Rubrica — Mostre

Jeff Koons, un umanista americano

Jeff Koons - Antiquity 3, 2009–11 Private Collection; courtesy Fundación Almine y Bernard Ruiz-Picasso para el Arte © Jeff Koons

Il Museo Guggenheim di Bilbao, in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi, dedica all’artista la mostra più completa sinora realizzata sulla sua opera. In attesa dell’arrivo di Koons a Firenze, per la XXIX Biennale d’Antiquariato, la mostra è visitabile fino al 27 settembre 2015. Tutte le informazioni al sito www.guggenheim-bilbao.es.


BILBAO - Nel caos tecnologico che sempre più prende il sopravvento sulla dimensione più intima dell’essere umano, anche l’arte, troppo spesso, soccombe a una tale logica, scambiando la tecnologia per un fine e non per un mezzo. Una felice eccezione è costituita dallo statunitense Jeff Koons, cui il Museo Guggenhiem di Bilbao rende omaggio con Jeff Koons: a retrospective - curata da Scott Rothkopf e Lucìa Agirre -, appunto una retrospettiva cronologica e completa della varie fasi artistiche di questo personaggio chiave dell’arte contemporanea, protagonista della scena mondiale da quasi quattro decenni.

Jeff Koons (1955), è originario di York, in Pennsylvania, dinamica realtà industriale americana del settore siderurgico (indimenticabili le scene di The Deer Hunter), ma sin dall’infanzia ha dimostrato un profondo senso estetico unito a un’acuta capacità di osservazione della realtà circostante. È infatti artista profondamente americano, che nelle grandi dimensioni delle sue sculture e delle sue tele dai colori sgargianti, riflette la “sovradimensionalità” caratterizzante il sentire del suo popolo, da sempre abituato a pensare, costruire, divertirsi, programmare, su vasta scala. Volendo analizzare le sue opere da un’ottica puramente metafisica, si può affermare che l’arte di Koons è specchio fedele e a tratti anche ironico, dell’attitudine di una società. Tuttavia, la fedeltà dell’artista nei riguardi della realtà che osserva, è così aderente da risultare acritica, lontana da atteggiamenti istrionici o provocatori. Un approccio che fa di Koons il profeta di un umanesimo artistico contemporaneo, e per il quale la tecnologia è soltanto un mezzo, e non un fine. Un’acriticità che nulla toglie alla sua statura artistica, anzi ne fa un esponente dell’arte pura, ponendolo al fianco di scultori quali Benvenuto Cellini e Lorenzo Bartolini, non tanto per stile, quanto per concettualità. Anche Koons, infatti, alla loro stregua, è attento e innovativo cantore, non privo di colorata poesia, di una società in costante evoluzione, e caratterizzato da un’innovativa tecnica compositiva, cui i suggestivi spazi del museo progettato da Frank Gehry fanno da prezioso e ideale scrigno, accomunati alle opere di Koons da quel tratto contemporaneo che mai prescinde dalla sensualità dell’antico. Nello specifico, l’architettura del Guggenheim, con le sue curve, ricorda le cattedrali del Barocco spagnolo.

Dopo la splendida e a suo modo disturbante retrospettiva dedicata a Niki de Saint Phalle (1930-2002), conclusasi pochi giorni fa, il Guggenheim basco continua sul fil rouge delle grandi figure dell’arte, presentando adesso, per contrasto, un artista dall’approccio diametralmente opposto; lontano dall’engagement di Niki - costantemente alla prese con la discussione di scottanti tematiche socio-politiche -, Koons, formatosi nel clima controverso degli anni Settanta, assorbe inconsciamente il desiderio di disimpegno che aleggia in America, un disimpegno tangibile in politica estera, a seguito della sconfitta rimediata in Vietnam, ma anche sul fronte interno, con la fine, o quasi, dei movimenti di protesta giovanili e il concentrarsi dell’attenzione sulla recessione economica di metà decennio.

Al suo arrivo a New York nel 1976, Koons non trova la città di Bob Dylan, del blues e della Beat Generation. Quella città è ormai tramontata, e Saul Bellow nel suo splendido romanzo Il dono di Humboldt lo ha raccontato in modo magistrale; è invece la città cinicamente edonista di Woody Allen, di una scena musicale dominata dai Rolling Stones, i Talking Heads e Patti Smith, una scena assiduamente frequentata dal giovane Koons, cui fa da contraltare Vuoi star zitta, per favore?, la raccolta d’esordio dello scrittore di racconti Raymond Carver. Un’America controversa, quella di metà anni Settanta, che Koons racconta ispirandosi alle avanguardie surrealista e dadaista, nonché alla Pop Art di Andy Warhol. Emblematica, nel confronto con quest’ultimo, la mitizzazione degli elettrodomestici (sull’esempio della Zuppa Campbell), come New Hoover Convertible (1980), o New Shelton Wet/Drys Tripledecker (1981), dove i protagonisti sono gli omonimi aspirapolvere, rigorosamente nuovi, a sottolinearne un’ironica “verginità”. Oggetti che da un lato raccontano la società dei consumi di massa (accanto a nuovi modelli di automobili, bollitori eccetera), ma dall’altro sottintendono velatamente l’idea di una necessità di “ripulire” l’America, che ricorda quanto già raccontato in Francia da Martyal Raysse negli anni Sessanta,

Tuttavia Koons è artista acritico, per sua stessa ammissione, e pertanto la sua ricerca artistica è principalmente mirata a instaurare un dialogo fra la realtà circostante e la vita interiore di chi osserva le sue opere. Che all’apparenza hanno tinte edonistiche, come la serie d’esordio Inflatables (Gonfiabili), del 1978, costituita da fiori e animali di plastica gonfiabile, caratterizzati dagli sgargianti colori che ricordano le campiture di Matisse. È il primo accenno a quell’America spensierata e artificiale che appunto si afferma negli anni Settanta; “People dressed in platic bags, directing traffic. // Some kind of fashion”. Parole e musica dei Rolling Stones, in quello stesso 1978, che confermano l’attenzione di Koons per la scena culturale nei suoi vari campi, e il desiderio di rappresentare il sentire contemporaneo. Fiori di platica che sintetizzano i giardini ben curati della middle class, che circondano confortevoli villette strapiene di elettrodomestici, e cucine strabordanti di cibi e bevande. Un’America che segue con passione il campionato di basket dell’NBA, al punto che la mitica palla Spalding diviene essa stessa un’opera d’arte, “magicamente” sospesa in una teca di cristallo. Ma miti senza tempo s’incontrano in un ideale hall of fame artistica, costituita dalle statuette in acciaio di Bob Hope, Luigi XIV, una donna italiana dell’antichità, un coniglio (simbolo dei giochi dell’infanzia). Una serie di opere del 1986, all’apice dell’era di Reagan, dove l’identità degli Stati Uniti d’America non la si misura più sulla scorta della storia, ma sulla base dei profitti di Wall Street (un quadro splendidamente raccontato da Bret Easton Ellis in American Psycho, romanzo mille volte citato, a riprova della sua importanza); la storia, quindi, sembra perdere i suoi connotati, e un Re del passato è alla stregua di un attore di Hollywood.

Pochi anni dopo, nell’89, Koons realizza la multiforme serie Made in Heaven, dalla spiccata matrice sessuale, protagonisti l’artista e Ilona Staller; un omaggio a Courbet e alla sua Origine del Mondo, della quale riprende l’ineffabile energia vitale. Con le sue pose esplicite, la coppia vuole simboleggiare la concezione dell’amore e del sesso a ridosso degli anni Novanta, quando ormai si è persa la tradizionale cornice sentimentale, e si guarda al lato puramente materialistico e fisico. Fisicità viziata dalla caducità, un aspetto sottilmente ricorrente nell’opera di Koons, e che lo avvicina a Salvador Dalì - suo riconosciuto maestro -, anch’egli frequentatore di atmosfere dolorose. A un livello più vicino all’America del suo tempo, la caducità di Koons riecheggia anche quella della scena musicale da lui amata, in particolare i Talking Heads e la loro Once in a Lifetime (1981): Letting the days go by // Water flowing underground // Into the blue again // After the money's gone // Once in a lifetime.

E ancora, il mondo dei Supereroi, da cui un’America un po’ infantile, e ancora legata alla mentalità dell’assedio, non riesce ad allontanarsi. Koons fonde acutamente questo mondo a quello degli eroi “in carne e ossa”, accostando Hulk a Elvis Presley, nella serie Hulk Elvis, avviata nel 2004 e costituita da statue di grande formato dell’eroe verde, nell’identica posa di Elvis sulla locandina della pellicola Flaming Star. L’accostamento fra i due personaggi, nasce dalla doppia vita che vivono, uno nella realtà, l’altro nella fantasia. Più o meno velatamente, la serie esplora il rapporto tra arte e potere negli Stati Uniti, inserendosi in quella tradizione di riflessioni di stampo rinascimentale inaugurate da Torquato Tasso e, su un piano diverso, da Baldassarre Castiglione.

Anche l’antichità della storia umana viene riletta in chiave di società dello spettacolo, un approccio che avvicina Koons anche a Guy Débord e il suo Situazionismo. La Balloon Venus (Orange), del 2008, che ricorda le rotondità primitive, e rodiniane, della Madre Terra, perde il suo arcaico, pensoso silenzio, e, complice l’acceso arancione dell’acciaio, si erge a matrigna della società dello spettacolo. In Antiquity 3 (2009), una tela di grandi dimensioni, un’attrice che interpreta Betty Page, cavalca un delfino sensualmente avvolta in lingerie e lunghi guanti di raso bianco, cui fanno da contrappunto autoreggenti e tacchi neri. In secondo piano, la purezza classica della statuaria greca, dall’erotismo più casto e intellettuale. Su quest’ultima scia, si collocano opere mature della serie Gazing Balls, riproduzioni in plastica di statue antiche quali l’Ercole Farnese o Ariadne, alle quali Koons ha aggiunto una sfera di vetro blu, simbolo di perfezione ed eternità. A significare come l’arte antica possa essere un’importante fonte d’ispirazione per quella contemporanea, all’interno di un compromesso fra dimensione umana e progresso tecnologico.

Niccolò Lucarelli

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