Barocco Fiorentino: una mostra al Museo Archeologico e d'Arte della Maremma


Si inaugura sabato 26 maggio la mostra Teatralità nel Barocco Fiorentino presso il Museo Archeologico e d’Arte della Maremma a Grosseto. La mostra presenta diciassette capolavori della pittura fiorentina del Seicento provenienti dalla Collezione Luzzetti a Firenze, selezionati tra le opere che costituiscono una delle più prestigiose raccolte del Seicento in Italia. Curata da Gianfranco Luzzetti e Federico Berti - promossa dal Comune di Grosseto e realizzata grazie al fondamentale sostegno dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e con il patrocinio del Ministero dell’Interno – l’esposizione ripercorre con esempi di sfolgorante bellezza il tema della teatralità nella pittura del Seicento a Firenze, uno degli aspetti più caratteristici e illuminanti dell’arte di quegli anni. In mostra dipinti di artisti celebri come Cristofano Allori, Cesare Dandini, Ludovico Cigoli, Francesco Furini, Lorenzo Lippi, Santi di Tito e di Mario Balassi, Francesco Botti, Francesco Conti, Felice Ficherelli, Anton Domenico Gabbiani, Sebastiano Mazzoni, Simone Pignoni e Alessandro Rosi.
Teatralità nel Barocco Fiorentino è la prima di una serie di mostre ed eventi che prendendo spunto dalla Collezione Luzzetti e in particolare dalle 40 opere che saranno donate dal collezionista alla città di Grosseto, verranno realizzati ogni anno nel Museo Archeologico e d’Arte della Maremma. Accompagneranno la mostra quattro conferenze tenute da Francesca Baldassari, Federico Berti, Giuseppe Cantelli e Lucia Ferri. Tema dell’esposizione del prossimo anno, la pittura senese del Seicento. In occasione della mostra odierna sarà donata la prima delle opere che fanno parte del lascito destinato al museo: la Sacra Famiglia con San Giovannino e Santa Elisabetta di Santi di Tito (firmata e datata 1601) uno dei capisaldi dell’artista, che rimarrà da subito nel museo. Teatralità, uno degli aspetti più salienti che emergono dalle opere fiorentine del periodo tra la fine del Manierismo e il Barocco, ovvero gesti drammatici e concitati, patetismo, costumi ricchi ed adornati, fastosi drappeggi come scene di un teatro, si sposano con notazioni di sorprendente naturalismo e con modernissime osservazioni psicologiche. Nella Sacra Famiglia con San Giovannino e Santa Elisabetta di Santi di Tito (1601), in mostra, il nuovo secolo è evidente nella materna e umanizzata figura della Vergine, il cui volto, minuziosamente descritto, si accende di realtà, o nel cesto di vimini, da cui spuntano un paio di forbici e dei panni di una evidenza ottica quasi fiamminga. Nel dipinto di Ludovico Cardi detto il Cigoli, i forti richiami al Cinquecento “illuminato” di Correggio si uniscono a dettagli di notevole naturalismo, come nella splendida mano destra della Vergine o nella barba vibrante di riflessi argentei del San Giuseppe. Nella Giuditta con la testa di Oloferne di Cristofano Allori, sono oramai evidenti gli aspetti più salienti della pittura del Seicento: “l’incedere teatrale, l’introspezione psicologica, l’attenzione naturalistica evidenziata dall’uso tipicamente seicentesco della luce, la ricchezza e raffinatezza dei dettagli”. Quest’opera è una versione autografa del dipinto emblema del Seicento: la Giuditta con la testa di Oloferne della Galleria Palatina a Firenze, che ebbe una tale e così vasta fortuna da essere fin da subito replicata in numerosissime varianti anche dall’Allori. Secondo Giuseppe Cantelli, uno dei massimi studiosi del Seicento, la Giuditta Luzzetti è fondamentale per identificare il vero volto della Mazzafirra – come scrive nella scheda dell’opera in catalogo – ovvero la cortigiana che fece perdere la testa all’Allori e che il pittore ritrasse nelle sembianze della Giuditta. Sappiamo infatti che l’immagine della Mazzafirra e l’attrazione per questa donna furono per il pittore - che si ritrae a sua volta decapitato nelle vesti di Oloferne – una vera e propria ossessione fino agli ultimi giorni della sua vita. Ma quale tra le tante versioni della Giuditta ritraesse il vero volto della Mazzafirra è rimasto un vero e proprio mistero su cui tutti si sono interrogati, senza poter dare una risposta. Per Cantelli il vero volto della Mazzafirra è quello rappresentato nella Giuditta della Royal Collection, datata e siglata 1613, la più antica versione conosciuta, fino ad oggi considerata una “copia” perchè opera non finita. Ma una copia di cosa? Di un’opera più tarda come quella della Palatina del 1616? La pubblicazione della Giuditta della Collezione Luzzetti (acquistata in un asta e proveniente da una famiglia fiorentina di cui non è stata resa nota l’identità) con lo stesso volto di quella inglese, solo meno fresco e appesantito dal trascorrere del tempo, confermerebbe l’ipotesi di Cantelli. Quest’ultima è infatti un’opera finita, datata e siglata 1618, anno della morte della Mazzafirra (1617 secondo il calendario fiorentino). Dunque le due uniche versioni datate dall’Allori riportano lo stesso volto di donna. Una donna vera, forte e sensuale, come avrebbe potuto essere la Mazzafirra. Nella pittura fiorentina del Seicento sono stati da tempo individuati alcuni filoni, come quello tutto disegno e raffinatezza rappresentato da Cesare Dandini, di cui vengono presentati in mostra la Lucrezia e la Santa Caterina d’Alessandria in meditazione. Nella seconda metà del Seicento questa sensibilità sarà in parte condivisa dall’allievo Alessandro Rosi a cui appartiene l’ enigmatico dipinto della Santa Margherita. In questi binari si muove anche la personalità bizzarra e anticonformista di Sebastiano Mazzoni, la cui melodrammatica Cleopatra bene rappresenta il tema della mostra. Altrettanto significativa della linea dandiniana è la sensibilità “fiorita”, amante di panneggi avviluppati e svolazzanti e di gesti musicali, rappresentata in mostra dai Fanciulli con levriero di Mario Balassi e che in gioventù coinvolge anche il pittore-poeta Lorenzo Lippi. Questi, in seguito, sarà affascinato però dal naturalismo come testimoniata la bellissima Allegoria dell’Amor di Virtù. Vi è poi la linea “morbida”, vagamente neo-leonardesca, amante delle atmosfere torbide e cariche di ambigua sensualità, che si afferma e diventerà celebre con le opere di Francesco Furini - in mostra con la Ghismonda - e dei suoi seguaci tra cui il Ficherelli, di cui è esposto lo straordinario dipinto Giona e la balena “nel quale solo il panneggio che si svolge intorno al corpo fa intuire che siamo nel XVII secolo e non nell’Ottocento di Théodore Géricault”. Cortonesco per eccellenza è il prolifico Pier Dandini del quale è presentata la grande Allegoria delle Arti e delle Scienze, che bene illustra il gusto facile e veloce del pittore e con la quale ci addentriamo nel Settecento. Tra i più celebri pittori a cavallo tra Sei e Settecento è anche Anton Domenico Gabbiani, autore di un dipinto di cui Sandro Bellesi ha identificato i personaggi. Infine Francesco Conti, autore dei due ritratti compagni esposti in mostra che appartiene all’ultima generazione della pittura barocca fiorentina.
In occasione della mostra è stato realizzato un catalogo edito da Polistampa con testi di Federico Berti e Gianfranco Luzzetti, schede delle opere di Francesca Baldassari, Sandro Bellesi, Federico Berti, Giuseppe Cantelli, Roberto Contini, Chiara D’Afflitto e Lucia Ferri.

Redazione Nove da Firenze