C’è un filo, sottile ma tenace, che unisce questo programma: l’idea dell’Italia come suono, colore, gesto teatrale. Non importa se reale o inventata: nell’Ottocento, spesso, l’Italia è un’immagine riflessa negli occhi degli altri – e proprio per questo diventa un laboratorio di ritmo, luminosità, canto. Diego Ceretta torna sul podio dell’Orchestra della Toscana – della quale è direttore principale dal 2023 – con un itinerario che mette in dialogo quattro autori diversissimi, ma capaci di parlarsi con naturalezza quando l’orchestra diventa racconto: Schumann, Weber, Schubert, Mendelssohn.
Ceretta, classe 1996, ha costruito in pochi anni un profilo riconoscibile: gesto chiaro, tensione narrativa, attenzione quasi “artigianale” alla qualità del suono e alle sue trasformazioni. Non cerca l’effetto isolato: preferisce far emergere le connessioni, far sentire come un’idea si accenda e si propaghi dall’interno dell’orchestra. È un modo di dirigere che si sposa con un programma fatto di energia e di metamorfosi, dove la forma classica è spesso il punto di partenza – non il punto d’arrivo.
L’apertura è affidata a Robert Schumann e a un titolo volutamente “anti-sinfonico”: Ouverture, Scherzo e Finale. Nel 1841 Schumann è nel pieno della sua febbre creativa orchestrale; evita la parola “Sinfonia” ma pensa da sinfonista, con una libertà tutta romantica. L’Ouverture nasce da un’ombra (mi minore) e si apre in un Allegro che sembra voler respirare a pieni polmoni; lo Scherzo porta un colore più notturno, quasi arcano; il Finale scatta con un’energia che si addensa fino a un episodio dal respiro corale, per poi chiudersi in una gioia che non ha nulla di decorativo. È Schumann che prova a essere “grande” senza irrigidirsi: una corsa, più che un monumento.
Al centro della serata, il brano che cambia la temperatura della scena: il Concerto n. 2 per clarinetto di Carl Maria von Weber. Weber viene dal teatro e lo si sente: scrive per l’orchestra come se illuminasse un palcoscenico, con tinte nette e colpi d’occhio improvvisi. Il clarinetto, strumento allora relativamente giovane, diventa protagonista ideale: voce duttile, capace di cantare e di guizzare, di sedurre e di “ridere” con virtuosismo. Nel secondo movimento, l’Andante con moto, Weber chiede al solista un legato che sembra parlare sottovoce; e poi, nel finale Alla polacca, libera la brillantezza: il gioco di agilità, salti, volatine finali è calibrato per far esplodere gli applausi, ma senza perdere controllo né eleganza.
A interpretarlo è Kevin Spagnolo, clarinettista che unisce una tecnica di apparente naturalezza a un modo di fraseggiare molto “vocale”, come se la linea avesse sempre un respiro umano dietro. Nel 2018, a 22 anni, ha vinto il Primo Premio al Concorso Internazionale di Ginevra; da allora la sua traiettoria è diventata internazionale, con un repertorio che alterna la vertigine del virtuosismo a una cura particolare per la qualità del suono e del colore. E c’è un dettaglio che racconta bene la sua prontezza: nel 2022 ha sostituito all’ultimo momento Martin Fröst in tournée con la Swedish Chamber Orchestra, trasformando un imprevisto in un debutto memorabile.
Dopo Weber, l’“Italia” entra in scena in modo esplicito ma con doppio fondo. L’Ouverture in stile italiano di Franz Schubertnasce come omaggio alla Vienna “rossiniana” dei primi anni Venti: una pagina frizzante, piena di humour e mestiere, dove Schubert dimostra di saper parlare il linguaggio del gusto dominante senza smarrire la propria intelligenza armonica. Non è travestimento: è un gioco di specchi, in cui la brillantezza italiana diventa, per Schubert, un modo per uscire dall’intimità e immaginare un pubblico più vasto.
La chiusura è uno dei ritratti più celebri (e più ambigui) dell’italianità vista da nord: la Sinfonia n. 4 “Italiana” di Felix Mendelssohn. Nata dalle suggestioni del viaggio nella penisola, non descrive cartoline: costruisce “topoi” musicali – vitalismo, chiarezza, ritmo, folklore trasformato in scrittura – con una classicità che tiene a bada l’anelito romantico. L’Andante ha qualcosa di processionale, quasi una marcia in penombra; il finale, un Saltarello in minore, è un paradosso felicissimo: danza febbrile e impeccabile virtuosismo orchestrale, come se la luce avesse improvvisamente un lato più tagliente.
In controluce, questo concerto racconta anche un momento dell’ORT: un’orchestra che, con Ceretta, sta costruendo un’identità riconoscibile nel grande repertorio romantico e nel modo di metterlo in relazione, sera dopo sera, come capitoli di un racconto più ampio.