Cosa Nostra: ampiamente documentate presenze a Firenze

Il capomafia Giulio Caporrimo uscito dal carcere dopo una lunga detenzione aveva deciso di stabilirsi in città prima di tornare a Palermo. Di di ieri l'operazione della Direzione distrettuale antimafia, dalle cui carte emergerebbe che anche altri affiliati risiederebbero qui. Aidda Toscana: "Imprese femminili ancora più a rischio di fronte alla criminalità"


Firenze 27.01.2021.- “E' di ieri l'operazione della Direzione distrettuale antimafia di Palermo contro cosa nostra, nel corso della quale sono stati disposti 16 fermi nei confronti di appartenenti al “mandamento” mafioso di Tommaso Natale e, in particolare, le “famiglie” di Tommaso Natale, Partanna Mondello e ZEN – Pallavicino. Tra gli indagati anche un capomafia storico: Giulio Caporrimo che, tornato in libertà dopo una lunga detenzione, a maggio 2019, si era trovato in contrasto con i nuovi vertici del clan, tanto che aveva deciso di stabilirsi a Firenze, prima di tornare a Palermo e ripristinare le gerarchie pregresse. Riteniamo che quest'ultimo particolare – la presenza di un capomafia storico a Firenze - debba essere assolutamente tenuto in considerazione. Dall'inchiesta emergerebbe, infatti, che anche altri affiliati all'organizzazione mafiosa risiederebbero nel capoluogo toscano. Questa presenza inquietante è stata ampiamente documentata dai carabinieri che hanno svolto le indagini, mediante registrazioni di conversazioni e pedinamenti avvenuti proprio a Firenze. Alla luce di quanto emerso dall'operazione della Dda di Palermo, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca, la Fondazione Caponnetto ritiene verosimile quanto era già stato rilevato negli anni '90 dalla Guardia di Finanza, ossia la presenza di organismi decisionali di cosa nostra, le “decine”, nel territorio toscano” dichiarano il presidente Salvatore Calleri e Renato Scalia, dell’Ufficio di Presidenza della Fondazione Antonino Caponnetto.

"Si fa spazio ormai nella cronaca quotidiana il pericolo d'infiltrazioni mafiose tra le aziende della Toscana. Una minaccia reale, che già in passato avevamo segnalato, e davanti alla quale le imprese femminili possono essere ancora più in difficoltà". A lanciare l'allarme è Paola Butali, presidente Aidda Toscana-Associazione delle donne imprenditrici e dirigenti d’azienda. "I titolari delle aziende soprattutto in determinati settori stanno attraversando un momento di estrema difficoltà, che si protrae da mesi e che non mostra all'orizzonte certezze di una ripresa rapida ed economicamente forte". "I debiti diventano un terreno fertile per gli interessi della malavita organizzata e non sempre gli imprenditori hanno la capacità di resistere. In ogni crisi chi paga di più alla fine sono le categorie più fragili. Purtroppo tra queste ci sono anche le donne. Dispiace dirlo - prosegue Butali - ma ancora oggi è più facile che sia una donna a rinunciare alla sua carriera e al sogno di portare avanti un'impresa. Conciliare lavoro e famiglia con il Covid è diventato in molti casi ancora più complesso e il peso ricade soprattutto sulle spalle di chi è madre. Un domani però, quando la pandemia sarà finita, la nostra Toscana potrà ripartire solo da quel patrimonio di produttori, artigiani ed eccellenze locali che rende unico il nostro territorio e che non possiamo permetterci di disperdere".

Dello stesso avviso anche Antonella Giachetti, presidente nazionale di Aidda, che invita alla massima attenzione sul tema: "Gli episodi d’infiltrazione sono presenti e sicuramente sono destinati ad aumentare in maniera proporzionale alla durata e all'incisività della crisi. La criminalità si insinua, portando soldi facili: una finta soluzione che nasconde problemi ben peggiori. E' molto importante che le piccole e medie aziende, visto che non hanno da parte grandi capitali, ricevano protezione e sostegno dalle istituzioni. Servono tutele affinché nessuna imprenditrice diventi vittima".

Redazione Nove da Firenze