​Dall'arte di canzonar agli stornelli: l'anima ribelle della Toscana

Nella riedizione di "Tarabaralla" (Leonardo Libri) e nella Lettura del «Morgante» (Leo S. Olschki)

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
20 Luglio 2026 06:27
​Dall'arte di canzonar agli stornelli: l'anima ribelle della Toscana

Dietro una facciata da cartolina in Toscana batte un cuore polemico, nutrito di parole taglienti e ritmi popolari che non hanno mai conosciuto la sottomissione. Com'è possibile che il Morgante, un monumentale poema cavalleresco del Rinascimento, e una filastrocca popolare condividano lo stesso DNA culturale? La risposta non si trova nei monumenti, ma nel ritmo della parola e nell'inarrestabile esercizio dell'ironia. La vera Toscana risiede in questo spirito ribelle: una vena di malizia che lega indissolubilmente l'alta accademia alla polvere della strada.

La recente pubblicazione dell'opera Lettura del «Morgante» (Olschki, 2026) rappresenta un evento monumentale per la nostra identità letteraria. Curata da specialisti come Luca Degl'Innocenti, Franca Strologo e Luca Zipoli, questa analisi restituisce al capolavoro di Luigi Pulci la sua dimensione più autentica: quella di una performance collettiva.

Non si tratta di un semplice studio teorico, ma di un'operazione che ha coinvolto i maggiori esperti internazionali in un ciclo di 28 letture integrali, svoltesi tra la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa, l’Università di Firenze e quella di Zurigo. Questo approccio riflette la natura originale del poema, nato per essere declamato ad alta voce. Il legame tra Pulci e la tradizione orale è il vero segreto della sua modernità: la sua scrittura non è fatta per il silenzio della biblioteca, ma per la vitalità della piazza. Il ponte tecnico che unisce Pulci al popolo è l'ottava rima, lo stesso metro poetico utilizzato dai poeti estemporanei e dagli stornellatori che, ancora secoli dopo, avrebbero animato le campagne toscane.

Mentre l'accademia riscopre Pulci, la ricerca sul campo di Alessandro Giobbi mantiene viva la fiamma della tradizione orale. Il suo progetto, Tarabaralla. Canti e tradizioni toscane, è un atto di resistenza culturale nato per "recuperare, valorizzare e restituire al pubblico" un patrimonio che rischiava l'oblio. Il titolo stesso, Tarabaralla, è un enigma di pura toscanità: una parola senza senso apparente che nel vernacolo significa "tutto è lo stesso" o "così così", ma che nasconde il ritmo inquietante di una ninna nanna infantile.

Il volume, originariamente edito da Sarnus (2012) e riportato in libreria nel 2026 da Leonardo Libri/Polistampa, è un compendio prezioso di 96 pagine che include proverbi, illustrazioni e ricette della tradizione fiorentina. Al centro del progetto c'è un CD con 16 brani che attraversano temi universali: I Rituali, Il Lavoro, L’allegria, L’amore e le Storie cantate.

Giobbi, forte di un diploma al Conservatorio «Luigi Cherubini», fonde rigore scientifico e passione verace. Avvalendosi di collaborazioni con figure leggendarie come Carlo Monni (che recita ottave e sonetti) e Narciso Parigi, Giobbi dà voce alla "musica dei popoli oppressi o sfruttati". In un'epoca in cui il folklore toscano è "scarsamente valorizzato" rispetto a quello di altre regioni, il suo lavoro ci ricorda che lo stornello non è un reperto archeologico, ma il respiro di una terra che ha sempre usato il canto per esorcizzare la fatica.

C'è un filo che corre dal gigante Morgante fino alle sfide verbali dei contadini: la tendenza innata alla beffa. Come recita il brano 13 della raccolta di Giobbi, "L’arte di canzonar tutti l’abbiamo". Non è un semplice passatempo, ma una filosofia di vita, una difesa immunitaria contro l'arroganza del potere.

Questa "arte del beffeggiare" esplode nel brano 14, La sera de’ canti, dove il corteggiamento diventa un duello di arguzia. In questi testi, il vernacolo verace utilizza metafore quotidiane per nascondere doppi sensi maliziosi: l'atto di "infilare l'ago" o la "cruna rotta" non sono semplici riferimenti alla sartoria, ma simboli di un gioco amoroso carnale e sfacciato: "se un giovanotto ti fa innamorare, tu gli hai a dire: 'marito 'un ne piglio' e con lo zigozago morettino vago me l'hai rotto l'ago, mi farai morir..."

È qui, in questo "zigozago" linguistico, che ritroviamo la stessa libertà espressiva di Pulci. Lo stornellatore, proprio come l'autore rinascimentale, non teme il basso, lo sporco o il beffardo; anzi, ne fa il proprio vanto sociale.

Dobbiamo smettere di guardare alla tradizione popolare come a qualcosa di polveroso. Mantenere vivo questo patrimonio significa "consumarlo" con consapevolezza, permettendo alla letteratura alta e ai canti di lavoro di continuare a dialogare. La Toscana non è una cartolina immobile, ma una voce che grida, ride e sbeffeggia.

In un mondo globalizzato che appiattisce ogni specificità, riscoprire la ricerca di chi, come Alessandro Giobbi, dà ascolto alla voce degli sfruttati e degli emarginati è un dovere civile. Ci restituisce una bussola per orientarci nella complessità del presente.

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