Coronavirus: il collasso economico è più pericoloso dell'epidemia

L’Italia, come qualsiasi altro paese del mondo, non può chiudere tutto perché il sistema imprenditoriale andrebbe in crisi in poche settimane


In questi giorni abbiamo assistito al paradosso di sindaci toscani che si sono appellati al governo per bloccare tutte le attività e il giorno dopo, consultati gli imprenditori, hanno chiesto una moratoria al provvedimento che avevano invocato. Abbiamo assistito a politici locali che hanno sollecitato il blocco dei tributi e a loro colleghi che hanno lanciato l'allarme per l'imminente collasso finanziario delle stesse amministrazioni.

Che cosa sta succedendo? Non ci sono punti di riferimento chiari. Dall'Asia è arrivato un modello che appariva risolutivo e lo si è adottato. Ma il nostro Paese non è la Cina, per tanti motivi. La nazione da un miliardo e 400 milioni di abitanti, non ha chiuso tutto. Ha chiuso, ermeticamente solo una provincia dell'Hubei, che ha un numero di abitanti paragonabile all'Italia, compreso l’arresto dei settori produttivi, anche quelli strategici. Ma questo è stato possibile perché il resto della Cina, con i suoi territori immensi, ha continuato produrre tutto l’occorrente in maniera solidale anche per la provincia immobilizzata.

Il Governo italiano all'inizio ha creato le zone rosse. Ma quando il timore di un contagio generalizzato ha preso il sopravvento, i decreti di emergenza delle ultime settimane hanno determinato una chiusura progressiva e generale in tutte le regioni. Con eccezione, si intende, del sistema sanitario, degli organi amministrativi, delle attività di assistenza, dei corpi di polizia, carcerari, dei servizi funerari. Non si fermeranno l’industria alimentare, la produzione agricola, l’industria farmaceutica, l’industria dell’elettricità, la gestione delle reti fognarie, la manutenzione degli autoveicoli, il trasporto merci e di passeggeri, il trasporto aereo, il trasporto marittimo, i servizi postali, bancari e assicurativi, i servizi di vigilanza, i servizi di pulizia urbana.

Eppure continua a mancare ancora l’essenziale, come tamponi e mascherine protettive. Come si fa a distinguere con intelligenza tra le attività essenziali e quelle che realmente non lo sono? E chi può garantire la sopravvivenza a medio termine del tessuto delle piccole imprese artigiane e commerciali che sono il pilastro dell'economia italiana?

Sono sopratutto i sindacati dell'industria e del pubblico impiego quelli in prima linea nel chiedere l'interruzione delle attività. Cioè le rappresentanze di categorie che si sentono più garantite da contratti a tempo indeterminato. Ma chi può spiegarci perché gli operai si sentono più in pericolo in fabbrica anziché al supermercato, quando vanno a fare la spesa? E perché i dipendenti di Poste Italiane si sentono a rischio a lavoro e non sui mezzi pubblici? Ma sopratutto ci pare che poche voci si siano levate in difesa dei lavoratori della grande distribuzione, o della consegna e logistica. 

La questione di queste ore è dunque come evitare un disastro progressivo, in cui la paura della pandemia rischia di condurre al collasso delle attività economiche, perché una classe dirigente non particolarmente sperimentata, strattonata da tutte le parti, finisce per prendere decisioni contraddittorie e controproducenti.

Dal momento che è mancata l’azione solidale di altri paesi europei, è importante che sia l'Italia a farsi carico di tutto quel che occorre. Nella decretazione dobbiamo saper distinguere le aree colpite, tra quelle nel Nord dove forse è necessario l’arresto di ogni attività, e altre province nell'Italia centrale e nel Sud, dove tutta l'industria e l'artigianato devono poter proseguire le proprie attività. Si riattivi la vita delle aree in cui la situazione appare ancora gestibile, perché il blocco economico rischia di risultare in prospettiva estremamente dannoso. Non si deve chiudere tutto, come chiede qualcuno che non ha visione globale del contesto economico. E opportuno invece garantire la continuità di tutti i settori produttivi per combattere l'infezione, ben guardandosi dall'ostacolare l'espressione delle energie sane del paese.

Nicola Novelli