua polizia di raccogliere un migliaio di civili tedeschi perché vedessero con i propri occhi quello che i loro leader avevano fatto. La polizia militare ne portò duemila. Fu la prima volta che sentii le parole che sarebbero poi state ripetute migliaia di volte: . Ma sapevano in realtà. Fu quasi un sollievo poter usare la macchina fotografica: interponeva una sottile barriera fra me e l’orrore che avevo davanti agli occhi”.
Finita la guerra, per Margaret si prepara un’altra sfida professionale, documentare la nascita della nuova India. “Arrivai nel 1946 quando l’India aveva appena acquisito l’indipendenza e fui testimone di quel rarissimo evento nella storia delle nazioni, la nascita di due paesi gemelli. Avevo un dramma storico da fotografare, con un cast di personaggi estremamente ricco, e uno degli uomini più santi che sia mai vissuto. E quando il santo fu martirizzato, ero lì.” A partire dal 1946 la storia dell’indipendenza e della divisione dell’India assorbe tutto il suo lavoro per più di due anni, fino alla pubblicazione del libro Halfway to Freedom.
Solo due anni dopo Margaret è di nuovo pronta per un’altra avventura. Nel 1950 vola in Sudafrica, dove il nuovo governo conservatore e la politica dell’apartheid attirano la sua attenzione. Scendere in una miniera d’oro fino a 2 miglia sottoterra per fotografare una coppia di minatori distrutti dal terribile calore: un ritratto di grande nobiltà, un’icona dell’ingiustizia e la sua foto preferita. “Quando raggiungemmo la piccola cavità inclinata feci fatica a riconoscere due uomini che avevo fotografato il giorno prima mentre eseguivano danze tribali. Con rivoli di sudore che scendevano sul loro petto, occhi tristi e volti marcati dalla fatica, erano trasfigurati.”
In questo periodo, non esiste lavoro in cui Margaret non provi a convincere qualche pilota a portarla con sé per realizzare almeno una veduta aerea. Il suo amore per il volo data da molto tempo; ora però i servizi vengono disegnati su misura per lei, come quello sugli Stati Uniti visti dall’elicottero.
Quando scoppia la guerra in Corea, Margaret parte di nuovo in assignment per LIFE. Al suo arrivo, l’armistizio è già stato firmato ma il suo istinto di fotografa le permette di individuare la storia ancora non raccontata della guerriglia fra le forze sud coreane e i simpatizzanti comunisti, lasciati al di sotto della zona demilitarizzata. “Mi resi conto che c’era una area importante che nessuno aveva raccontato: il popolo coreano stesso.
Certamente con la guerra che tempestava da una parte all’altra il loro paese, la gente doveva essere molto provata. Che facevano i coreani? che cosa dicevano o pensavano?“
E’ all’incirca in questo periodo che comincia a soffrire di paralisi agli arti e rigidità alle dita. Gradualmente, Margaret è costretta a scegliere con maggiore attenzione a quella che chiamava “la mia misteriosa malattia” i reportage da realizzare finché, nel 1957, è costretta a rassegnarsi: in quell’anno firma il suo ultimo lavoro per LIFE. Stenta a maneggiare la macchina fotografica e barcolla quando si alza troppo rapidamente; è il morbo di Parkinson. “La mia misteriosa malattia cominciò lentamente e facevo fatica a credere che ci fosse qualcosa che non andava. Compresi a malapena che era l’inizio movimentato di un periodo della mia vita in cui avrei dovuto aggiungere una parola al mio vocabolario - incurabile.”
Trascorre gli ultimi anni tentando di combattere la paralisi progressiva con incessanti terapie fisiche e un ottimismo inesauribile: “Se solo potrò tener duro e mantenermi in buona forma, prima o poi una porta si aprirà”. Dopo una caduta nella sua casa di Darien, nel Connecticut, muore il 27 agosto 1971, all’età di 67 anni.
In tutta la sua carriera, Margaret ha sempre attribuito un enorme valore alla propria indipendenza professionale, scegliendo da sé i reportage da realizzare, lanciandosi in grandi campagne sociali, ricercando lavori corporate e impegnandosi in libri e mostre: un modo pionieristico di intendere la vita e la professione.

Redazione Nove da Firenze