Criminalità organizzata, cresce il rischio: Toscana dopo Campania, Calabria e Sicilia

Mafie e corruzione: nuove dinamiche di espansione: interessate soprattutto Grosseto, Livorno, Prato e Massa Carrara


"La criminalità organizzata ha imparato a fare squadra" questa una della conclusioni a cui arriva il secondo rapporto annuale sui fenomeni di criminalità organizzata e corruzione in Toscana: un'analisi, condotta anche stavolta dalla Scuola Normale di Pisa su commissione della Regione, che approfondisce i contenuti della prima edizione presentata nel 2017 e traccia i contorni assunti in Toscana da mafie e corruzione, dando conto delle nuove dinamiche di espansione.

"Non siamo la Sicilia o la Calabria. E' evidente. Ma dovremmo ugualmente preoccuparci". Il presidente della Toscana Enrico Rossi tira le conclusioni e invita a non dormire sugli allori al termine di tre ore in cui a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, sede della presidenza della Regione, ricercatori universitari, magistrati e prefetti si sono confrontati sulla criminalità organizzata, la corruzione e il volto delle mafie in Toscana.

"E' vero – dice Rossi – che siamo una regione sana. Più sana almeno di altre. E' vero che nella nostra terra esiste un controllo sociale alto che ci può e ci dovrebbe garantire per il futuro. Ma c'è un però, appunto. Se a Livorno viene aperta un'indagine sul traffico internazionale di droga è evidente che c'è anche un pezzo di economia coinvolta. E se questo non è emerso prima, nonostante quel controllo sociale di cui andiamo fieri, allora dovremmo forse essere più vigili. Dovremmo attrezzarci e mobilitarci ancor di più, perché il rischio che l'emergenza della criminalità e della corruzione infetti alla fine definitivamente il tessuto della nostra società esiste". "E poi – aggiunge – chi non ci dice che quel marchio di regione sana e misura ta di cui andiamo orgogliosi non faccia comodo e non venga ad arte salvaguardata anche dalla stessa criminalità organizzata".

Poi si sofferma. "Dobbiamo iniziare, anche come istituzioni – dice - , a interrogarci di più sulla provenienza dei capitali che vengono investiti in questa regione. L'entusiasmo legittimo che un amministratore prova di fronte a chi porta denaro in Toscana occorre che sia temperato dalla preoccupazione sulla provenienza".

Da qui l'importanza di riflettere e analizzare sulla metamorfosi del fenomeno mafioso attraverso rapporti annuali e con l'aiuto del mondo accademico con cui la Regione Toscana, su questo tema, ha deciso due anni fa di avviare una collaborazione. Un impegno e uno studio che la prefetto di Firenze, Laura Lega, ha sottolineato come particolarmente significativo ed utile. Da qui ancora l'esigenza, usando di nuovo le parole di Rossi, di "educare alla legalità e alla difesa delle istituzioni, a cominciare dalle scuole". "La scuola – aveva ugualmente concluso poco prima il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho – è il primo laboratorio dove ci si forma contro la mafie e in cui ricordare i doveri del cittadino, il rispetto dei diritti e della dignità umana e sociale e difendere la libertà".

Rossi traccia anche la rotto per il futuro prossimo. "Dobbiamo - sottolinea - fare un passo avanti nelle assegnazioni dei beni confiscati alla mafia, numerosi anche in Toscana". Lancia un'idea: quella di utilizzare alcune degli appartamenti sottratti alla criminalità organizzata come alloggi sociali, a beneficio dunque della collettività, in collaborazione con sindaci e prefetti. Sprona a fare ancora di più sull'osservatorio pubblico sugli appalti. "Noi in Toscana l'abbiamo – dice – e se fosse istituito anche a livello nazionale sarebbe meglio ancora". Richiama la sentenza della Corte di appello su mafia capitale e il nuovo volto della mafiosità. "La politica – si sofferma – non può far finta che tutto questo non ci sia". Quindi conclude con una riflessione sulle mafie straniere, a par tire da quella cinese. "Va apprezzato il lavoro delle procure – commenta – I dati ci dicono comunque che tra gli immigrati regolari i tassi di criminalità non sono diversi da quelli degli italiani".

Dati statistici si incrociano ad analisi di episodi puntuali. C'è anche uno studio dedicato all'area di Prato, contesto particolarissimo dove dinamiche nazionali di migrazione criminale delle mafie storiche si incrociano con altre transnazionali, in un meccanismo di riproduzione e colonizzazione simile. E poi c'è un focus sull'azione della società civile e sull'impegno ‘dal basso', perché le mafie si combattono non solo nelle aule di giustizia o nei tribunali ma anche a scuola.

Le mafie in Toscana, secondo il rapporto della Normale e a guardare le carte dei tribunali, non sembrano manifestarsi con una presenza stabile e organizzata sul territorio. Pochi e sporadici casi insomma da articolo 416 bis, anche nel 2017, ma ben più numerose attività criminali a sostegno di associazioni di stampo mafioso. Se negli ultimi quindici anni il numero di condannati in Toscana per associazione resta molto limitato, diverso è il caso per i reati di favoreggiamento di organizzazioni criminali di stampo mafioso. Negli ultimi tre anni il distretto toscano è infatti il primo in Italia, dopo le tre regioni a presenza storica delle mafie (ovvero Campania, Calabria e Sicilia) per arresti o denunce con questa aggravante: 223 le persone coinvolte, oltre il 30 per cento del totale nazionale al netto delle tre regioni.

Quattro sarebbero le province toscane a più elevato rischio di penetrazione criminale: Grosseto, Livorno, Prato e Massa Carrara, l'unica peraltro che registra un aumento dei fenomeni di intimidazione e violenza criminale. Crescono nella regione, negli ultimi anni, anche i danneggiamenti a seguito di incendio, gli attentati e le rapine in banca (queste ultime soprattutto in provincia). Per denunce di estorsione Livorno è tra le prime in Italia per tasso di crescita annuale. Prato svetta invece in assoluto per riciclaggio.

La Scuola Normale prova a tracciare anche una mappa della presenze delle quattro mafie tradizionali che hanno sviluppato attività e scambi di tipo economico, in mercati illeciti o meno, in Toscana. Si contano 78 clan: il 48 per cento legato a gruppi della ‘ndrangheta calabrese, il 41 per cento affiliati alla camorra e il resto, con il 5 per cento ciascuno, a Cosa Nostra e Sacra Corona Unita pugliese. Otto sarebbero di origine prevalentemente autoctona, in cinque casi riconducibili ad una matrice campana e negli altri tre calabrese. Mercato degli stupefacenti (23%), estorsioni (13%), sfruttamento della prostituzione e riciclaggio (11%), contraffazione e usura (6%) risultano le loro attività più frequenti, assieme al traffico di rifiuti. Nello spaccio della droga gli stranieri arrestati doppia nel 2016 quello degli italiani.

I gruppi mirano ad un controllo più dei mercati che del territorio e frequenti sarebbero appunto gli scambi e i legami tra compagini criminali di origine differente, che fanno pensare a possibili integrazioni anche di natura organizzativa.

L'arresto di latitanti sul territorio toscano dimostra l'importanza che la Toscana ha per le organizzazioni mafiose storiche, disposte appunto anche a superare le conflittualità che esistono nei territori di origine quando operano nella regione. Prato ne è un esempio. Ci sono inoltre segnali che dimostrano una certa predisposizione di alcuni settori dell'economia toscana rispetto alla protezione di matrice mafiosa. E questo suona come un campanello di allarme.

I numeri messi in evidenza anche nei mesi scorsi anche da altri - dalla Fondazione Caponnetto ad esempio, con 132 gruppi criminali censiti nella regione per un giro di affari stimato di 15 miliardi – disegnano alla fine una trama criminale che, operando con basso profilo e pochi fatti di sangue, mostra di aver messo radici nel tessuto economico della regione, contaminando con la propria cultura anche soggetti estranei alla malavita. Secondo l'Espresso in Toscana si nasconderebbe addirittura il boss superlatitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, protetto dalla ‘ndrangheta.

Per quanto riguarda la proiezione criminale nell'economia legale della Toscana, i dati parrebbero evidenziare una preferenza per il riciclaggio ed occultamento di capitali, l'utilizzo di imprenditori e professionisti del posto ed un'infiltrazione ed azione più nel settore privato che nel mercato degli appalti pubblici.

Il contrasto delle attività criminali non rientra tra le competenze delle Regioni. La Toscana da tempo vi è comunque impegnata, fin dall'inizio degli anni Novanta. La Regione ha sostenuto negli anni i campi estivi in Sicilia e Calabria sui terreni strappati alla criminalità e contribuisce alla formazione di coscienze attive con quella ‘casa della memoria' che è il Centro di documentazione e legalità democratica che si trova all'ultimo piano di Palazzo Strozzi Sacrati, affacciato su piazza Duomo a Firenze: un archivio della Regione sui misteri e i poteri occulti, le stragi, l'eversione e appunto anche la mafia e la criminalità organizzata in Italia. Uno spazio frequentato da studiosi ma anche dalle scuole. Dal 1999 esiste una legge regionale per la promozione tra gli studenti e nella società civile dell'educazione alla legalità e lo sviluppo di una coscienza civile democratica.

Documenti disponibili on line:

Il rapporto 2018 su criminalità organizzata e corruzione in Toscana
Sintesi del rapporto 2018 su criminalità organizzata e corruzione in Toscana

Consulta anche:
La prima edizione del rapporto, pubblicato nel 2017

Redazione Nove da Firenze