Gabriele Lavia porta al successo il Pirandello più controverso

I Sei personaggi hanno aperta la stagione 2014-2015 del Teatro della Pergola. Calorosi e meritati applausi per uno dei rappresentanti più insigni del teatro italiano contemporaneo, accompagnato sul palco da una troupe di maturi e valenti attori.


FIRENZE - Quando il teatro aggredisce, e va oltre, sé stesso, interrogandosi sull’essenza della verità, della realtà, dell’illusione, sullo sfondo della grande crisi borghese del primo Novecento. È questa l’essenza dei Sei personaggi in cerca d’autore, pièce di Pirandello del 1921, riallestita alla Pergola da Gabiele Lavia.

Siamo a teatro, dove una scombinata compagnia sta provando Il giuoco delle parti. Sul palco, fa improvvisamente irruzione una strana famiglia d’individui dall’aria malvissuta, composta dal padre (Gabriele Lavia), la madre (Rosy Bonfiglio), la figliastra (Lucia Lavia), il figlio (Andrea Macaluso), un ragazzo e una bambina (con questi ultimi che sul palco non diranno mai una sola parola). Sono questi i “personaggi” che chiedono di poter rappresentare il loro dramma familiare, a loro dire ben più autentico di una pièce puramente immaginaria. È su questo punto che s’innesca la prima riflessione dell’autore sulla verità della vita vissuta, a confronto con la stilizzazione del mondo del teatro, dove l’attore, per quanto talentuoso, non potrà mai interpretare quelle emozioni che non vive davvero.

Paladini della verità, questi sei personaggi, ognuno con il suo tormento segreto, crudelmente autentico. Alle spalle, una storia d’amore e d’abbandono, di povertà e malintesi, con Lavia che ritrova la figliastra a lavoro presso l’atelier gestito da Madama Pace la quale, approfittando della sua bellezza e della sua giovane età, proponendole di intrattenersi con degli uomini se non vuole che la madre rimanga senza lavoro a crescere da sola quattro figli. La ragazza accetta, ma il destino vuole che un giorno ella si ritrovi di fronte, in veste di cliente, proprio il padre. Da qui, una spirale di colpe, rimorsi, sofferenze, che i sei sono condannati a rivivere in eterno, personaggi prigionieri del loro destino. Un eterno vivere e morire, almeno moralmente, che avvicina Pirandello al Sant’Agostino della “disastrosa morte”, quella morte che si è fatta immortale: con la resurrezione, anima e corpo si fondono di nuovo insieme, per cui l’esperienza di vita e di morte riprende il suo ciclo. Allo stesso modo, teatro e realtà proseguono congiunti nella vita quotidiana, per allontanarsi quando la vita va a finire in un copione, e tornare a essere realtà quando il pubblico osserva, riflette, e s’immedesima in quanto vede.

Oltre a considerazioni di tipo metafisico e metateatrale, non mancano nella pièce considerazioni di tipo sociologico. Nel ritrarre la borghesia dell’epoca, Pirandello si pone in maniera diametralmente opposta al suo contemporaneo D’Annunzio; se quest’ultimo costruisce i suoi romanzi sulla figura del Superuomo, atletico e dalla scaltra intelligenza, il drammaturgo agrigentino coglie invece gli aspetti più miseri di un ceto sociale che, chiusa la Belle Époque, si trova in piena crisi di valori, goffa e spaurita. Sul palco, infatti, s’incontrano due realtà sociali: quella della compagnia di attori, frivola, spensierata, simbolo di un’epoca ormai tramontata, la Belle Époque, appunto; e la famiglia dei “personaggi”, preda di angosce e follie, in tutto simile alla società europea degli anni Venti. Spingendosi oltre Thomas Mann - già cantore di un ceto borghese che mostra evidenti crepe -, Pirandello lo coglie in piena confusione d’identità, incapace di distinguere tra finzione e realtà, afflitto da ansie di vendetta e patetiche volontà d’espiazione.

Sul palco, si scontrano quindi due realtà: quella frivola di una compagnia di attori, che guarda dall’alto in basso i poveri personaggi. Questi, interrompono le prove de Il giuoco delle parti (ironica autocitazione), che lo scombinato ensemble cerca di portare avanti in una generale confusione. Negli accenti, nei sottintesi, emergono rivalità, gelosie, antipatie, fra gli attori della compagnia, in particolare fra il primo attore (Mario Pietramala) e la primadonna (Giulia Gallone). Con garbo, Pirandello (e Lavia), mostrano il dietro le quinte del teatro, con le maestranze a lavoro, l’esigente capocomico (Michele Demaria), gli alterchi fra questi e l’usciere, il suggeritore e gli attori, e gli attori stessi spesso insofferenti all’ascolto; una visione d’insieme meccanicistica, che guarda con affetto a quel mondo che Pirandello aveva nel sangue, ma da vero siciliano scettico, non riusciva a prendere troppo sul serio.

Nella sua parte del padre di famiglia, Lavia regala un’interpretazione vicina, per intensità drammatica, a quella di un eroe alfieriano, tanta è l’esasperata sofferenza che pone nel recitare, quasi tenendo un comizio al capocomico, per convincerlo a mettere in scena il suo dramma familiare. Ci riesce, con argomentazioni che sollevano dubbi sull’autenticità della recitazione attoriale, della difficoltà d’interpretare emozioni non realmente vissute, e l’inutilità di mettere in scena storie inventate.

Il capocomico si convince, e si prova il dramma di questi personaggi spauriti, ossessionati chi dalla colpa, chi dal rimorso, chi dalla paura. La scena d’apertura colpisce per la sua suggestività e intensità drammatica: sul lato destro del palco, avvolti in una rossastra luce caravaggesca, gli attori osservano i personaggi che interpretano sé stessi, avvolti in una luce verde-blu.

Se Lavia regge bene la parte del patrigno che indulge nel vizio, Rosy Bonfiglio dà vita a uno struggente personaggio femminile, avvolta nelle sue gramaglie di vedova (Lavia ne è stato il primo marito); melodrammatica negli atteggiamenti d’affetto per i figli, e provata dalle difficili convivenze con i due mariti, accetta il suo destino con il fatalismo di una novella Maddalena penitente. Parimenti convincente Lucia Lavia, che presta lucida follia al personaggio della figliastra che cerca vendetta verso il patrigno, al quale addebita la responsabilità della morte della sorellina, annegata nella peschiera del giardino di casa, poco dopo lo squallido episodio che è all’origine del dramma. Non passa inosservato il fatto che la bambina, che si dichiara morta, è in realtà sul palcoscenico. Per cui, sottilmente, s’insinua l’idea che l’esistenza sia un gioco con la morte, nel senso che: o i personaggi sono spettri che rivivono il loro dramma passato, oppure, deliberatamente, immaginano un finale tragico per il semplice motivo che è il dolore la prova provata che si è vivi, e la sua assenza è la morte, una più o meno auspicabile pace dei sensi, che però sembra pura utopia.

Continuano sul palco le schermaglie fra attori e personaggi, ovvero se siano i primi a portare il dramma sul palco, oppure se dovranno essere gli stessi personaggi, che, con vena ironica, si dichiarano puntualmente insoddisfatti di come gli attori li rappresentino. Ennesima diatriba fra realtà e finzione.

La pièce ha momenti di ironia così amara, o d’ingenuità così improbabile, al punto da sembrare demenziale, o meglio demenziale è la condizione della borghesia, alla quale il drammaturgo agrigentino non risparmia niente. L’impressione è che Pirandello spinga verso un nichilismo estremo, oltre il quale può esservi soltanto il rinnovamento, come teorizzava Zeno Cosini, eponimo eroe del romanzo di Svevo. Un rinnovamento che potrebbe succedere all’angosciante buio che, nella scena finale, avvolge Lavia, rimasto solo sul palcoscenico (un espediente scenico e drammaturgico che Pirandello riprenderà anche in Tutto per bene).

Aleggia sul palco un’aura di mistero, che Lavia amplifica con un approccio registico che sfrutta al meglio la tempistica delle pause, in modo da sospendere la scena in una dimensione quasi metafisica, non soltanto a livello di rappresentazione teatrale, ma anche e soprattutto a livello dell’esistenza stessa, di cui appunto il teatro è specchio.

Lavia costruisce le scene con attenzione al particolare, dando vita a scene di gruppo dal forte equilibrio estetico, quasi fossero quadri di genere del Seicento olandese, immersi in un chiaroscuro decisamente suggestivo, che ben si sposano all’atmosfera di mistero che aleggia sul palco, grazie alla superba prova corale offerta da tutto il cast, che riesce a saldare “teatro vero” e “teatro di finzione” in uno spettacolo senza soluzione di continuità.

Cos’è il teatro? Prodigio, emozione, fantasia dell’istante, dubbio, memoria, personale tragedia.