Al Cinema Vacci Tu - Amabili Resti

Torna Peter Jackson con la trasposizione cinematografica del libro di Alice Sebold.


Peter Jackson torna a girare un film "normale" (per i suoi canoni, si intende) dopo la trilogia del Signore degli Anelli e il kolossal King Kong . Lo fa trasponendo in pellicola il bestseller di Alice Sebold , in italia edito dalle edizioni e/o, "Amabili Resti".
E’ un Jackson strano, vien voglia di dire più maturo, diverso e meno graffiante dagli esordi trash di Splatters- gli schizzascervelli e da quel capolavoro di Creature del cielo con una giovanissima Kate Winslet al quasi debutto. Viene voglia di dire più maturo, ma la realtà è che quello che realmente si intende è meno riuscito.

Il romanzo originale, il primo della scrittrice statunitense, dichiaratamente atea, era un “racconto proveniente dal paradiso”, per parafrasare la stessa autrice, che nel 2002 vendette milioni di copie in tutto il mondo solo nelle prime settimane di uscita e senza copertura mediateca televisiva.
Quello che colpiva dei Lovely Bones della Sebold era il tono pacato, sereno, della narrazione in prima persona della defunta adolescente protagonista. L’Aldilà visto con una serenità e un conforto tale da sembrare, appunto, paradisiaco.

L’escamotage narrativo viene ripreso da Jackson, che affida al volto dolce e simpatico di Aoirse Ronan il ruolo della protagonista, Suzie Salmon, “come il pesce” come ribadisce più volte lei. E anche cinematograficamente, il “luogo di mezzo” dove le anime dei trapassati si recano una volta terminata l’esistenza mortale, prima di accedere a piani “più alti”, è visivamente bellissimo e realizzato con il consueto prodigio di grafica digitale (del resto, stiamo parlando di Peter Jackson).
Il grande pregio di questa svolta narrativa è di essere filologicamente corretto con migliaia di testi della letteratura medianica esistente, che parlano di questo stadio interiore fra la morte e la vita forse eterna, si vedano i classici di Raymond Moody sull’argomento. Un film che parla della morte con una calma e seraficità va premiato, specialmente nel nostro Occidente da sempre terrorizzato dalla signora con la falce, dal MedioEvo ad oggi. Le immagini di Amabili Resti sono celestiali, degne del Gilliam più ispirato, di una purezza che Tim Burton non potrà mai avere. Per sua fortuna. Perché non è per niente interessante, a conferma di come l’animo umano sia contorto. Bello il pensiero di questo “Aldilà o Aldiquà” – dipende sempre dal punto di riferimento – ma dopo dieci minuti….chissenefrega.

La storia narra dunque della morte di Suzy Salmon e del suo distaccarsi dagli affetti e dai rancori, dalle emozioni forti che la tengono avvinghiata a quel piano di esistenza tanto vicino al nostro da poterci anche interagire flebilmente ; mentre sulla terra gli affanni e la ricerca dei familiari per trovare il responsabile dell’accaduto si tramutano in sofferenza umana, solitudini paterne, sospetti della sorella minore e la crisi esistenziale della madre che abbandona il tetto coniugale per ritrovare sé stessa. La parte sconclusionata della storia sta proprio nella nostra “parte di mondo” , quella nella dimensione quotidiana ; le figure sembrano poco definite e interessanti ( su tutte, la madre di Rachel Weisz e la nonna, interpretata dalla sempre simpatica Susan Sarandon, ma del tutto inutile a fini narrativi ). Se la cava anche Mark Wahlberg nel ruolo di papà Salmon, ma il palcoscenico attoriale è tutto per la Ronan (sua infatti anche la voce narrante da morta, in stile “Viale del Tramonto”) ma soprattutto il giustamente premiato con la nomination agli oscar come non protagonista Stanley Tucci, con parrucca bionda e baffetto, il vicino di casa che stupra e uccide la piccola protagonista.

Da segnalare come il cadavere della ragazza non venga mai mostrato. Gli unici segni della sua morte sono una buca in terra e un cappello insanguinato nei pressi della stessa. Come a voler significare che la Salmon non sia mai realmente morta. Gli “Amabili resti” quindi non ci sono, non si vedono, con buona pace di chi sperava in un ritorno all’humor macabro del regista neozelandese.
Che non graffia, pur regalandoci una storia tenera e che fa bene. Ma da lui, vogliamo la ferocia degli esordi.

Marco Cei

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Redazione Nove da Firenze