L'impatto del nuovo Piano faunistico sui boschi toscani

La crisi fiscale del sistema venatorio con i cacciatori ridotti di due terzi negli ultimi decenni

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
06 Giugno 2026 18:54
L'impatto del nuovo Piano faunistico sui boschi toscani

Lo scorso novembre, le associazioni ambientaliste e animaliste hanno presentato ben 241 osservazioni tecniche al Piano. Di queste, solo 39 sono state accolte nel testo finale. Al contrario, le istanze provenienti dal mondo venatorio e dagli Ambiti Territoriali di Caccia risultano "del tutto recepite". Questa asimmetria nel dialogo non è solo un dettaglio tecnico, ma il segnale di un sistema che fatica ad aprirsi alla partecipazione collettiva.

Il dato viene portato all'attenzione da Irene Galletti: dal 2000 ad oggi, i cacciatori in Toscana si sono ridotti di quasi due terzi. Oggi rappresentano appena il 2% della popolazione. Ma l'analisi va oltre la demografia: questo declino mette a nudo un paradosso finanziario insostenibile per gli ATC.

Per decenni, il sistema di tutela del territorio si è basato economicamente sulla cospicua fiscalità derivante dalle licenze di caccia. Con la scomparsa dei cacciatori, l'intero equilibrio finanziario della gestione faunistica è sull'orlo del precipizio. Non si tratta più solo di una scelta etica, ma della necessità di trovare un nuovo modello di gestione che non dipenda dall'attività estrattiva (la caccia) per finanziare la protezione dell'ambiente. Irene Galletti ha rivendicato l'azione del Movimento 5 Stelle nel "riequilibrare" un Piano che, nella sua versione del 2025, definiva il cacciatore come "tutore dell'ecosistema e della biodiversità".

Questa definizione è stata respinta come una strategia comunicativa non neutrale e priva di fondamento scientifico. Come sottolineato da Galletti, il vero punto di svolta è la centralità degli ecosistemi rispetto all'azione umana. I dati Eurispes parlano chiaro: il 73% degli italiani è contrario alla caccia. Eppure, le politiche regionali sembrano ancora gravitare attorno alle esigenze del restante 2%.

In questo contesto, emerge con forza il concetto di fauna selvatica come "patrimonio indisponibile dello Stato". È una traduzione giuridica di un principio etico potente: gli animali non sono una risorsa a disposizione di una categoria o dei proprietari terrieri, ma un bene comune che appartiene a tutti, compresi i cittadini che non metteranno mai piede in un bosco. È un patrimonio che lo Stato ha il dovere di conservare per l'interesse collettivo, non di gestire come un "problema" venatorio.

Il percorso del Piano Faunistico Venatorio è tutt'altro che concluso. Il documento passerà ora al vaglio della Seconda Commissione e del Consiglio Regionale, dove si preannuncia una serrata attività di emendamento per colmare quelle lacune che la Giunta ha lasciato aperte.

La sfida che ci attende, tra le pressioni di una coalizione divisa e le urgenze del cambiamento climatico, è epocale. In un mondo dove gli equilibri naturali si sgretolano rapidamente, la tutela della biodiversità non è più un vezzo idealista, ma l'unica strategia di sopravvivenza.

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