Le lezioni del Giorno della Memoria 2026

Il ricordo della Toscana alla prova del tempo

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
25 Gennaio 2026 19:06
Le lezioni del Giorno della Memoria 2026

Mentre gli ultimi testimoni diretti scompaiono, l'urgenza di ricordare si fa più densa, più necessaria. Già nel 2009 lo storico David Bidussa, nel suo "Dopo l'ultimo testimone", si interrogava su cosa sarebbe rimasto una volta spento l'eco del racconto orale. In Toscana, quella domanda trova una risposta coraggiosa. Le celebrazioni anche quest'anno non sono semplici riti di commemorazione, ma laboratori di una nuova fase della coscienza collettiva. 

La prima lezione di questo 2026 è che la memoria, per sopravvivere, deve trasformarsi in indagine rigorosa. Non basta più l'emozione del momento; serve quella che potremmo definire "sedimentazione storica". A Montelupo Fiorentino, questo passaggio è diventato un atto politico e scientifico. Il Comune ha saputo trasformare le risorse del Fondo Ristori — destinato ai danni non patrimoniali per i crimini del Terzo Reich — in un laboratorio di Public History.

Non si è trattato solo di ottenere giustizia legale, ma di finanziare ricerche come quella di Alfio Dini ("La notte dell'odio") o la tesi di laurea di Marco Orsi sulla deportazione dall'area empolese a Mauthausen. Questa metamorfosi serve a evitare il rischio di celebrazioni vuote. Quando il ricordo si fa storia, perde forse parte della sua carica emotiva immediata, ma acquista la solidità necessaria per resistere ai revisionismi del futuro.

"Montelupo ha colto l’occasione del fondo Ristori per attualizzare il culto della memoria, ottenendo giustizia dal tribunale civile di Firenze per molti dei propri deportati politici. Adesso si candida come luogo di ricerca e approfondimento su quei gravi fatti, il cui vivo ricordo può tenerci lontano da nuove guerre." ha spiegato Lorenzo Nesi, Assessore alla Memoria e alla Pace.

Approfondimenti

La memoria è anche musica e racconto. Le ricerche di Amelia Eckstein hanno riportato alla luce le composizioni scritte nei campi, mentre alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze riecheggia "La favola di Natale" di Giovannino Guareschi e Arturo Coppola, nata nel 1944 tra il dolore e la paura per restituire un barlume di speranza ai prigionieri.L'arte e la memoria si incontrano oggi in percorsi visibili a tutti:

  •  Biblioteca Riccardiana: l'esposizione dedicata alla raffinata grafica di Fingesten.
  •  Museo Novecento: un focus su collezionisti come Alberto Della Ragione, che protesse artisti perseguitati come Carlo Levi e Renato Guttuso
  •  Cenacolo degli Agostiniani: conferenze-concerto che restituiscono voce agli spartiti dimenticati dei lager.

Nel 2026, la geografia della Toscana si punteggia di segni che costringono lo sguardo a fermarsi:

  • Bagno a Ripoli (Grassina): una rosa deposta alla pietra d'inciampo per i coniugi Guido e Virginia Passigli, sotto gli occhi degli studenti delle scuole "Francesco Redi" e "Granacci".
  • Reggello: l'inaugurazione della statua "Sentieri di Memorie" di Angelo Butti, nata dal lavoro didattico dei ragazzi, che trasforma il percorso scolastico in arte pubblica.
  • Impruneta (Località Sannini al Ferrone): la cerimonia per la famiglia Calò-Spizzichino.

    Ricordare i nomi di Fernando, Iride, Mario, Fiorella, Sara, Alfredo, Fernanda e Rina significa restituire loro il diritto alla cittadinanza che fu loro strappato nel gennaio del 1944.Questi piccoli gesti — una rosa, una statua, un cippo a Villa La Selva — strappano l'evento storico dall'astrazione e lo riportano nelle nostre strade, tra le nostre case.

Mentre i segni fisici si moltiplicano nelle nostre piazze, resta una domanda: in un mondo dove il "mai più" sembra vacillare quotidianamente, qual è la nostra soglia di vigilanza? La lezione più importante non si trova nei libri di storia, ma nella capacità di riconoscere nel presente i primi segnali dell'indifferenza e dell'odio.

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