Il 30 luglio 2026, il Consiglio Regionale della Toscana ha messo la parola fine a un lungo iter legislativo approvando il nuovo Piano Faunistico Venatorio. In un panorama politico ideale, un documento di questa portata dovrebbe rappresentare il punto di caduta tra istanze diverse, una sintesi capace di guardare al futuro del territorio. Invece, ci troviamo di fronte a un clamoroso paradosso: il malcontento è trasversale.
Dalle associazioni che rappresentano i produttori di selvaggina ai movimenti ecologisti più radicali, il coro di critiche è unanime. La Toscana sembra aver sprecato una preziosa occasione di rigenerazione, preferendo un "immobilismo" rassicurante a breve termine ma devastante nel lungo periodo. Se il piano è riuscito nell’impresa quasi impossibile di scontentare contemporaneamente i "produttori" e i "protettori", sorge spontanea una domanda: la politica regionale è ancora in grado di leggere i mutamenti ecologici reali o è rimasta vittima di un corto circuito burocratico che ignora la realtà del territorio?
Per l’Ente Produttori Selvaggina, il nuovo Piano è il manifesto della "staticità". Nonostante il paesaggio rurale toscano sia mutato profondamente negli ultimi anni, il documento sembra ignorare i cambiamenti del quadro faunistico, preferendo rifugiarsi in un apparato normativo ideologizzato e farcito di regole tecnicamente improduttive. La critica è feroce: non si è voluto investire in un governo del territorio che recuperasse anni di abbandono strutturale, né si è cercata una vera alleanza con il mondo agricolo.
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"Come per tante altre previsioni del Piano, si ha la sensazione che l’obiettivo non sia stato programmare un complessivo miglioramento del quadro faunistico venatorio regionale, ma mortificare scientificamente l’interesse dei tanti appassionati che ancora praticano la caccia e la cinofilia" secondo l'EPS, ha smarrito la strada della produttività, diventando terra di nessuno in balia di presenze faunistiche incontrollate.
In un insolito allineamento, anche il fronte ambientalista boccia il Piano su tutta la linea. Sinistra Italiana e il gruppo Alleanza Verdi e Sinistra, unici a votare contro in Consiglio, denunciano la mancanza di una vera transizione ecologica. Per AVS, la Toscana ha rinunciato a guidare il cambiamento, restando ancorata a un paradigma obsoleto che considera la fauna selvatica come mero "oggetto di gestione venatoria" e non come parte integrante e vitale della biodiversità regionale.
Manca una regia pubblica forte che rimetta al centro gli enti scientifici come l'ISPRA, preferendo invece un approccio emergenziale delegato quasi esclusivamente ai cacciatori. Secondo Sinistra Italiana, una gestione moderna avrebbe dovuto poggiare su tre pilastri fondamentali.
Il Gruppo d’Intervento Giuridico rincara la dose, evidenziando come il Piano fallisca proprio nel suo obiettivo primario: la tutela delle specie in crisi. Sotto accusa è la zonizzazione del territorio, basata su un’"assurda" distinzione tra aree vocate e non vocate alla fauna selvatica, una scelta che frammenta gli habitat senza alcuna base biologica solida.
L’allarme riguarda popolazioni in declino critico come l’Allodola (Alauda arvensis), la Tortora selvatica (Streptopelia turtur) e la Pavoncella (Vanellus vanellus). La preoccupazione maggiore riguarda però la quasi estinta Lepre italica (Lepus corsicanus) e la Starna (Perdix perdix), ormai quasi scomparse allo stato selvatico in Toscana. Ma il punto più dolente è la gestione del Lupo (Canis lupus): il GrIG denuncia il rischio di una "caccia mascherata", dove il prelievo selettivo in casi particolari diventa lo strumento giuridico per aggirare lo status di protezione della specie.
Oltre agli aspetti ecologici, il Piano nasconde una vera e propria "trappola matematica" per le Aziende Agrituristico-venatorie. Quello che l'EPS definisce uno "scempio giuridico" è un tecnicismo burocratico volto a soffocare le strutture private. Il meccanismo è perverso: se la superficie degli istituti privati supera il 10% a livello provinciale, il limite del 15% previsto dalle norme regionali non viene più calcolato sull'intera provincia, ma sul singolo comprensorio. Questo "scorciatoia normativa" impedisce di fatto qualsiasi espansione o nuova nascita di aziende del settore, trasformando quello che era un asset economico e culturale in un groviglio di limiti invalicabili.
In questo scenario di scontro, esiste un aspetto pratico fondamentale per i cittadini. Con la pubblicazione del Piano, si apre una finestra temporale brevissima — solo 30 giorni — per esercitare il diritto di vietare la caccia sui propri fondi senza dover ricorrere a costose recinzioni perimetrali. Ai sensi dell’art. 15 della Legge 157/92, i proprietari terrieri possono presentare una richiesta motivata alla Regione.
Il quadro finale è quello di una Toscana ferma al palo. Il nuovo Piano Faunistico Venatorio sembra un documento di pura mediazione politica, talmente debole da aver scontentato tutti gli attori coinvolti. Da una parte chi vede morire le imprese legate alla fauna, dall'altra chi vede svanire la speranza di una tutela scientifica della biodiversità.