Il Maggio musicale resta nel mirino della Corte dei Conti

La relazione sui rendiconti 2017 di 14 fondazioni lirico-sinfoniche italiane evidenzia per Firenze e Genova in particolare "insufficiente patrimonializzazione e perdurante esposizione debitoria. Percorso di risanamento da completare entro il 2019"


(DIRE) Roma, 19 giu. - "I segnali incoraggianti che emergono dall'analisi dei risultati del 2017 alleggeriscono solo in parte le criticità strutturali attinenti, principalmente, all'insufficiente patrimonializzazione di molte delle Fondazioni e alla perdurante esposizione debitoria. Preoccupante, sotto questi profili, resta la situazione dei Teatri di Genova e di Firenze. Il percorso di risanamento dovrà essere completato entro il 2019".

E' quanto rileva la Sezione controllo enti della Corte dei conti nella relazione sui rendiconti 2017 di 14 fondazioni lirico-sinfoniche italiane. "In particolare - scrive la Corte - per 9 fondazioni assoggettate ai piani di rientro previsti dalla legge di riforma n. 112 del 2013 si registrano miglioramenti gestionali. Si tratta dell'Opera di Roma, del San Carlo di Napoli, del Maggio musicale fiorentino, del Massimo di Palermo, del Comunale di Bologna, del Lirico di Trieste, del Carlo Felice di Genova, del Petruzzelli di Bari e dell'Arena di Verona. Il Teatro di Cagliari, invece, nonostante chiari sintomi di crisi, non ha aderito alle procedure di risanamento previste dalla riforma, confidando sul sostegno della Regione e del Comune". Un discorso a parte e' riservato alla Scala di Milano che ha costi sostenuti, ma che incassa somme importanti, grazie anche al prestigio internazionale, dalla vendita dei biglietti d'ingresso e attrae contributi privati e sponsorizzazioni, e all' Accademia di Santa Cecilia, che, per la particolare specializzazione sinfonica e cameristica, ha minori costi di produzione. Al di la' delle eccezioni indicate, le fondazioni presentano caratteri comuni. La governance e' controllata dallo Stato che provvede all'assegnazione dei finanziamenti; i contributi dipendono dal Fondo Unico per lo Spettacolo; l'apporto finanziario di Regioni ed Enti locali e' modesto e tardivo; i costi strutturali sono eccessivi, soprattutto per il personale e le nuove produzioni, che non sono sufficientemente ammortizzate da un adeguato numero di rappresentazioni, e svolgono un'insufficiente attivita' di fund raising a causa di una carente politica pubblica di incentivazione di sponsor e privati, con conseguenti ricavi da biglietteria e abbonamenti non rapportabili all'importanza della tradizione musicale italiana. "Contributi al miglioramento della complessa situazione del panorama operistico nazionale possono giungere dalla creazione di sistemi integrati a livello regionale e interregionale, dalla valorizzazione del prodotto italiano all'estero e delle coproduzioni nazionali e internazionali e dal perseguimento di economie di scala nelle tipologie di offerta lirico-teatrale", conclude la Corte.

Redazione Nove da Firenze