Impressionisti a Firenze: dietro le quinte del “gemellaggio” con i Macchiaioli

L’Impressionismo e la Macchia, due movimenti artistici caratterizzati da più di un’affinità, sia nella tecnica sia nello stile di vita dei loro esponenti.


ARTE — FIRENZE - L’Impressionismo e la Macchia, due movimenti artistici caratterizzati da più di un’affinità, sia nella tecnica sia nello stile di vita dei loro esponenti. Per indagare lo stretto rapporto che unisce Parigi a Firenze, sono esposti nel Salone da Ballo del Quartiere d’Inverno della Galleria d’arte moderna dodici tele provenienti dal Musée d’Orsay; l’esposizione segue I Macchiaioli, des Impressionsites italiens?, che si è chiusa lo scorso luglio all’Orangerie, e realizzata con il contributo della Galleria fiorentina. I buoni rapporti culturali fra la Città del Fiore e la Ville Lumière tendono in questo caso a indagare la complessità tecnica di due scuole artistiche molto affini, influenzatesi a vicenda, visti i contatti e le conoscenze sviluppatesi già nel 1857 fra Manet e Degas da una parte, e Banti dall’altra. I primi due avevano soggiornato a lungo a Firenze, mentre Banti ebbe modo di conoscere l’arte francese attraverso la collezione Demidoff. Oltre a ciò, nel corso del tempo Firenze ha ospitate diverse mostre sull’Impressionismo, a cominciare dalla quella storica del 1910, fortemente voluta da Ardengo Soffici, sino a quella tenutasi a Palazzo Strozzi nel 2007.

Impressionisti a Palazzo Pitti, 12 capolavori dal Museo d’Orsay, rinsalda questo legame, attraverso l’esposizione di tele realizzate en plein air e in interno, da artisti noti e meno noti al grande pubblico. Se da un lato è sempre piacevole ammirare Degas o Renoir, è altrettanto interessante scoprire, nella sezione degli esterni, Paul Camille Guigou, qui presente con la Lavandaia del 1860. Non poche le affinità stilistiche con la Scuola di Piagentina, sia per quel corso d’acqua che ricorda il Mugnone, ma anche per i concisi effetti di luce e di colore. Splendida per intensità, la bagnante ritratta da Renoir nello Studio. Busto di donna, effetto di sole, che tanto fece parlar di sé al suo apparire nel 1876, ma esemplare per gli effetti della luce filtrata dal bosco sul corpo della ragazza.

Scegliendo dalls ezione degli interni, ci soffermiamo sulla Prova di balletto sulla scena di Edgar Degas, una tela giocata sui contrasti fra i toni chiari e scuri, quasi fosse una fotografia in bianco e nero con effetto seppiato. Eppure, non manca di esprimere la vitalità del palcoscenico, dalla vaporosità dei costumi delle ballerine, all’accuratezza con cui è riprodotta la barcaccia in alto a destra. Un teatro colto in assenza di pubblico, quando vi riecheggiano soltanto i bisbigli degli addetti ai lavori, la complicità delle ragazze un po’ emozionate nell’imminenza dello spettacolo. Ma Degas indaga la scena con verità quasi scientifica, cogliendo lo sbadiglio della ragazza che tiene le mani dietro la nuca, un’altra che si aggiusta una bianca calza di seta, gesti intimi e liberi, che colgono l’umanità artistica delle ragazze, mentre l’insegnante di ballo osserva a seduto cavalcioni di una sedia. Una scena non fredda, non priva di erotismo, e che ci porta un po’ dell’atmosfera della Parigi dei teatri. Quel teatro che, al pari della pittura, è specchio della vita. E gli Impressionisti, come i macchiaioli, si sentivano prima uomini e poi artisti.

Infatti, ad accomunare le due scuole, non soltanto le questioni tecniche, ma anche uno stile di vita decisamente sopra le righe, fra il ribelle e il guascone, che rese i suoi protagonisti delle autentiche leggende; se a Parigi si faceva l’alba al ritmo del can can delle ballerine del Moulin Rouge o sorseggiando assenzio nelle bettole della Rue des Marthyrs, a Firenze i Macchiaioli si concedevano un più ruspante fiasco di rosso, mentre discutevano del ruolo del sentimento nell’arte contemporanea. Banti e Borrani sull’Arno, Degas e Manet lungo la Senna, sono fra i protagonisti di quella vita scapigliata che trovava splendida traduzione sulla tela, nello sguardo poetico che riservavano alla natura, alle donne, alle piazze, riuscendo a innalzare la vocazione imitativa dell'arte al di sopra della realtà stessa che raffiguravano. La complessità della luce, la morbidezza dei corpi, il calore di certe scene dei bassifondi o della campagna, risultano carichi di una poesia scevra di retorica, e per questo vicinissima alla bellezza perfetta, quella sporcata dalla vita quotidiana, come aveva osservato Shelley nel suo Adonais.

Come accennato di sopra, la mostra è divisa in due sezioni, una dedicata alle tele realizzate en plein air, e l’altra dedicata a quelle realizzate in interno. La prima racchiude le opere in una sorta di scrigno i cui pannelli sono dipinti di verde, a suggerire l’ambiente della campagna. La seconda sezione è invece ospitata in una struttura simile, ma di colore blu, un espediente che ricorda l’atmosfera elegante dei salotti parigini. Oltre ai dodici capolavori di provenienza francese, sono esposti anche lettere e documenti d’epoca che mostrano gli stretti rapporti fra i due movimenti, fra cui alcune lettere da Parigi di Diego Martelli, nonché tre dipinti di proprietà della Galleria d’arte moderna: L’approssimarsi della bufera, e Nell’orto, di Pissarro, Sulla riva della Senna di Alphonse Maureau, giunti a Firenze per iniziativa del critico fiorentino.

Una mostra impedibile, piccola ma densa di significato estetico e concettuale, che ripercorre la parabola dell’Impressionismo, dagli esperimenti con la luce, sino a quelli sulle forme, sviluppati da Cézanne nelle sue nature morte che ebbero non poca influenza sull’avanguardia cubista che sarebbe nata di lì a pochi anni.

La mostra, curata da Simonella Condemi e Rosanna Morozzi, è visitabile dal 24 settembre al 5 gennaio 2014. Tutte le informazioni su orari e biglietti, al sito www.impressionistiafirenze.it.




Niccolò Lucarelli

Redazione Nove da Firenze