Sopra e sotto il tavolo: la verità su Ustica crepa

Cosa accadde quella notte nei cieli del Tirreno nella ricostruzione giornalistica di Giampiero Marrazzo e Gianluca Cerasola (Pironti Editore)


LIBRI — di Nicola Novelli

Trenta anni fa, il 17 luglio 1980, sulla Sila veniva rinvenuto il relitto di un aereo militare, precipitato in assenza di testimone oculare. Si trattava di un caccia dell'aviazione libica, un Mig di fabbricazione sovietica, caduto sulla catena montuosa calabrese provenendo da Nord. La notizia incuriosì molto l'opinione pubblica nazionale, ma in mancanza di spiegazione plausibile il mondo dell'informazione cessò di interessarsi dell'incidente, nonostante la gravità. Tanto più che appena due settimane dopo l'Italia intera sarebbe stata squassata dall'esplosione che, il 2 agosto, avrebbe fatto una strage alla stazione ferroviaria di Bologna.

Che sorta di paese fosse allora il nostro non è facile spiegare ai giovani di oggi. L'Italia era certo una democrazia debole, dove potevano avvenire cose inimmaginabili. Basti dire che della tragedia aerea di Ustica, quella in cui, il 27 giugno 1980, 81 persone perirono a bordo di un DC-9 della compagnia Itavia, per molti anni il mondo politico non si occupò granché, credendo all'ipotesi della bomba a bordo esplosa inavvertitamente. In un paese instabile istituzionalmente e sotto scacco del terrorismo politico da un decennio, l'idea che un aereo civile potesse inabissarsi nel mar Tirreno a causa di un esplosione involontaria di un ordigno terroristico all'interno della toilette di bordo, sembrava persino accettabile.

Solo più avanti, a metà degli anni '80 e meglio ancora alla fine di quel decennio, politica e magistratura si fecero carico del caso Ustica, dando nuovo impulso alle indagini giudiziarie e parlamentari. Ciò accadde anche grazie all'iniziativa di bravi giornalisti (coraggiosi dovrebberlo essere sempre per definizione) che con articoli di stampa e trasmissioni televisive riaccesero l'interesse sopito. Da allora della strage di Ustica non si è mai smesso di parlare. E lo si è fatto anche di recente nella trentesima ricorrenza della tragedia.

Nei mesi scorsi è stata pubblicata la sintesi di una nuova inchiesta giornalistica, quella curata da Giampiero Marrazzo e Gianluca Cerasola ed edita da Tullio Pironti. “Sopra e sotto il tavolo” si compone di un cofanetto all'interno del quale stanno un video-reportage in DVD e un libro, che è agile guida introduttiva alla videnda.

Lo spunto per l'avvio della ricerca -racconta Marrazzo- gli arrivò un paio di anni fa da una dichiarazione del senatore Francesco Cossiga a seguito di una trasmissione radiofonica condotta dal giornalista nella ricorrenza della strage. Marrazzo allora ottenne dall'ex presidente della Repubblica un'intervista e da lì partì un lavoro di raccolta e di ulteriore confronto con altri interlocutori, tra cui il giudice istruttore Rosario Priore, l'ex ministro Gianni De Michelis, il senatore a vita Giulio Andreotti. L'inchiesta, recentemente premiata con l'Agave di Cristallo per il linguaggio documentaristico, ricostruisce l'incidente, il processo, ma anche le relazioni geopolitiche del tempo, in particolare quelle tra la Libia, l'Italia, la Francia e gli Stati Uniti.




La ricerca giornalistica ha il merito di affrontare la vicenda con la pacatezza che si conviene, trascorsi tre decenni, ma palesa la debolezza di aver preso spunto, si direbbe quasi l'”imbeccata”, da Francesco Cossiga, uno dei politici più longevi ed esperti, ma anche discussi del nostro paese. L'esponente democristiano, nella video intervista, accusa senza mezzi termini la Marina militare francese dell'abbattimento dell'aereo civile, in uno scenario di crisi internazionale plausibile, ma parco di dettagli. E da conto di tutte le informazioni raccolte e le azioni intraprese, per lo più all'epoca della sua presenza al Quirinale, alla fine degli anni '80 appunto.

A distanza di 30 anni è difficile suffragare di prove un'ipotesi, ancorché veritiera. Ma la pista suggerita dallo statista sardo e approfondita dai due giovani giornalisti non cuce tra loro in maniera convincente i tanti misteri dei quella notte. Il tratto di cielo che sovrasta il Tirreno centro-meridionale è una sorta di parallelepipedo all'interno del quale, nel giro di tre settimane cadono due aerei, uno civile, il DC-9 italiano, e uno militare, il Mig libico. Immaginabile che i due incidenti non siano collagati tra loro? E come spiegare il fatto che il caccia nordafricano non avesse l'autonomia di carburante per arrivare in Italia dalla Libia? Che dire infine del serbatoio ausiliare di un Phantom dell'aviazione USA rinvenuto nella ristretta area di mare (qualche chilometro di raggio) scandagliata molti anni dopo per ripescare il relitto dell'Itavia? Sia il serbatoio (che un caccia sgancia in mare solo in condizione di grave pericolo) sia il Mig stesso sono oggetti di grande valore, che una forza militare perde sempre a malincuore. Improbabile che questi tre fatti, cadute del DC-9, del Mig e del serbatoio USA, non siano collegati tra loro. A meno di una spiegazione fondata e credibile.

“Probabilmente non avevo la preparazione necessaria, o un'esperienza professionale tale da poter affrontare una storia del genere” scrive Giampiero Marrazzo nel volume introduttivo. Più avanti analizzando la situazione geopolitica dell'Italia ricorda che il governo in carica dall'aprile all'ottobre 1980 era guidato dal Presidente del Consiglio Francesco Cossiga. Ma nella video intervista la vecchia volpe democristiana con il sorriso sulle labbra omette totalmente di parlare delle iniziative che mise in atto e delle informazioni che raccolse su Ustica in quei delicati mesi da Palazzo Chigi. Mesi delicati, perché nella cronologia dei fatti ricostruita da Marrazzo e Cerasola emerge quanto il conflitto latente tra Libia e Italia per il controllo del Mediterraneo centrale, proprio nel 1980 si fosse accesso attriti infuocati. Con episodi che vedono protagoniste anche le forze armate USA. E che di lì a pochi anni sarebbero culminate con il bombardamento di Tripoli nel 1984 e con l'abbattimento di un aereo della Pan-Am sui cieli britannici.

Non c'è ancora certezza dei fatti avvenuti il 27 giugno di trenta anni fa. Una sola cosa ha acclarato il procedimento giudiziario. Alcuni degli uomini ai vertici militari italiani di allora, che rispondevano politicamente al Presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, sono stati condannati per il depistaggio delle indagini della magistratura. Il movente politico per questa deliberata azione contro la verità non si conosce ancora. Né Cossiga sembra intezionato a rispondere su questo argomento.

A trent'anni di distanza nelle parole dei familiari delle vittime intervistati da Marrazzo e Cerasola si legge più amarezza che sete di vendetta, più delusione che rabbia. Ustica non è il primo, né l'unico caso in cui un aereo militare ha involontariamente provocato vittime innocenti, francese o americano che fosse. Se, ad esempio, mettiamo a confronto Ustica con la disgrazia del Cermis, quando nel 1998 un caccia USA tranciando un cavo dell'impianto di risalita di Cavalese (Tn) spezzò tragicamente 20 vite, l'unica differenza sostanziale non è l'impunità dei responsabili materiali, quanto la pervicace negazione della verità che contraddistingue il caso del DC-9. Un motivo ci deve pur essere, se in tanti si sono presi la briga per decenni di occultare a tutti i costi quel destino tragico.

Redazione Nove da Firenze