Al cinema in Kimono. Ma il cinema è una chiesa

la rassegna sul cinema Giapponese si è tenuta dal 27 al 30 novembre alla chiesa di Santo Stefano al Ponte. Il report.


AL CINEMA VACCI TU — Metti una sera, a cena, in un locale tipico vicino Ponte Vecchio. Metti però che il locale tipico è una chiesa. E metti però che la cena è un caratteristico Bento, un piatto tipico giapponese, da consumarsi in un apposito stand corredato da cuscini e morbidi divani, contornato da figuranti in kimono e musicisti e performer appositamente venuti dal lontano Oriente, mentre nella succitata chiesa si assiste alla visione di film nipponici sottotitolati per l’occasione.

E’ quanto è successo lo scorso week end nel corso della rassegna di Cinema Giapponese , svoltasi nella suggestiva cornice, appunto, della chiesa di Santo Stefano al Ponte, a due passi da Ponte Vecchio. La chiesa che ha visto, nella storia, il nascere della divisione fra le fazioni guelfe e ghibelline oggi riunisce occidente e Sol levante, italiani, stranieri e giapponesi nell’omaggiare e, perché no, anche “assaggiare” (grazie al ristorante Eito di Via dè Neri) un po’ di cultura del mondo nipponico.

La rassegna è stata contornata appunto da eventi gastronomici e culturali, come la sfilata in kimono - a cui tutti potevano accedere previa prenotazione – dei capi appositamente fatti pervenire dalla prestigiosa azienda Tansuya. Ma il fulcro vero sono state ovviamente le proiezioni che da venerdì 27 novembre a ieri, Lunedì 30, hanno riempito la chiesa di Santo Stefano come fosse un vero cinema. Il programma era piuttosto vario ed eterogeneo : dal corto, premiato con l’Oscar, Tsumiki No Ie , struggente storia di un vecchio in un mondo sommerso dalle acque che per recuperare la propria pipa si immerge letteralmente in un viaggio a ritroso nei propri ricordi, all’altro vincitore nipponico di una statuetta, quell’ Okuribito (Departures, il titolo internazionale) che ha vinto come Miglior Film Straniero nell’ultima edizione e che dovrebbe essere distribuito in italia a partire dal Gennaio prossimo.

Uno dei film, a giudizio di chi scrive, più interessante di tutta la rassegna è stato invece Miyagino, alla cui proiezione era presente anche il regista, il 34enne Tatsuji Yamazaki. Un dramma di amore, una sorta di giallo, costruito a incastri e suggestioni, che molto deve, nella ricostruzione scenica, al teatro e al disegno, fino a mischiarne le tecniche narrative all’interno della celluloide. Suggestivo, elegante, “moderno” pur senza sfoggiare mirabolanti mezzi tecnici ( quasi sempre la macchina è fissa sui protagonisti) , il meccanismo narrativo dell’opera colpisce e prende lo spettatore fino alla fine. La storia parla della cortigiana Miyagino , accusata di aver ucciso il famoso maestro Sharaku, realmente esistito e realmente sparito nel nulla. L’amore di lei per l’apprendista del pittore, il giovane Yataro, si tramuterà in dramma quando nel giovane prevarrà la codardia e l’egoismo. L’interprete dell’apprendista, Ainosuke Kataoke IV, è per inciso un rinomato attore di teatro Kabuki, il che non fa che rafforzare il legame del film con le arti che storicamente lo hanno preceduto.

Proviene dal passato (ma è stato distribuito in Italia soltanto di recente) anche l’omaggio a Miyazaki, quel Il mio vicino Totoro, datato 1988, proiettato in italiano . Curioso, ma un pò troppo lungo e discontinuo, The Magic Hour di Koki Mitani, racconto metacinematografico di un attore che si mescola involontariamente con la malavita pensando di interpretare un noir di gangster; debiti e citazioni al cinema di genere nipponico e un’occhio all’occidente (l’Allen di Pallottole su Broadway, per dirne uno ) ne fanno un prodotto gustoso soprattutto nella prima parte, in cui l’estro comico di Mitani viene fuori preponderante. Alla lunga il gioco stanca e si rilassa fino a non voler quasi più finire, ma il risultato resta comunque gradevole.

Fra altre visioni dedicate all’animazione (Byosoku 5cm) e altre ancora che dall’animazione vengono trasposte “live” (il film sul giovane pescatore Sanpei, idolo dei cartoni animati di una generazione di ora trentenni ) , fra proiezioni legate alla presenza degli animali (Wanko The Movie, documentario su storie realmente avvenute di 16 cuccioli canini che rivelano il “carattere” dei nostri amici a quattro zampe – ma anche il divertente e assai poco ruffiano Buagaita Kyoushitsu, storia di un maialino allevato da una scolaresca che passerà un intero anno scolastico con i bambini, prima di andare inevitabilmente incontro al suo destino di “esperimento” didattico e di maiale destinato alla catena alimentare ) chi scrive chiude con un piccolo divertente film, forse quello che più è vicino, per paradosso, ad una mentalità prettamente occidentale, almeno nella narrazione : Hula Garu (Hula Girls) di Sang-Il Lee è una commedia che avrebbe benissimo potuto essere stata scritta e prodotta in Inghilterra o in Francia, per lo stile e l’incedere degli eventi. Ma contemporaneamente affonda nella storia e nella cultura giapponese per quelle differenze di entroterra e mentalità che rendono il contrasto della storia assolutamente esilarante. Un gruppo di ragazze, per salvare la comunità di un piccolo villaggio di minatori dalla crisi economica imperante, decide (siamo nel 1965) di mettersi a ballare l’Hula Hoop, in un resort fondato per l’occasione dall’azienda mineraria per salvare le sorti comuni. La diffidenza iniziale degli abitanti viene a poco a poco vinta dall’entusiasmo delle ragazze e dalla bravura della loro maestra, una ex ballerina (fallita) di Tokio che a sua volta si troverà cambiata dall’esperienza di quello scontro di culture. Bellissima l’interprete, Yasuko Matsuyuki.

Ora non ci resta che attendere la nuova edizione dell’anno venturo, per assaggiare ancora un po’ di Giappone, con gli occhi e con il palato.

Marco Cei

Redazione Nove da Firenze