Nuovo stadio: Firenze gioca a domino con il cemento

Lo spostamento della Fiorentina a Novoli crea un effetto urbanistico a catena, di cui forse la città non è del tutto consapevole. Proviamo a contare una ad una le pedine che si mettono in moto, per capire quanto ci costerebbe esattamente questa partita


FIRENZE- Effetto domino significa spostare una pedina per innescare il movimento a catena delle altre pedine del gioco. All’epoca dei "triumviri di Toscana” si sarebbe detto "riempire una buca con la terra di un’altra buca", espressione azzeccata anche in edilizia.

Firenze è unanime nel considerare lo stadio comunale, inaugurato nel 1932, una struttura ormai inadeguata per gli standard del moderno calcio/spettacolo, dettati dalla Uefa. Tuttavia la scelta di costruire un nuovo impianto lascia perplessi. Tanto che si stanno ingrossando le fila della petizione al sindaco, sottoscritta da illustri concittadini per mantenere intatte le funzioni del Franchi. La ristrutturazione dell’impianto sportivo sarebbe meno costosa, più veloce e risolverebbe un problema senza aprirne altri. Del resto già all’epoca dei campionati mondiali del 1990 si era messo mano alla struttura, alterandone significativamente le funzionalità.

Nel caso dell’Artemio Franchi è difficile immaginare che portando via le partite della Fiorentina, che insieme ad altri eventi, possono assicurare sino a 50 giorni all’anno di sfruttamento commerciale a pieno regime della struttura, la città possa trovare i soldi necessari a manutenere un edificio di cemento armato costruito quasi un secolo fa. E in edilizia, si sa, è inutile possedere un bene se non si è certi di garantire nel lungo termine la sua preservazione strutturale.

Perciò è poco comprensibile il veto sollevato dalla Soprintendenza ai beni architettonici, che pesa come un macigno sulle scelte urbanistiche e innesca di fatto il domino del cemento. Si badi, le soprintendenze italiane sono uno strumento pubblico eccellente, che l’Europa ci invidia, ma alla luce delle capacità tecniche della moderna progettazione architettonica sembra impossibile negare a priori ogni possibile intervento di modifica dell’Artemio Franchi. Questa ortodossia formale come si declinerebbe in un caso estremo come l’incendio di Notre-Dame? Che cosa dovrebbero fare (o non fare) a Parigi con la cattedrale distrutta dalle fiamme?

Ci si poteva attendere che la filosofia guida di questi enti di tutela del patrimonio collettivo fosse mutata di recente, dopo che i terremoti del Centro Italia hanno dimostrato plasticamente quanto la preservazione formale degli edifici storici poco valga senza un’attenzione prioritaria alla loro conservazione strutturale. Conta ancora soltanto l'integrità della facciata?

Ma tant’è, il gioco del domino si è innescato e ora si vuole il nuovo stadio a Novoli. Si dice che il costo della costruzione verrà compensato dalla realizzazione di un contorno di edifici a uso commerciale (come è capitato nel caso di altre città italiane), ma restano ampi margini da chiarire sulla compatibilità dell’intervento urbanistico con il progetto del nuovo aeroporto e certamente si dovrebbe intervenire sull’accessibilità dei nuovi impianti sportivi, immersi in un quartiere dove, già oggi, la mobilità soffre. Si dovrebbe prevedere un nuovo assetto viario di accesso e uscita dalla città, in particolare la modifica dello svincolo autostradale e forse la realizzazione di una fermata ferroviaria mediana tra stadio e aeroporto, per sperare che lo spostamento dello stadio ai mercati generali non mandi al collasso, anche di domenica, l’area a Nord-ovest della città. Tutto questo avrebbe naturalmente un costo. E dove troveremmo i soldi necessari nell’attuale bilancio comunale, se non attraverso indebitamento bancario, o tagli alla spesa sociale?

Senza considerare che anche lo spostamento della Mercafir, la realizzazione di una nuova struttura e il trasloco delle funzioni dei mercati generali esistenti, provocherebbero una ulteriore spesa.

E poi che fare del Franchi? Il più grande edificio al Campo di Marte richiederà comunque manutenzione, anche se rischia di rimanere un enorme vuoto al centro del quartiere. Si dice "mettiamoci il rugby". Una soluzione possibile, ma si tenga conto che, dato il seguito del nobile sport in Italia, questa soluzione, con l’aggiunta di qualche concerto rock, potrebbe garantire al massimo un quinto delle attuali occasioni di utilizzo a pieno regime commerciale. E i soldi necessari per la sua manutenzione come li troviamo?

Ma se vogliamo guardare un po’ più lontano del nostro naso, immaginando davvero lo spostamento allo stadio comunale delle attività sportive legate al rugby cittadino, dobbiamo constatare che stiamo creando altri vuoti, altre buche, proprio accanto al Franchi. La prima sono i così detti campini in viale Nervi, dove si allena la Fiorentina, che poi non serviranno più. La seconda è lo stadio Lodigiani, oggi destinato a molte squadre di rugby, oltre che per le partite di campionato dei Medicei. Che fine farebbe quell’impianto, le sue tribune, gli spogliatoi, gli uffici e gli annessi pizzeria/birreria?

Sono volumi cospicui, cubature significative in un quartiere residenziale dove è ancora allettante il valore dell’edifici commerciali, meglio se adibiti a civile abitazione. Forse la risposta ve la siete già data da soli, anche pensando a quel che è accaduto in un altro caso simile, quello del parco di San Donato a Novoli.

Ecco il gioco del domino: spostare una pedina, che ne fa spostare un’altra e e mette in moto l'edilizia. Riempire una buca con la terra di un’altra buca. Creare costi che pagherà qualcuno. I fiorentini sono pronti?

E allora, se proprio si deve giocare, lasciate divertire pure noi, azzardando qualche proposta tanto per scherzare. Spostiamo lo stadio nella gigantesca buca del cantiere Foster, la cui destinazione a fermata Tav non pare convincere la nuova Ministra alle infrastrutture De Micheli, tanto meno Trenitalia. Se proprio si deve costruire un’altra stazione fiorentina facciamola alla Mercafir, che almeno si trova vicina all’attuale tracciato dei binari. I mercati generali potremmo collocarli al posto del pericolante carcere di Sollicciano. E i detenuti dove li butteremmo? E' ovvio: nel vecchio stadio comunale, restituito all’originario fascistissimo nome di “Giuseppe Berta”, la cui maggiore pregnanza storica farebbe felice anche il soprintendente.

Nicola Novelli