Lavoratori bancari toscani: stressati e preoccupati

 Presentato a Firenze lo studio della Fisac Cgil. Il segretario toscano Quiriconi: "La nostra regione nel settore ha pagato un caro prezzo della crisi. Dalla digitalizzazione ulteriori rischi"


La Fisac Cgil Toscana, col coordinamento scientifico del dipartimento di Scienze sociali ed economiche dell’Università La Sapienza di Roma nelle persone dei professori Mimmo Carrieri e Luisa de Vita, ha realizzato un’indagine sui lavoratori bancari tra il febbraio e l’aprile del 2018 attraverso la somministrazione (prevalentemente online) di 400 questionari anonimi contenente oltre 50 domande per indagare il rapporto con il lavoro, la società e la politica.
Lo studio è stato presentato oggi in Camera del lavoro a Firenze con gli autori, Agostino Megale di Fisac Cgil nazionale, Pd (Cesare Damiano), Leu (Roberto Speranza), 5 Stelle (Carla Ruocco). Si tratta di una iniziativa, quella dell’indagine, motivata dal fatto che, seppure analoghe ricerche di “sentimento” fossero state realizzate in passato a livello nazionale, interessava indagare il punto di vista di lavoratrici e lavoratori (età media al di sotto dei 35 anni) che per percorso professionale e realtà anagrafica non possono immaginare di usufruire di opportunità legate ai fondi di prepensionamento o a modifiche della Legge sulle pensioni o di particolari “accordi difensivi”, in un settore falcidiato dalla crisi finanziaria e di molti istituti. Il violento processo di digitalizzazione rischia di portare con sé ulteriori elementi di destabilizzazione rispetto al lavoro così come è stato inteso. Val la pena ricordare che, nei 10 anni di crisi dal 2008 ad oggi, la nostra regione ha pagato un prezzo pesantissimo in termini occupazionali con 10.000 lavoratori bancari in meno, 250 filiali chiuse solo nell’ultimo biennio, una riorganizzazione che è andata a svantaggio dei territori più deboli e fragili.

I DATI

Il campione (composto dal 50% di uomini e dal 50% di donne, toscani) vede per oltre il 60% lavoratori laureati che ritengono di avere scarse o nulle possibilità di carriera ( 75%) e che al 95% lamentano una partecipazione alle scelte aziendali pressoché nulla. Nel 60% dei casi si lamenta un eccessivo autoritarismo dei superiori e nel 70% dei casi ansia per il raggiungimento dei budget assegnati. Il 75% dichiara che nel proprio lavoro lo stress è la prima causa di sofferenza. Il 67% lamenta pressioni eccessive per gli obiettivi di budget e e le conseguenti pressioni commerciali e oltre il 70% è preoccupato per le riorganizzazioni aziendali. Il 52% ritiene che la propria condizione di lavoro sia peggiorata negli ultimi anni ( dato significativo se si considera la scarsa anzianità dei rispondenti). Significativo che la grande maggioranza di questi giovani lavoratori tema per il mantenimento del posto e di riflesso per il suo tenore di vita, ponendo questa come preoccupazione maggiore. Nel quadro di un complessivo giudizio sulla gestione contrattuale di orari, ferie diritti sindacali, previdenza integrativa, emergono riferite al proprio luogo di lavoro come elementi di insoddisfazione quelli legati a pressioni, ma anche la sempre maggiore richiesta di mobilità da territorio a territorio. L’83% del campione ritiene che la condizione del settore bancario assicurativo sia peggiorata negli ultimi anni. Seguono poi richieste sulla collocazione politica, dalla quale si conferma la salda collocazione a sinistra della maggioranza dei rispondenti, ma ad una specifica domanda su quale partito rappresenti meglio le istanze del lavoro quasi 1 su 2 risponde “NESSUNO”. Questa risposta è formulata anche da molti che hanno dichiarato di aver espresso comunque una preferenza. La stragrande maggioranza degli intervistati risponde di aver incontrato il sindacato nel luogo di lavoro, a dimostrazione della forza straordinaria costituita dalla rete di migliaia di delegati nelle aziende, con una gradazione positiva nel giudizio sul loro operato che tende a crescere ( come evidenziato anche da altre ricerche) a mano a mano che si scende a livelli territoriali e aziendali. Sembrerebbe insomma che nel rapporto col proprio sindacato, proprio per la concreta quotidiana attività di rappresentanza, l’immagine pubblica o nazionale conti meno. Rilevante ad esempio che il 75% dichiari di essersi rivolto per la soluzione di un problema nell’ultimo anno al proprio rappresentante aziendale e nel 70% dei casi ne abbia tratto un’utilità. Sulle innovazioni contrattuali delle ultime stagioni, dallo smart working al contratto “ibrido” (metà Partita Iva metà lavoro dipendente), emergono diffidenze e consapevolezza sui vantaggi per le aziende e invece incertezza rispetto alla condizione di lavoro. Il 60% boccia come negativo l’attuale regime pensionistico derivante dalla Legge Fornero, anche qui dato interessante in relazione al fatto che i rispondenti sono giovani e che il settore gode di particolari ammortizzatori. Il Jobs act e le misure di precarietà recentemente introdotte sono bocciate da circa il 60% del campione. Residuale il numero di coloro che chiedono un’uscita dall’Euro a o addirittura un”Italexit”, mentre largamente maggioritario risulta il dato di chiede di rafforzare l’Europa nella propria dimensione sociale e politica. Infine, sulla dimensione valoriale dei rispondenti, è interessante evidenziare che se oltre il 68% dichiara che gli immigrati vanno accolti e integrati, ad una successiva domanda se questi costituiscano un pericolo per la sicurezza il 43,5% dichiari di essere molto o abbastanza d’accordo. A dimostrazione della delicatezza e della controversia di questo delicato ed epocale problema.

Daniele Quiriconi (segretario generale Fisac Cgil Toscana)

Redazione Nove da Firenze