Copyright, il web contro l'Europa: come la vede l'Istituto di Previdenza dei giornalisti italiani

Un tema che interessa chi si informa quotidianamente attraverso la rete


L'Europarlamento in seduta plenaria a Strasburgo, decide di modificare le regole sul diritto d’autore e scatena una polemica mondiale.
Wikipedia si autocensura e lancia un appello contro il cambiamento delle regole, attirando l'attenzione su due articoli in particolare della riforma. La rete fa eco e rilancia appelli da più fronti, sottoscritti anche da chi il web lo ha ideato e creato, mettendo insieme accademici, istituti, istituzioni e società civile.
Le esclamazioni di disappunto riguardano la messa a rischio della "libertà" ed il pericolo della "censura", fanno in particolare riferimento alla democraticità dell'informazione che viene considerata un bene che dovrebbe avere libero accesso. Ci sono poi osservazioni anche economiche sul ruolo acquisito dai link e dai riassunti delle notizie (con citazioni o link esterno) inserite ad esempio in aggregatori che rimbalzano gli utenti dal motore di ricerca alla fonte della notizia producendo quel click al portale spendibile ad esempio sul mercato commerciale della pubblicità. Meno condivisioni, meno letture? Meno link, meno letture?

Una Direttiva Europea viene recepita dallo Stato membro e ne viene data successiva attuazione all'interno della legislazione nazionale.
A tal proposito, come ha reagito l'Italia? Il mercato editoriale italiano è in crisi da diversi anni e la convivenza con la rete digitale prima e con i social network poi ha messo in non poche difficoltà il sistema. Pensare in analogico e maneggiare tecnologie digitali non sembra aver aiutato il settore. 

L'Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti italiani nell'inviare il consueto report sulle tematiche che interessano la categoria, interviene sul caso usando queste parole "Le modifiche riguardano una maggiore regolamentazione del rapporto tra editori, lavoro degli autori e piattaforme web (Facebook o Google) per dare più diritti a chi crea contenuti. La riforma, battezzata “del copyright”, darebbe agli editori la possibilità di negoziare con le piattaforme una remunerazione per l’utilizzo del loro materiale giornalistico, finora mai tutelato dalla regole sulla proprietà intellettuale".

Il lavoro portato avanti fin dal 2016 avrebbe l'obiettivo di "riempire un vuoto legislativo che ha consentito alle piattaforme che ospitano contenuti caricati dagli utenti (come YouTube) di evitare di pagare una licenza equa per i contenuti creativi (musica, film, libri, spettacoli tv), generando danni all’industria culturale. La nuova direttiva assegna oggi una responsabilità alle piattaforme per l’uso dei contenuti protetti dal diritto d’autore. Sono coinvolte quelle piattaforme che generano profitti fornendo accesso a contenuti sotto copyright come musica e video caricati dagli utenti, tipo YouTube".

Gli articoli oggetto del contendere. "L’articolo 11 propone che il lavoro giornalistico svolto in rete venga in qualche modo remunerato dalle grandi piattaforme che aggregano contenuti. Prevede che chiunque voglia pubblicare un link e/o uno snippet, avrà bisogno di un’autorizzazione da parte dell’editore del contenuto linkato e/o citato e dovrà pagare a quest’ultimo un compenso. Si tratta di una forma di equo compenso per retribuire gli editori per l’utilizzo di un’opera protetta da diritto d’autore. Per poter indicizzare articoli giornalistici e permettere la visualizzazione dell’anteprima (snippet) i motori di ricerca dovrebbero pagare le testate, probabilmente sotto forma di abbonamenti".

Poi c'è l’articolo 13 che "riguarda il diritto d’autore per opere artistiche caricate dagli utenti sulle piattaforme. L’obiettivo è risolvere il cosidetto “value gap”, ovvero la discriminazione remunerativa che esiste nel mondo dello streaming tra quanto versano piattaforme come YouTube e altri servizi come ad esempio Spotify. La direttiva richiede alle piattaforme di creare un filtro automatico, un algoritmo, in grado di verificare tutti i contenuti caricati prima della loro pubblicazione, controllare che non siano stati violati i copyright e, in tal caso, impedirne la pubblicazione. Queste piattaforme dovrebbero inoltre ottenere una licenza per i contenuti di copyright per fine di generare un equo ritorno economico ai creatori. E pubblicare solo contenuti da parte di utenti che abbiano acquistato la licenza. Non è dunque previsto un consenso per la pubblicazione di un contenuto, ma solo un’autorizzazione che chi lo carica sia autorizzato a farlo. Inoltre il testo non prevede alcun obbligo di sorveglianza delle informazioni e prevede che tutto ciò che non violi la legge non abbia alcun freno alla pubblicazione".

 Secondo l'INPGI la nuova legislazione andrebbe a "sanare un’anomalia storica e colmare una lacuna giuridica europea", riconoscendo "potere negoziale agli editori nei confronti delle grandi piattaforme come Facebook o Google sulla remunerazione che possono richiedere per l’utilizzo della loro produzione giornalistica". 
Conclude l'Istituto Nazionale di Previdenza "Garantire questo tipo di diritti agli editori non impatterebbe il modo in cui gli utenti condividono i link su internet".

Punti di vista discordanti quindi, ma sulla stessa piattaforma di uso quotidiano. 

Redazione Nove da Firenze