Il confine del confine: l’evoluzione delle frontiere dal medioevo alla modernità

Nell’ultimo volume della Biblioteca storica curata dalla Deputazione di storia patria per la Toscana, intitolato “Terre di confine tra Toscana, Romagna e Umbria”


FIRENZE- Il confine di stato è un concetto moderno consolidatosi al tempo delle rivoluzioni napoleoniche, grazie alla diffusione in Europa delle idee illuministe basate sul principio del popolo-nazione. Ma il limite invalicabile non è sempre esistito. Se ne occupa con ricchezza e complessità l’ultimo volume della Biblioteca storica curata dalla Deputazione di storia patria per la Toscana. “Terre di confine tra Toscana, Romagna e Umbria” è il titolo del libro che descrive le dinamiche politiche, gli assetti amministrativi e le società locali in quei territori tra i secoli XII e XVI. Pubblicato recentemente da Leo S. Olschki, raccoglie a cura di Paolo Pirillo e Lorenzo Tanzini, le relazioni presentate in due convegni che hanno avuto luogo nel 2019 a Firenze e Perugia, frutto di un progetto di ricerca che ha accomunato le Deputazioni di storia patria toscana, romagnola e umbra.

I ricercatori sviluppano il loro lavoro intorno agli incerti confini medievali, quando le prime norme istituzionali cominciano a cozzare con le pratiche sociali, specie in luoghi, come lo spartiacque appennino della Toscana orientale, dove un ampio paesaggio alterna altipiani a valli chiuse, che riducono l’altezza delle cime. Sino ad allora gli unici confini accettati sono stati quelli religiosi, cioè la partizione geografica delle diocesi della Chiesa, la sola istituzione in grado di coprire e mappare l’intero territorio europeo.

L’avvento dei comuni, specie in Toscana, introduce una nuova dimensione al confine, quella del limite giurisdizionale deputato alla definizione delle controversie economiche. Ma è frequente che le comunità sviluppatesi sul bordo dei nuovi limiti, ne soffrano i vincoli, più che trarne vantaggio. Certo da sempre, ove nasce un confine, si sviluppa anche un commercio di scambio e la vantaggiosa mediazione tra valori e quantità presenti nei territori separati. Opportunità che chi vive al confine impara a sfruttare, per compensare la perdita di altri beni, ad esempio le terre comuni divenute inaccessibili per colpa della politica.

Nel corso dei secoli si passa da una percezione del territorio fatta di proprietà latifondistiche detenute da famiglie aristocratiche (come Alberti, Barbolani di Montauto, Guidi, o Ubaldini) che si incrociano, spesso non coincidendo, con le competenze religiose di parrocchie e diocesi, a quella più moderna in cui le autorità comunali e poi soprattutto la Signoria medicea, fissano nero su bianco i propri confini di potere, con trattati diplomatici consacrati su mappe. Spariscono gradualmente le molte zone di incerta attribuzione, imponendo alle popolazioni di confine una nuova concezione della territorialità. La cui elaborazione sociale richiederà secoli e consentirà la sopravvivenza ancora nel 1900 di antiche pratiche di frode doganale. Si pensi alla tradizione casentinese delle sigaraie abusive e del contrabbando del tabacco della Valtiberina verso l’Adriatico.

Entrano in gioco le relazioni economiche e politiche tra Comune e periferia, tra cittadini e contado, popolato di poveri agricoltori in cerca di risorse di sopravvivenza. Per i quali la coscienza sociale dello spazio viene progressivamente coercita dalla ragion politica imposta dall’istituzione. Salvo riescano a non accettarla e a infischiarsene, proprio grazie alla loro lontananza dalle città del potere. E’ il caso di Castiglioncello in Val di Santerno, a cui i fiorentini imposero la linea di frontiera poco sotto le mura del paese.

E’ interessante leggere “Terre di confine tra Toscana, Romagna e Umbria” con la consapevolezza che oggi stiamo assistendo a una nuova percezione dello spazio, quello digitale, che sta facendo rinascere ovunque terrae mistae, cioè quegli ambiti economici immateriali in cui l’applicazione di confini lineari, strumento di gestione del diritto nazionale, risulta ogni giorno sempre più impotente. Un po’ come alla fine del medioevo, si richiede un processo di adattamento culturale a una nuova realtà in cui il concetto di frontiera sta perdendo valore.

Nicola Novelli