Firenze non abbassa lo sguardo sull'Iran

Il cinema come atto di resistenza. Un'eredità del 1786 contro la pena di morte

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
23 Settembre 2026 23:50
Firenze non abbassa lo sguardo sull'Iran

In questo scenario di oscurità mediatica, il festival Middle East Now 2026 si conferma, dal 6 all’11 ottobre, come una finestra necessaria sulla vitalità e la resilienza del Medio Oriente contemporaneo. Firenze, per sei giorni, si trasforma in un osservatorio privilegiato dove l'arte non è semplice ornamento, ma un veicolo di verità capace di squarciare il velo dell’indifferenza globale.

Il festival inaugura martedì 6 ottobre con un’opera che incarna la quintessenza del cinema come baluardo di libertà: A Fox Under a Pink Moon. Il regista Mehrdad Oskouei, già acclamato maestro del documentario, porta a Firenze un capolavoro premiato all’IDFA che sfida le leggi della produzione convenzionale. Per cinque anni, la giovane artista afghana Soraya ha ripreso segretamente la sua vita quotidiana e la sua fuga utilizzando esclusivamente uno smartphone. Questo materiale grezzo e potente viene sublimato da Oskouei attraverso l'integrazione di animazioni surreali nate dai disegni di Soraya, creando un ponte tra la realtà brutale e la dimensione onirica della speranza.

Giovedì 8 ottobre, alle ore 19:30, il festival offre un’occasione rarissima: una conversazione-masterclass "a tu per tu"con Mehrdad Oskouei. Condotto da Alessandro Stellino e moderato da Giuseppe Alizzi, l’incontro esplorerà la responsabilità etica di chi sceglie di filmare la fragilità umana in contesti di estrema repressione politica. Raccontare, in certe latitudini, cessa di essere un vezzo estetico per diventare un atto di ribellione aperta. I temi centrali della masterclass rifletteranno l'urgenza del presente:

  • Il potere politico delle immagini: la capacità del cinema di agire come contro-narrazione rispetto alla propaganda di regime.
  • La fragilità umana: l’arte di catturare l'emozione pura anche sotto il peso schiacciante della storia.
  • Il racconto come atto di resistenza: il dovere morale di trasformare la memoria individuale in un patrimonio collettivo contro l'oblio.

La chiusura del festival, domenica 11 ottobre, è affidata all'anteprima mondiale di Women of Revolution. La proiezione sarà arricchita dalla presenza in sala della regista Mina Akbari, giornalista e attivista che ha fatto della lotta contro la censura e la discriminazione di genere la propria missione. Il suo documentario è un’immersione profonda nelle vene pulsanti dei movimenti sociali iraniani, dove il corpo e la voce delle donne sono diventati il terreno di scontro principale per la democrazia. Ascoltare la sua testimonianza a Firenze significa connettersi direttamente con la prima linea di una rivoluzione che continua a sfidare le fondamenta del potere patriarcale e teocratico.

Non esiste cultura senza la condivisione del nutrimento, e il festival celebra questo legame con "I dolci dell'amore". Domenica 11 ottobre, presso la Scuola d’Arte Culinaria Cordon Bleu, le esperte Fidaa I. A. Abuhamdiya e Samira Driouich guideranno un appuntamento festoso e profumato, dimostrando come il cibo possa superare barriere politiche invalicabili.

In un'atmosfera conviviale, il pubblico scoprirà una geografia di ricordi fatta di spezie fragranti e frutta secca, dove la preparazione di un dessert tra Palestina e Marocco diventa un alfabeto emotivo. Qui, il dolce non è una semplice conclusione del pasto, ma un gesto d’affetto e una promessa di ristoro: un atto di umanità che resiste alla brutalità della cronaca, ricordandoci la bellezza della quotidianità che la guerra e l'oppressione tentano di cancellare.

Il contrasto tra la dolcezza della cultura e la ferocia della repressione si fa lancinante nel caso di Benyamin Naghdi. A 26 anni, questo atleta di livello internazionale e medagliato olimpico giovanile rischia l'impiccagione. Arrestato per aver sostenuto le manifestazioni di piazza, Naghdi è stato condannato per efsad fil-arz ("corruzione sulla terra"), un'accusa vaga che il regime di Teheran usa sistematicamente per eliminare il dissenso.

Proprio oggi, forte della sua eredità storica — nel 1786 la Toscana fu il primo Stato al mondo ad abolire la pena capitale — si è mobilitata attraverso il Consiglio Comunale. Durante le audizioni, le attiviste Sabri Najafi e Ghissu Massoumnia hanno portato la voce della diaspora iraniana, ricordando che colpire i campioni dello sport è una strategia deliberata per spegnere l'entusiasmo dei giovani, come già accaduto tragicamente con Navid Afkari e Mohammad Mehdi Karami.

"La vita non è una pena e la pena di morte non è giustizia" la dichiarazione del consigliere Andrea Ciulli ribadisce che la lotta per Benyamin Naghdi non è solo una pratica burocratica, ma un dovere morale per una città che non può e non vuole voltarsi dall'altra parte di fronte al boia.

Dalle immagini clandestine scattate con uno smartphone alla mobilitazione nelle aule di Palazzo Vecchio, il messaggio di Firenze è cristallino: la comunità iraniana non è sola. L'impegno della città, ispirato dal movimento "Donna, Vita, Libertà", dimostra che la dignità umana è un valore universale che non conosce distanze geografiche. L’arte, la memoria storica e l'attivismo politico sono i fili che tessono la trama della libertà.

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