Rubrica — Europe Direct

Valanghe di denaro 'facile' dal Next Generation Eu? Guai se indirizzate al buio su investimenti fallimentari!

Idra cita Roberto Perotti, docente di economia politica alla Bocconi, temendo ricadute nefaste su Firenze: “C’è il rischio molto concreto che il Recovery Fund venga usato su alcune opere infrastrutturali che non sono giustificate dalla domanda”


Non cessa l’appello, da parte di ambienti politici, economici e sindacali toscani, a proseguire con gli investimenti nelle vecchie ‘grandi’ infrastrutture, nonostante esperienze quanto meno discutibili come il doppio sotto-attraversamento TAV di Firenze, mai decollato a 21 anni dall’approvazione del progetto, nonostante il Covid, nonostante la crisi dei trasporti, nonostante la fame di investimenti in innovazione, agricoltura, ambiente e futuro.

Ecco allora che l’associazione Idra, che dal 1994 contrasta gli sprechi delle ‘grandi opere’, parte civile nel procedimento penale e parte ad adiuvandum in quello contabile per i danni provocati dalla TAV in Mugello e a Monte Morello, raccoglie e rilancia le parole di uno stimato docente di economia politica all’Università Bocconi, Roberto Perotti, interpellato ieri da Sebastiano Barisoni nel corso del suo appuntamento quotidiano “Focus economia” sulle frequenze di Radio 24. Ecco la ricostruzione che di quella trasmissione ci restituisce Idra.

“Forse non se l’aspettava, il simpatico Sebastiano Barisoni, quella ragionevolissima precisazione che gli ha fatto a bruciapelo Roberto Perotti, rispondendo su ciò che sarebbe sensato e insensato fare, con la favolosa pioggia di soldi in arrivo dall’Europa col Recovery Plan.

Domanda Barisoni (minuto 56:42): “Sono un po’ preoccupato (…) dal silenzio sul famoso Recovery Plan (…)”.

Risponde Perotti: “Io sono sempre stato molto scettico sul Recovery Plan, per un motivo molto semplice: perché ci si chiede di spendere 209 miliardi in tre anni, e decidere in tre o quattro mesi come spendere una cifra enorme: è circa il 40% del bilancio annuale dello Stato, è quindi una cifra enorme (…). La nozione di capacità di spesa si è persa completamente, cioè di dire che c’è un tetto massimo che un’organizzazione può spendere efficacemente e costruttivamente, oltre il quale non si riesce a andare. E chiaramente 200 miliardi in tre anni con tre mesi di preparazione è ben al di là della nostra capacità di spesa. Non solo della nostra: di qualunque organizzazione!”

Replica Barisoni: “Ecco, senta, mi dica una cosa in una battuta, che devo chiudere… ma, anche se la spesa venisse indirizzata, per esempio, su grandi opere infrastrutturali che sono in grado di assorbire molto di questa spesa…?

Conclude Perotti: “Beh, quello è un grossissimo pericolo, perché c’è il rischio, e credo che sia molto concreto e credo che si realizzerà quasi sicuramente, che venga utilizzata in opere infrastrutturali che non vale la pena di fare. Ma l’idea è ‘tanto ci son questi soldi’, sembrano gratis, in realtà non son gratis, o non tutti sono gratis, ‘dobbiamo spenderli in fretta su investimenti’, e quindi c’è il rischio molto concreto che venga usato su alcune opere infrastrutturali che non sono giustificate dalla domanda.

Per Barisoni un attimo di imbarazzo, un sospirone, e si chiude la puntata”.

Da qui parte il commento di Idra, declinato in chiave fiorentina e non solo.

“Si medita forse ancora di ripartire dal ‘dunque, dicevamo…’? O non urge piuttosto un’autentica inversione di tendenza culturale? Non sarebbe l’ora di accettare la semplice evidenza che quel passato pre-Covid non merita in nessun modo di essere recuperato o replicato?

Al netto della penetrazione della criminalità organizzata, dell’offesa ambientale, della crescita esponenziale dei costi e della parallela rapina erariale, oggi dire ‘grandi opere’ è come dire montagne di denaro pubblico che partoriscono miseri topolini quanto a occupazione, e risultati – se mai vantaggiosi - raggiungibili solo in capo a lustri e lustri. Mose di Venezia, TAV in Mugello e a Firenze, fantaponti/tunnel di Messina insegnano. Mentre abbiamo bisogno di tanta dignità, stabilità e capillarità nell’occupazione, opere diffuse di utilità collettiva, interventi di rammendo sociale e territoriale, di ricostruzione e messa in sicurezza, di promozione culturale e di radicale riassetto ambientale: con molti meno soldi, ma molti più benefici”.

Redazione Nove da Firenze