Cinema: Io non ho paura nelle sale fiorentine

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
24 marzo 2003 19:30
Cinema: Io non ho paura nelle sale fiorentine

La Colorado Film e Cattleya, Alquimia Cinema ,The Producers Films Inghilterra in collaborazione con la Medusa Film hanno presentato l’ultimo figlio di Gabriele Salvatores. Il film è stato prodotto da Maurizio Totti,Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini e Marco Chimez. Le musiche sono di Ezio Bosso.
Gli interpreti si dividono in “grandi” e “piccoli”. Bambini ed adulti, i primi presi da una scuola di Menfi, i secondi tra attori conosciuti tra cui Diego Abatantuono, l’affezzionato. Il soggetto è tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti.
Il regista, che ha incontrato i giornalisti nei giorni scorsi, ha sottolineato i temi dominanti per la nascita del film:
-perdita dell’infanzia
-disubbidienza
-tutti noi abbiamo bisogno degli altri.
I primi trenta secondi, tutti con tecnica digitale, ci immettono in un’atmosfera di suspence e ci introducono, come è di norma al thriller.

Sì, perché altro non è che un thriller italiano che trascina con sé alcune tematiche antiche con una perturbante tematica interiore.La scritta “Io non ho paura” arriva dal buio di qualche cosa che ancora non ci appare chiaro. Il DOPPIO, di questa lotta infinita tra la luce ed il buio, il buono ed il cattivo, la guerra o la pace, la felicità e la sofferenza. L’“Io” del titolo ci dà un tremito perché parla di noi!
Molto rigoroso al testo dell’Ammaniti, il regista usa filtri rossi e gialli per tutte le scene in esterno come a sottolineare la luce in contrapposizione a “quel buco” che è nero, angoscioso che ci acchiappa e ci fa credere di essere morti.

L’occhio dei bambini ci fanno da guida in un mondo più basso del nostro. Sopra e sotto, dentro e fuori, Filippo e Michele.
Tutti questi bambini, sono nel film molto aderenti alla loro natura ingenua, e Salvatores ha sottolineato quanto, la spontaneità di quest’ultimi è stata decisiva nel rendere questo ballo masochista del buio e della luce.Gli archi di Bosso accompagnano lo scorrere della vicenda con riservatezza e freschezza.
Filippo è dentro il buco crede di essere morto, Michele è fuori a correre nel grano, balla nella luce.
I grandi, gli adulti che ormai sanno della dualità della vita, la accettano e fanno compromessi per sopravvivere e spezzano la fiducia dei piccoli per immetterli bruscamente in questa altalena vitale.
Affermare di aver paura affievolisce la sofferenza e la si può superare.

Scrivere io non ho paura, come dice Salvatores, vuol dire cerco di non averla. La paura è uno strumento di dominio. Il regista ha filmato la natura in modo minuzioso anche sotto le spighe di grano, dove noi non vediamo il pullulare di animaletti viventi. Ha affidato il lavoro dei bambini ad un gruppo teatrale. Il mondo di Filippo è pieno di buio e i suoi occhi non riescono ad aprirsi perché la luce è dolorosa: il sapere fa paura, si prendono le distanze da quello che si conosce.
La natura dove vive Michele è fatta, invece di formiche, barbagianni, serpenti, maiali e di fumetti.
Michele prova a non aver paura di quel buco nero e prova a chiedere se difronte a lui c’è un’ altro bambino.
Distanze non ce ne sono, anzi la dolcezza e l’amicizia sono pure.

Difronte alla scoperta del futuro di Filippo, Michele si ribella, come tutti dovremmo fare, e supera la sua paura e fa emergere la luce, la libertà.
I bambini nella recitazione ci riportano indietro e quest< è la cosa più toccante del film.
Ci siamo dimenticati qualcosa che ancora abbiamo, cioè di essere uguali.
La mano di Michele che si protende verso Filippo non ha bisogno di commenti, è bene vederla sullo schermo. Non è romantica, scontata appiccicata alla scena per concludere qualcosa a lieto fine ma solo verità.
Di come dovrebbe essere il rapporto tra quegli uomini-bambini che un tempo hanno corso sugli stessi campi di grano, di vita.
Il Film uscirà in 22 paesi nel mondo, ma non è stata fatta molto pubblicità in televisione.
In contemporanea, Gabriele Salvatores porta in teatro uno spettacolo dove legge proprio Ammaniti, con musiche di Bosso.
[G.

G.]

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