Dipartita finale, Branciaroli rilegge Beckett

Uno spettacolo a metà fra il teatro dell’assurdo e la tradizione dialettale, racconta la confusa angoscia dell’ignoto infinito. Fino al 29 marzo, al Teatro Manzoni di Pistoia.


PISTOIA - A distanza di oltre un secolo, lo scomodo annuncio della morte di Dio non cessa di angosciare un’umanità che non riesce a ritrovare quei valori spirituali con i quali sostituire l’ubriacatura tecnologica e scientifica nella quale ha ormai riposto la propria fede, senza tuttavia trarvi un autentico appagamento. Eppure l’uomo non abbandona l’assurda ambizione di sostituirsi a Dio.

Quattro protagonisti del teatro italiano, Branciaroli, Pagliai, Popolizio e Tedeschi, alle prese con un testo, Dipartita finale, che, parodiando Samuel Beckett, indaga la condizione dell’uomo moderno, rimasto privo di quei valori di riferimento su cui si era fondata la civiltà europea per almeno due millenni.

Nonostante l’alto livello artistico del cast, lo spettacolo alterna luci e ombre, pur riuscendo comunque a conquistare il gradimento del pubblico pistoiese.

Branciaroli scrive un testo pieno di profondi concetti esistenziali, una parodia dell’ambizione dell’uomo di sostituirsi a Dio e sconfiggere la morte attraverso sé stesso, un testo che non riesce però a trasporre con pari efficacia sul palcoscenico tutti quei concetti.

Tre strani uomini, tre picari giunti alla fine di un cammino che s’intuisce malvissuto - fra ambizioni artistiche andate deluse, amare considerazioni sull’esistenza, disillusioni -, e che si ritrovano chissà come insieme in quello che appare un assurdo, inimmaginabile limbo; due di questi, Pol e Pot, si sono risvegliati dalla morte, e attendono di entrare nell’eternità. L’attesa è occasione per discettare su questa strana condizione, sulla sua effettiva realtà, riproducendo di fatto la vita quotidiana di due vecchi sbandati, con le loro manie e idiosincrasie.

Ugo Pagliai e Gianrico Tedeschi, che interpretano rispettivamente Pol e Pot, dimostrano sul palco un profondo affiatamento, che regala la pubblico momenti godibilissimi, seppur appena un po’ amari, di goliardia senile, disilluse considerazioni sul tempo ormai trascorso. Così, l’atmosfera della morte si stempera fra sottile, dissimulato terrore e sarcastica impassibilità, in un approccio a metà fra l’esistenzialismo e l’epicureismo. Il climax di questa riflessione sulla vita, lo si ha con la constatazione del fallimento delle utopie degli anni Sessanta, come l’amore universale, la pace nel mondo, la concordia fra esseri umani. Anni di relativismo, anche politico, che hanno contribuito a smantellare quei valori già messi in crisi dalla modernizzazione del primo Novecento. Ma non di sola amarezza è fatta la vita: “Abbiamo imparato a essere morti dalla vita, a vivere da vivi l’allegria dei morti”, così affermano Pol e Pot, che si esprimono con un registro linguistico tipicamente toscano, che acquista sapore in quei dialoghi scatologici che istillano nella pièce una garbata comicità; registro linguistico la cui funzione è però da intendersi anche in un senso più dotto, ovverosia si riallaccia a quella tradizione carnascialesca dell’arguzia toscana che, a partire dalle quartine di Lorenzo il Magnifico (“chi vuol essere lieto sia…”), giunge pressoché inalterata fino al monicelliano Amici miei, storica pellicola che esorcizza con la goliardia l’amarezza del tempo che scorre e dell’inevitabile morte che attende sullo sfondo.

Quest’attesa della morte, di una seconda morte, spiega sostantivo e aggettivo del titolo; è adesso che si muore davvero, o meglio che la morte si identifica con la vita, e ne viene definitivamente sconfitta. O almeno, questa era l’interpretazione della religione cristiana, che ha avuto nel figlio di Dio il tramite per la salvezza.

A fare da silenzioso e inquietante contraltare a Pol e Pot, è il Supino, interpretato da Massimo Popolizio, colui che continua a giacere, rifiutandosi di entrare nella divina eternità. Lui, infatti, non crede alla morte, e appena questa si manifesta in scena (nei panni di un discretamente ispirato Franco Branciaroli), di colpo si alza dall’improvvisato giaciglio, la colpisce violentemente con un bastone, e giunge quasi a compiere l’impossibile: ovvero, uccidere la morte, ma senza l’intervento di Dio. Ecco quindi che si compie la follia dell’uomo moderno, che riesce a sostituirsi a Dio, affidando la propria “resurrezione” alla tecnologia; a questo proposito, per rafforzare l’atmosfera beckettiana, Branciaroli inserisce una breve parodia de L’ultimo nastro di Krapp.

Un personaggio, tuttavia, che se nella prima parte è abbastanza convincente, nella seconda (per intendersi, appena dopo la parodia di Krapp), perde credibilità drammaturgica, cadendo in una serie di vuote ripetizioni che appunto lo rendono scialbo, anche il recitativo riducendosi a una serie d’imprecazioni in romanesco. Nell’utilizzo di questo dialetto, si ravvisa l’omaggio alla tradizione dei poeti nati sulle sponde del Tevere, e che ebbe in Belli e Trilussa i più attenti e caustici osservatori della vita quotidiana. Il personaggio manca però di spessore.

Gradevole sintesi di comico e drammatico, Franco Branciaroli nelle vesti della Morte, che irrompe improvvisamente a interrompere lo scombinato dialogo dell’attesa, fra Pol e Pot; un personaggio cui l’attore romano presta l’accento napoletano. Proseguendo sulla china dell’omaggio al teatro, al cinema, alla poesia dialettale, qui si ravvisa l’indimenticabile Antonio De Curtis, in arte Totò, che alla morte dedicò una delle sue più riuscite poesie, ‘A livella. Vedendosi sfidata e aggredita dal Supino, la Morte ammaina bandiera, e paradossalmente smette di credere a sé stessa, sopraffatta dalla veemenza dell’ambizione dell’uomo.

A riportare però la vicenda sui toni dell’impossibile, o meglio dell’assurdo, l’irruzione di un operaio comunale che annuncia l’abbattimento imminente della baracca dove si trovano i senzatetto; adesso infatti si chiarisce la loro identità, e si comprende la natura del luogo in cui abitano precariamente. Drammaturgicamente, la cesura d’atmosfera è troppo brusca, e attenua non poco la scena finale di Pot che declama una contorta poesia. A voler ribadire che l’unico modo a disposizione dell’uomo per essere immortale sulla Terra, è lasciare una traccia, anche minima, di sé, attraverso l’arte.

Uno spettacolo, dicevamo, che pur fra qualche debolezza drammaturgica e una certa ripetitività nella seconda parte, non manca di coinvolgere il pubblico sia per la vivacità del linguaggio dialettale, sia per la bravura istrionica dei quattro protagonisti.