Bundu e Palagi ricordano Lenin a 150 anni dalla nascita

"Prospettare la centralità della classe lavoratrice nelle decisioni che il Paese e l'Europa dovranno prendere è davvero difficile, ma la necessità di partire dalla salute di chi lavora è forse oggi più evidente"


“Ricordare i 150 anni dalla nascita di Lenin indurrà i malevoli a immaginarci con due colbacchi in testa e brindare con vodka ai tempi che furono... Lasceremo ai poveri di fantasia questa facile semplificazione, anche se brindare a distanza telematica è difficile...

Ci sarebbe piaciuto ricordare i 150 dalla nascita di Lenin – spiegano i consiglieri di Sinistra Progetto Comune Dmitrij Palagi e Antonella Bundu – durante le comunicazioni di un Consiglio Comunale. Non tanto per proporre un'immagine nostalgica, buona per regalare una nota di colore alla stampa, ma per ricordare ciò che ha rappresentato uno dei protagonisti della rivoluzione del 1917.

In Palazzo Vecchio pare strano parlare persino di capitalismo, quando si discute di modello produttivo e di economia, nonostante in ambito giornalistico e accademico così si chiami il sistema di sviluppo presente (basta dare un occhio al Sole 24 Ore, se non ci si vuole credere).

Ci avviciniamo al 25 aprile e alle vuote polemiche di chi rifiuta di riconoscere la dignità degli oppressi che tentarono un assalto al cielo, nel secolo scorso.

In queste settimane di crisi sanitaria, sociale ed economica i limiti del nostro sistema sono evidenti. L'ingiustizia esplosa in questi giorni era presente anche prima, ha acquistato maggiore dirompente e si è rafforzata. Nel frattempo la democrazia appare svuotata.

Prospettare la centralità della classe lavoratrice nelle decisioni che il Paese e l'Europa dovranno prendere – aggiungono Palagi e Bundu – è davvero difficile, ma la necessità di partire dalla salute di chi lavora è forse oggi più evidente.

Le vite delle persone sembrano essere, in troppe dichiarazioni, al servizio dell'economia e delle imprese, mentre la cittadinanza continua a essere invitata a pensarsi come consumatrice (di prodotti o di servizi).

La nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, è però fondata sul lavoro e dovrebbe vivere di partecipazione. Partecipazione alle organizzazioni sindacali, a quelle di partito, a quelle associative e partecipazione interna agli enti istituzionali. Così non è. In parte perché la società è cambiata, senza ancora mutare alcune sue forme organizzative, in perché l'assalto al cielo del Novecento è stato sconfitto.

Non è però la prima volta nella storia che chi ambisce a superare lo stato di cose presenti attraversa una fase di sconfitta. La resistenza è nata nell'orrore della Seconda guerra mondiale, durante il regime fascista, e abbiamo tante storie alle nostre spalle che ci impongono di non arrenderci.

Lenin – ricordano i consiglieri di Sinistra Progetto Comune – ha saputo guidare un movimento che chiedeva pace, pane e lavoro, mentre le nazioni e gli imperi erano impegnate nel primo conflitto mondiale. Per qualcuno dei nostri colleghi questa è teoria politica o storia polverosa, mentre i problemi quotidiani si fanno sempre più pesanti. Per noi invece è consapevolezza della necessità di non arrendersi, per evitare che la teoria e le decisioni rimangano nelle mani solo dei “dotti, medici e sapienti” (per citare una canzone di Edoardo Bennato).

Perché la storia è andata avanti e ha saputo riempire le strade di Genova e di Firenze, tra le altre, con il movimento alter-mondialista, represso in numerose occasioni tra la fine del secolo scorso e il nuovo millennio.

Perché si alza tra le nuove generazioni una nuova consapevolezza sulle false promesse di fine della storia.

Perché il comunismo ha saputo anche essere una cosa ben diversa dalla dottrina descritta da troppi libri. È stata una speranza, per chi non l'aveva. A quella speranza – concludono i consiglieri Palagi e Bundu – siamo persino disposti a brindare con un colbacco in testa, se servisse, ma siamo convinti sia più utile fare altro. Contribuire a organizzare, per quanto ci compete, nuove forme di lotta, per ridare un futuro a chi sembra non averlo. Sapendo che la lezione più grande di quell'assalto al cielo è che non contano le singole persone, ma la capacità di essere unite e uniti, organizzate e organizzati”.

Redazione Nove da Firenze