La festa del Maggio all'Isola d'Elba


Marina di Campo, 1 maggio 2005- Marina di Campo ha passato una notte meravigliosa: entusiasmi di oggi e emozioni di altri tempi. La notte del 30 Aprile, nell’attesa del nuovo mese in arrivo, in questa parte sud dell’Isola d’Elba ha rinfrescato le usanze del passato in un’ atmosfera viva di ricordi. Si sono ripetuti quei riti della primavera e dell’amore che animavano le speranze e gli ardori delle nostre madri e delle nostre nonne.
Hanno collaborato col Comitato Festeggiamenti, promotore dell’iniziativa, sia la Schola Cantorum che la Sezione locale della Croce Rossa Italiana.
Una ventina di cantori campesi, giovani e meno giovani, hanno cantato, accompagnati da musica melodiosa, la tradizionale serenata alle ragazze da marito. Celso Balestrini con il sax contralto, Vittorio Bavieri con la chitarra tradizionale e Natalino Caldarera con la fisarmonica, hanno suonato per oltre due ore, balcone dopo balcone, finestra dopo finestra, scaletta dopo scaletta. Il coro del gruppo interrotto talvolta dagli assoli ha creato un’atmosfera veramente suggestiva. I cantanti, talvolta un poco affaticati ma mai domi, hanno allietato anche tutte le persone che incontravano nelle strade e nelle piazze del paese, come pure quelle che rano sedute nei bar e nei ristoranti. L’entusiasmo di Giorgio Giusti e Massimo Cassese ha trascinato in un’abbraccio corale tutti gli altri: Nico Canova, Enzo Soppelsa, Luca Giusti, Giancarlo Galli, Pieraugusto Giannoni, Luciano Rosi, Andrea Giusti, Antonio Zurlo, Flavio Crippa, Gianfranco Beani, Augusto Iodice, Marco Pupilli, Tonino Pistarà, Maurizio Guidetti. Si è percorso, con le fermate nei punti dove vi erano le donne in trepida attesa, il Porto con le Scalinate, Piazza del Monumento, Via Marconi, Zona Vapelo, Piazza Pertini, Zona degli Albarelli, Via Pietri, Piazzetta Torino, Zona delle Fornaci, Lungomare Nomellini, Viale degli Etruschi, Chiuso Torto, Zona dei Mulini. Quando le voci si facevano un poco stanche alcune sorsate di vino riassestavano le corde vocali. La canzone Maggio Campese, tipica del posto, e l’altra, Canzone del Maggio, una classica della tradizione, hanno fatto risplendere nella notte di Campo, i bei momenti di un tempo.
Ulisse Gentini, nato agli Alzi nel 1925, memoria storica delle tradizioni campesi, ha vissuto questi momenti molte volte nel passato. Si è sentito felice per l’avvenimento. Seduto ad un tavolo e circondato da amici, ha cominciato a parlare coinvolgendo i presenti.
Ed ecco che le parole e i gesti di Ulisse hanno colorito i le immagini del Maggio Campese, anno dopo anno, con un racconto oscillante fra l’esposizione storica e il racconto popolare paesano, passando spesso dall’ironia al sarcasmo e viceversa.
“ Là nel forno di Ottavino,
ogni sera ben riuniti,
col flicorno e il bombardino,
vanno il Maggio a riprovar …”
Ulisse inizia a ricordare.
“Questi erano i versi di una delle tante satire che scaturivano dalla ironia della cultura popolare contadina della Comunità Campese.
Eravamo negli anni trenta Si era agli Alzi, nel locale del forno. Allora ne esistevano tanti nella campagna e servivano per cuocervi il pane e anche il classico Corollo, che era una specialità campese. Nel nostro caso il locale era di uno dei tanti simpatici personaggi popolari: Ottavio Retali.
L’argomento del momento era la serenata del Maggio, tradizione sentita e portata avanti da tutte le frazioni con le satire che spesso si susseguivano.
Ecco il Chiodo tutto torto
Si dirige verso il porto
Va dicendo: Su, … coraggio!
Che cantar dobbiamo il Maggio…
L’origine della melodia e dei versi si perde un po’ nella notte dei tempi. E’ un canto gregoriano, solenne, suggestivo, ma anche per la verità, un po’ monotono”.
Continua “ Ho sempre sentito dire dai vecchi di allora, che l’autore del Maggio è stato un prete: i versi hanno un po’ del sacro e del profano. Queste le strofe più salienti
Già la tarda sua carriera
Terminò l’inverno algente
E di Febo il raggio ardente
Sciolse i ghiacci e il gel fugò.
Siete Voi quel bianco giglio
Gelsomino e malva rosa,
siete Voi l’amata sposa,
che lo feste innamorar.
Deh! Ti calmi o donzelletta
Che si appresta il lieto istante,
a gior col fido amante
casta man ti guiderà.
“La tradizione”, continua ancora “, purtroppo, fu interrotta negli anni della guerra dal ’40 al ’45. Nell’immediato dopoguerra, allora giovanissimo, con un gruppo di personaggi, che sono ormai scomparsi, si organizzò proprio nella zona degli Alzi e dintorni, un coro, di cui ne fecero parte diversi campesi, allora portolani come Lido Tacchella, il figlio di Peppetti. Peppetti cantava molto bene e quando ero ragazzo mi aveva imparato molte canzoni napoletane. Ricordo un caro amico, Fulvio Bontempelli, detto Il bambolo bono e Terzo Gimelli: tutti dotati di bellissime voci. Gli amici Settimo Galli e Alberto Lupi che scendevano con noi da S. Piero accompagnati dal il saxofono: veri fuoriclasse. Poi Antonietto il Mari che aveva perfino suonato alla EIAR (oggi Rai) con l’orchestra Semprini e Tista Spinetti che una notte accompagnò il nostro coro con il suo bombardino … ma ci accompagnò anche la pioggia per tutto il nostro peregrinare. La domenica successiva, quando andammo a portare l’invito per la festa danzante del pomeriggio, con il calessino, si raccoglievano i corolli che le gentili donzelle ci avevano confezionato e ci donavano. Nella poesiola che avevamo composto soprattutto per l’impegno di Lido Tacchella, tra l’altro, vi si leggeva:
Acqua sassi fango e mota, accompagnarono la nota, del trombone che il buon Tista, sciorinava a prima vista…
L’atmosfera ideale, cioè l’ora adatta per una serenata, sarebbe la mezzanotte, ma questo ci creava un problema, perché per fare il giro di tutte le ragazze, spesso si finiva che albeggiava.
Una sera decidemmo di cantare il primo, da Agostino di Cipollino, personaggio popolare e simpatico, gran lavoratore. Sapevamo che andava a letto con le galline e aveva in casa la figlia giovanissima, Gigia. Ci disponemmo tutti sotto la finestra di Gigia e attaccammo la strofa:
Già la tarda sua carriera…Ma si era a Maggio! Gli asini entrano in amore. Da una stalla delle vicinanze, un somaro canterino si unì al nostro coro, ma con una voce così potente che sopraffece il nostro coro. Dovemmo chetarci e aspettare che lui finisse il suo pezzo, ma quando ricominciammo lui con il suo potente timbro di voce ci accompagnò sino alla fine!
La festa danzante della domenica successiva spesso si faceva a Rustichello nella palazzina della signora Zecchini. A maggio la natura si risvegliava e noi si guarniva il locale con festoni e fiori di ginestre, di mortelle, di erica…. Non vi erano i moderni complessi rumorosi ed ossessivi, ma una semplice e melodiosa fisarmonica. Poteva essere quella di Mario del Bastianino o del figlio, il caro Adolfo, oppure del Frassinetti Giulio il Fiorentino, o di un simpatico personaggio Santilarese, Italo Soria, che ci deliziava con le sue spassose parodie.
Si danzava, si mangiava il corollo, si beveva il moscato passito di allora, simile al nettare degli Dei, si dialogava, ci si ritrovava, e spesso (perché no!) nascevano gli amori, ma in un clima in un atmosfera e in un modo di vivere che spesso duravano a vita”.
Ulisse termina il racconto soddisfatto di se stesso. Alcune persone hanno gli occhi lucidi. Tutti siamo affascinati. Una gioia profonda pervade l’animo di ognuno. Un’ attimo di pausa e poi si alza. Saluta tutti e si allontana.
Si sente ancora nell’aria l’eco lontano delle le voci del coro e la melodia delle note intorno a noi. Che notte magica! Per una serata, i campesi hanno vissuto momenti particolari, pieni di fascino, dal sapore antico: non più televisione né passeggiate in automobile, non più musica moderna né ballo in discoteca, non più chiassose discussioni né pigre sonnolenze nell’apatia generale.
La vita in paese riprende e va avanti con le solite cadenze mentre le giovani da marito continuano a sognare nell’attesa della loro tanto desiderata dolce realtà.

(Raffaele Sandolo)

Redazione Nove da Firenze