Alle Oblate inizia ''La Scena e lo Schermo''


Nella suggestiva cornice della Biblioteca delle Oblate (via dell'Oriuolo 26) mercoledì 11 marzo si inaugura con la proiezione de La dolce vita, capolavoro di Federico Fellini, la seconda parte della rassegna cinematografica a cura del CUC (Centro Universitario Cinematografico) dal titolo “La Scena e Lo Schermo”, ovvero sull’inesauribile rapporto tra Cinema e Teatro. Fin dalle origini del cinematografo, i rapporti tra la scena e lo schermo sono stati complessi e molto spesso conflittuali. Dopo un primo inevitabile stato di subordinazione del Cinema nei confronti del Teatro, la settima arte ha gradualmente sviluppato un lessico specifico autonomo, perfezionando i propri codici narrativi ed individuando le proprie peculiarità nelle tecniche di montaggio, inquadratura, narrazione ed immagine. Ciò non ha inaridito le inesauribili possibilità di scambio tra le due arti, ma ha di fatto permesso un rapporto più consapevole e “ad armi pari”. Nel corso della rassegna saranno proiettate pellicole che “sconvolsero il mondo/la scena e lo schermo”: Hiroshima mon amour di Resnais insieme a Dillinger è morto di Ferreri (18/3), Oblomov di Nikita Michalkov (25/3), Shining di Kubrick (1/4), Il gabbiano di Bellocchio (8/3), Vogliamo vivere! Di Lubitsch e La morte corre sul fiume di Laughton (15/3), Vanya sulla 42esima strada di Malle (22/4), Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini (29/4), Onibaba di Shindo (6/5), Fanny e Alexander di Bergman (13/5) e infine Playtime di Tati (20/5).
Mercoledì sarà Fellini ad aprire il ciclo, un regista fra i più potenti codificatori del linguaggio cinematografico moderno, proponendo un cinema inteso come viaggio narrativo nella soggettività. Con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée, e tra gli altri un giovane Adriano Celentano (Italia 1960 – bn – 173’), La dolce vita è il viaggio onirico e surreale di Marcello (Mastroianni) in una Roma che è un affresco di personaggi, ritratti e situazioni, dove il protagonista è sempre posto di fronte ad una scelta morale ed esistenziale. Una discesa dantesca agli inferi in cui i gironi dei dannati sono sostituiti dallo scenario urbano. A pochi giorni dalla morte di Tullio Pinelli, che del film fu uno degli sceneggiatori, ripensare oggi a La dolce vita significa riannodare non solo i fili di un passato cinematografico grandioso, come quello italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche ripensare alla storia del nostro paese in termini di spartiacque temporale. C’è un prima e un dopo il celeberrimo film di Fellini: il prima è un’Italia uscita umiliata e distrutta da una dittatura e da una guerra, ma con un carico fortissimo di umana rinascita morale; il dopo è il carico di illusioni e tragedie che seguiranno gli anni del boom economico, fino allo sfacelo di oggi. In mezzo, un film che non fu e continua a non essere solamente un film, ma anche un fatto di costume, un coacervo di infiniti e indistinti immaginari. La Roma dei Cesari, dei Papi e dei paparazzi messa insieme in un cammino senza tempo, cristiano e pagano al contempo: il girovagare moderno (e perciò senza motivi, senza mete, senza nulla da raggiungere) di Marcello (Mastroianni) e di tutti gli attori, attrici, comparse e ombre di questo caravanserraglio divertente e angosciante, è una lussuosa e amara discesa agli inferi di un novello Ulisse o Dante tra le pieghe di un mondo che attrae e respinge per la sua magnificenza e per la sua miseria. Non c’è nulla di univoco nelle notti folli del giornalista: né l’amore fugace con una puttana, né la novella Venere di Botticelli reincarnatasi poeticamente nelle generose forme di Anita Ekberg bagnata nella fontana di Trevi, né le donne e i bambini che vedono la Madonna, né le parole degli intellettuali alla Steiner, né il valore dell’affetto paterno e dei ricordi, né le lussuriose feste che tirano fino all’alba. Rimane solo, alla fine, la carcassa di un indefinito mostro marino ancoratosi sulla spiaggia. E una voce misteriosa e incomprensibile. Quella della vita. Fellini si circonda come al solito di collaboratori preziosi come Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, cosceneggiatori ed autori del soggetto insieme al regista, Nino Rota per la musica, doppiatori del calibro di Romolo Valli e Lilla brignone. Un capolavoro visivo in cui il cinema non è più semplice narrazione ma la rappresentazione di stati d’animo tradotti in immagine. Introduce Marco Luceri, Università di Firenze.
L’ingresso è riservato ai possessori della tessera Amici dell’Alfieri (disponibile presso la sede dell’Associazione o all’ingresso della Bibliotecadelle Oblate) e agli studenti muniti di invito. Tale invito, dal costo di € 0,50 , può essere ritirato presso l’azienda per il Diritto allo Studio, Ufficio Cultura (Viale Gramsci 36, piano terra) dal lunedì al venerdì in orario 9:00-13:00 e martedì e giovedì anche in orario 15:00-17:00.
Il Cuc è promosso da: Università degli Studi di Firenze - Dipartimento di Storia delle Arti e dello Spettacolo, Scuola dottorale di Storia dello Spettacolo, Associazione Amici dell'Alfieri - Biblioteca delle Oblate (Co&So, Cooplat, Codess Cultura, Ifnet, Cooperativa Archeologia). Il programma è curato da Cooperativa Archeologia, con il contributo di: Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze, Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario, Mediateca Regionale Toscana Film Commission. Ulteriori info: www.archeologia.it; infoline allo 055 576944 (Associazione Amici dell'Alfieri) ed allo 055 2616512 (Biblioteca delle Oblate).

Redazione Nove da Firenze