Al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura delle Oblate di Firenze, tra il 4 e il 5 febbraio 2026, si è consumato un evento che non può essere archiviato come un semplice incidente sul lavoro. Quello che è accaduto alle Oblate è l'emblema di un abbandono sistemico che trasforma le corsie d'ospedale in zone franche
I fatti, per quanto crudi, delineano uno scenario di totale perdita del controllo clinico e logistico. Un paziente inviato d’urgenza dal DEAS di Careggi, del tutto sconosciuto al servizio e privo di anamnesi pregressa, ha scatenato una violenza inaudita. Non si è trattato di una colluttazione isolata: l’uomo ha aggredito un’operatrice socio-sanitaria (OSS), sbattendole con forza la testa contro il muro, per poi impossessarsi dell’intero mazzo di chiavi del reparto.
In pochi istanti, il personale è diventato prigioniero della propria struttura. La guardia giurata presente, incaricata della vigilanza, è stata neutralizzata e rinchiusa a chiave dentro una stanza di degenza dallo stesso paziente. Con il controllo fisico degli accessi e la neutralizzazione della sicurezza, il personale — composto in gran parte da donne — si è trovato in balia di una furia incontrollata, costretto a gestire un’emergenza psichiatrica ad altissimo rischio senza alcun supporto esterno, fino alla faticosa e pericolosa contenzione finale operata con i soli mezzi a disposizione.
Nonostante le chiamate d'emergenza inoltrate al 112, nessuna pattuglia è stata inviata sul posto. Simone Baldacci, coordinatore della FP CGIL USL Toscana Centro, ha espresso con estrema durezza il sentimento di impotenza del personale: “Pretendiamo di sapere se questo protocollo esiste e se... impedisce l’intervento delle forze dell’ordine all’interno delle strutture sanitarie; non è possibile che ogni volta in cui è in corso un reato gli operatori non debbano avere la certezza di poter contare, per la propria protezione e degli utenti, di un intervento da parte delle forze dell’ordine".
L’aggressione alle Oblate non è un fulmine a ciel sereno. Da anni le sigle sindacali — tra cui ANAAO ASSOMED, CIMO-FESMED, CISL Medici, UIL FPL e l'Intersindacale dell'Area Sanità — denunciano lo "scaricabarile" tra Azienda Sanitaria, Prefettura e Questura. Sebbene il tragico omicidio della dottoressa Barbara Capovani a Pisa avesse imposto un cambio di passo, i fatti dimostrano che nulla è cambiato. Già nell’estate del 2024, la FP CGIL aveva presentato al Prefetto un piano dettagliato per la sicurezza aziendale, rimasto però lettera morta. Le organizzazioni sindacali chiedono oggi con estrema urgenza:
• Chiarimenti formali e immediati: Una spiegazione puntuale da parte di ASL, Prefettura e Questura sulle ragioni che hanno impedito l'invio di pattuglie durante l'ostaggio.
• Tavolo tecnico operativo: La fine delle riunioni interlocutorie e la firma di un protocollo d'intervento certo che definisca ruoli, tempi e modalità di attivazione delle Forze dell'Ordine.
• Revisione dei flussi dal DEAS: La verifica rigorosa degli accertamenti previsti dai protocolli di trasferimento tra Careggi e l'SPDC.
Nonostante l’approvazione di norme come il Decreto Legge 113/2020 e le specifiche disposizioni dell’Art. 7 Dlgs 113/20 sulla protezione degli operatori, l’attuazione pratica è nulla. La produzione di linee guida e delibere regionali appare come una manovra di facciata, una propaganda politica che si scontra con l'immobilismo delle amministrazioni locali. Continuare a legiferare senza garantire la presenza fisica della vigilanza e la certezza dell'intervento delle Forze dell'Ordine è, come definito dai sindacati, un atto di negligenza colpevole. Il caso della psichiatria fiorentina è il segnale ultimo di un collasso che non riguarda solo la sanità, ma l'ordine pubblico. Non esiste qualità della cura senza sicurezza per chi cura.