Meningite in Toscana: siamo tutti portatori, terapia e prevenzione

 In Toscana si sono verificati numerosi casi, ma secondo gli esperti "Non possiamo parlare di epidemia: tutti i casi sono isolati"


Meningite e Sepsi meningococcica sono malattie estremamente gravi. La sepsi può causare la morte di una persona ogni quattro colpite e può lasciare esiti gravemente invalidanti nei sopravvissuti.
I casi di Meningite segnalati in Toscana hanno messo in allarme la popolazione che, complice la gratuità della vaccinazione, sta facendo massiccia richiesta e ricorso alla iniezione delle nuove dosi di vaccino distribuite presso le Asl.

La dottoressa Chiara Azzari ha contribuito alla tipizzazione del germe effettuata nei laboratori del Meyer di Firenze e questo ha permesso di dimostrare che a circolare è un germe ben conosciuto per la sua aggressività, il tipo C-ST11, uno dei più comuni in Italia, particolarmente aggressivo però sensibile alle terapie antibiotiche.  

Chiara Azzari, professore dell'Università di Firenze, coordinatore scientifico del Meyer di Firenze, dirige il Centro di Immunologia e i Laboratori per diagnosi delle malattie invasive batteriche e ci aiuta ad approfondire l'argomento rispondendo ad alcune domande poste da Nove da Firenze.

Professoressa ha una ipotesi su cosa può essere avvenuto in Toscana, come mai una malattia "infantile" si è allargata ad altre fasce della popolazione? "Siamo a molto più di una ipotesi. Il cluster di infezioni del 2015 e 2016 si è verificato in adulti e anziani perché la grande maggioranza dei bambini e degli adolescenti, che normalmente sono i più colpiti dal germe, erano vaccinati. La vaccinazione non ha fatto spostare l'età di malattia negli adulti o anziani; quello che si è verificato è che sono stati eliminati i casi di una certa età per merito della vaccinazione. Se i bambini e gli adolescenti non fossero stati vaccinati i casi sarebbero stati molto più numerosi. Avremmo avuto una vera epidemia"

Quale attività ha svolto e svolge il laboratorio del Meyer incaricato di rilevare la presenza del batterio: come, in pratica, se ne rintraccia la presenza? "Insieme al Dr. Massimo Resti e alla dr.ssa Maria Moriondo ho messo a punto il test rapido della meningite (come è stato definito dai media) che dal 2005 utilizziamo per tutte le malattie invasive batteriche per arrivare a una veloce e certa diagnosi. Il test individua direttamente la presenza del DNA di un batterio, anche quando questo, per motivi più diversi - ad esempio una terapia antibiotica già iniziata o un problema di trasporto del campione - non riesce a crescere nelle piastre di coltura che si utilizzavano fino ad oggi. Fino a qualche anno fa per conoscere il germe responsabile di una malattia bisognava prendere un campione di sangue, seminarlo su una piastra di coltura ed aspettare la crescita del germe. Ci volevano dei giorni. Inoltre in molti casi, anche in presenza di una malattia gravissima o addirittura mortale, non si vedeva crescere nessun germe. L'origine della malattia rimaneva sconosciuta. Allora abbiamo deciso di non aspettare la crescita del germe, ma di cercare direttamente, nel campione di sangue o di liquor, il suo DNA. E così abbiamo potuto fare diagnosi in moltissimi casi in cui la coltura falliva. Il test ha dimostrato non solo un'altissima sensibilità, ma anche una specificità del 100% (non individua campioni falsi positivi). Il test molecolare può fare tante cose: la diagnosi di meningite e sepsi in pochi minuti, ma anche l'indagine del sierotipo e di tutti i geni che determinano la aggressività di un germe. Da allora l'attività si è estesa a molti germi, individuandone sempre un maggior numero di dettagli per campioni che vengono dalla Toscana e da altre regioni. E' questo che ora fanno ogni giorno, i biologi molecolari che lavorano nel Laboratorio di Immunologia del Meyer".

 Esistono "solamente" i casi gravi e segnalati per la profilassi, o vi sono stati in questi mesi casi di minore entità trattati con antibiotici? "Tutti i casi diagnosticati, indipendentemente dalla gravità, devono essere segnalati per la profilassi. Non ci sono quindi casi che, fatta la diagnosi, vengono solo trattati con antibiotico senza che la profilassi dei contatti venga eseguita. Infatti sono contagiosi nello stesso modo sia il paziente che ha solo una faringite da meningococco che quello che ha una sepsi mortale. Direi che forse quello che ha la faringite potrebbe essere anche più pericoloso, perché probabilmente continua ad andare al lavoro o a scuola. E' fondamentale quindi che tutti i casi siano segnalati e la profilassi sia effettuata. Caso mai potremmo dire che è possibile che alcuni casi ci sfuggano, che esistano pazienti che si sono ammalati di una forma lieve, che non sono stati sottoposti al test e che quindi non sono stati scoperti. Credo che di questi casi ce ne siano, ma è davvero impossibile quantificare".

 La prevenzione è affidata alle difese immunitarie attivate per mezzo degli antigeni oppure vi sono altri accorgimenti che si possono usare per scongiurare l'infezione da batterio? "Il meningococco si diffonde mediante le goccioline che escono dalla bocca di un soggetto portatore mentre parla o mentre respira. Queste goccioline passano nelle vie aeree delle persone circostanti. Ognuno di noi può essere portatore per qualche giorno senza saperlo, poi lo stato di portatore cessa per ripresentarsi magari dopo mesi. Non ci sono soggetti che restano portatori tutta la vita e soggetti che non lo sono mai. Il passaggio del meningococco è come un ping-pong tra soggetti. In alcune occasioni, invece di fermarsi nella nostra gola (e farci quindi diventare portatori per un periodo) il meningococco supera la barriera delle vie aeree e entra nel sangue. Così ci ammaliamo. E' facile quindi capire che l'unica vera arma contro il meningococco è quella vaccinale. Il vaccino anti-meningococco (sia contro il C che il vaccino tetravalente) è molto efficace e produce una buona quantità di anticorpi".

C'è forse un po' di confusione sull'effetto della protezione? "Come per tutti i vaccini ci sono individui che non sono protetti; questo non dipende dal vaccino ma dall'incapacità dell'individuo di produrre anticorpi. Le persone che non producono anticorpi dopo la vaccinazione si chiamano non-responders. Per ogni tipo di vaccino il numero dei non-responders è diverso: per il tetano rispondono al vaccino più del 99% dei soggetti, per il meningococco più del 95% dei soggetti. Tutti i soggetti che rispondono sono protetti".

Invitiamo i nostri lettori a seguire con attenzione i VIDEO informativi, curati dalla professoressa Azzari e prodotti dal Meyer di Firenze

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Antonio Lenoci