Riccardo Marasco e l’Orchestrina Moplain in piazza della Libertà


Dopo Narciso Parigi e Bandabardò mercoledì 11 luglio sarà Riccardo Marasco il graditissimo ospite di Aggiungi Un Disco a Tavola, la rassegna ideata da Ernesto De Pascale nell’ambito dell’estate 2001 del Parterre: una serie di incontri con i protagonisti della scena musicale, della cultura, dello sport e della politica fiorentina… Occasione buona dunque per curiosare tra la discografica del grande Marasco, tra classici della canzone popolare e qualche sorpresa... Plebeo e snob, colto e sboccato, Riccardo Marasco è uno degli ultimi eredi dello spiritaccio fiorentino. Menestrello, cabarettista, ricercatore di vecchie melodie, di canti sepolti nel profondo delle campagne, inghiottiti dal buco nero della storia. Fin dagli anni ’60, quando comincia nei cabaret, canta Firenze. La Firenze che è stata, senza troppe nostalgie, una città piena di pepe e di sapori forti. “Fin dall’inizio volevo polemizzare contro una linea tradizionale di canzone sdolcinata a base di Anri d’argento” dice. E fu così che si scontrò, fina dall’inizio, con le case discografiche che volevano intitolare il suo primo disco “Firenze sboccata” con il più rassicurante titolo, turistico,di “In Riva all’Arno”. Litigò anche con l’allora Sindaco, l’amatissimo Piero Bargellini, che non accettava aggettivi simili per la sua città. Era il 1969. Un anno prima, c’era stato l’esordio al Teatro Rondò di Bacco. Vennero altri dischi, altri spettacoli. E Firenze sempre al centro del suo mondo. Il sesto album, una satira sul calcio e sui tifosi, lo ha intitolato direttamente “Alè Viola”: nel 1982 fu sparato dall’altoparlante del Comunale prima di Fiorentina-Juventus – incontro decisivo per uno scudetto che, ovviamente, i viola non vinsero - . Uno dei suoi ultimi dischi si chiama “Ma Firenze... la cognoschi?”, dove canta le lodi del cocomero e della ribollita, e si arrabbia contro quella città nuova, che non riconosce più. La Firenze di oggi è, però, solo un frammento del mondo che Marasco ricrea. Ci sono le liriche scollacciate della Firenze rinascimentale, le canzoni di corte, gli stornelli, le villanelle, gli strambotti. Le voci di vecchiette, di boscaioli, di braccianti, di antici araldi e di cantori, le ha recuperate quando erano già dimenticate, in bilico sul buco nero della memoria storica. Eccolo così esibirsi nei canti popolari della Maremma, a cominciare da “Maremma Amara”, che era già nel repertorio dei cantori a liuto del Cinquecento. Ma Marasco canta anche la morte di Pia De’ Tolomei e le scorribande dei briganti. E confeziona canzoni sboccate, da fiorentinaccio. La famosa “Alluvione”, o quella “via Panicale”, che è tutto un ritratto scollacciato di tipologie di donnine dei rioni, povere ma belle, sempre appetitose e spicce nei modi. O la “Teresina”, non proprio un modello di bon ton. Laureato in ingegneria elettronica, Marasco comincia a cantare alla metà degli anni ’60: e inizia subito, nei cabaret fiorentini dove si incontra Caterina Bueno, a definire la sua figura di chansonnier d’altri tempi, sospeso tra il teatro, l’avanspettacolo e la canzone, il cui modello, palese e grandissimo, è Odoardo Spadaro, il capostipite della canzone fiorentina, di cui Marasco non perde occasione per celebrare il culto, e per riproporre melodie immortali, come “La porti un bacione a Firenze”. Oggi ci sono pochi baci da portare alla sua Firenze. Marasco non la riconosce più. Nelle sue sparate in musica non risparmia niente di questà città che “sembra la controfigura della Fifth Avenue”. Assediata dal turismo di massa, dai giapponesi, dalla paccottiglia dei venditori ambulanti e dei fast food. Qualche volta cade nella retorica, qualche volta h ragione.

Atmosfere lounge di marca italiana sabato 14 luglio al Parterre di Piazza della Libertà con l’Orchestrina Moplain, una gustosissima formazione devota al repertorio musicale “commerciale” degli anni 50/60. Qualche esempio? I jingle degli spot Fernet Branca e Birra Peroni di quel periodo, le colonne sonore di Gianni Ferrio, le sigle della Tv dei ragazzi... L’Orchestrina Moplain nasce tre anni fa dalla voglia di esplorare e riscoprire ciò che genericamente viene definito come Lounge Music, un insieme di suoni e stili che sembravano definitivamente sepolti negli anni 50 e 60 e invece inaspettatamente attuali. La voce misteriosa di Yma Sumac, il sound exotico di Martin Denny e di Esquivel , le colonne sonore delle spie di John Barry insieme alle sigle delle serie televisive americane più popolari, si affiancano alla creatività della produzione italiana, il “sexi-jazz” di Piero Umilani, le prove orchestrali di Ennio Morricone e di Piero Piccioni, ma anche i brani swinganti pop/jazz di Gianni Ferrio o del maestro Roberto Pregadio. Musiche che evocano luoghi esotici ed universi popolati da agenti segreti e scapoli impenitenti sempre alle prese con donne fascinose, cocktails ed auto lussuose. Il repertorio presentato dall’ Orchestrina recupera queste atmosfere attingendo dalle pubblicità di Carosello (Fernet Branca, Birra Peroni), dai ritmi beat della cantante Brunetta (Baluba Shake), dall’ironia maliziosa di Dorellik (Arriva La Bomba), dalla bossa lounge di Jobim (Girl Of Ipanema, Desafinado), dalla Space Age Pop Music (Music To Watch Girls By, A Shot in the Dark) ed infine dalle colonne sonore dei B-Movies Italiani degli anni 70 (Eva La Venere Selvaggia). La formazione ha subito nel tempo numerose trasformazioni; ai 10 elementi che attualmente si esibiscono sul palco, si affiancano altri che si dedicano alla ricerca ed all’approfondimento della “cultura lounge” anche in ambito non strettamente musicale (immagini, video, abiti di scena…): un tentativo di definire la nuova Generazione Cocktail.

Redazione Nove da Firenze