Rubrica — Pugilato

Bundu VS Jackiewicz 4° difesa Europea - Roma - 6 Aprile 2013

fotografie Monica Caleffi e Corrado Sacchi

A distanza di 7 anni Nove da Firenze omaggia il Campione con il racconto di quella serata


Dopo i successi prima del limite con Moscatiello, Castellucci, El Massoudi. Leonard si trova ad affrontare Rafal Jackiewicz. Un avversario di grande spessore, già campione d’Europa e sfidante mondiale. Il polacco alla vigilia del match si presenta con queste parole “Vengo a Roma per illuminare il mio futuro”

Di seguito il racconto di quella serata romana dove brillò la stella di Leonard Bundu. Dal libro “In Viaggio con Leonard”, con le foto Monica Caleffi e Corrado Sacchi”.

Come sempre

Il ring announcer, con i capelli a coda di cavallo, ha appena finito di presentare Rafal Jackiewicz. Sono in piedi, così che non ho bisogno di rialzarmi, e decido di raggiungere la porta da dove sbucherà il polacco dal cuore impavido: "Bravehart" è il soprannome di Jackiewicz. Lo faccio per vedere che faccia ha il diavolo.

Jackiewicz entra con una maglietta a maniche corte, bianca o giù di lì, e si avvia sul ring. Ricordo che mi è sembrato più basso di come lo avevo visto in video, quando spengeva gli avversari con il destro dritto e in montante.

Arriva Leo. Ha i pantaloncini bianchi alla Muhammad Ali, che gli spuntano dall’accappatoio di raso rosso e nero. Lo guardo negli occhi finché posso e lo vedo “come sempre”.

Nel film Il giocatore ci sono Matt Damon, Edward Norton e John Turturro: tutti e tre giocano a poker, ma con tre modi diversi. Turturro è quello che va sul sicuro sempre, quello che ha famiglia e che sfrutta il suo talento per camparla senza rischiare mai un K.O. da cui potrebbe non rialzarsi. Nel film, ad un certo punto Damon chiede a Turturro:

- Come va?

E l’altro risponde:

- Come sempre.

Ho usato diverse volte l’espressione “come sempre”, quando intervistavo Leo prima dei match. Ora sapete da dove viene.

Il match

Stavolta Leo inizia davvero un po’ meno forte delle altre volte, ma non sembra contratto, timoroso o altro, sembra solo concentrato sul match. Ad ogni modo riesce ad andare a segno, già nel corso della prima ripresa, al bersaglio grosso eludendo la guardia a riccio del polacco. La prima ripresa è sua, lo concordo con Rico prima di mettermi a sedere a scrivere, sì perché si è creata talmente tanta ressa a bordo ring che siamo tutti in piedi.

I tifosi di Jackiewicz, una decina in tutto, fanno un tifo infernale, dimostrando che oltre al gomito sanno alzare anche la voce. All’angolo del polacco c’è il ragazzo che mi ha chiesto dove era il bagno: è lui che comanda il gruppo, li fa partire all’unisono scandendo a ritmo ora il nome del loro beniamino, ora la parola "Polska", Polonia in polacco.

I fiorentini sono meno organizzati: Pino, il capobanda, ha raggiunto il bordo ring, ma ha finito la voce dopo i primi due "Bundu bomaye", e ora invece di gridare emette un suono gutturale, una specie di ululato che sfuma in una serie di imprecazioni contro la sua voce che lo ha abbandonato. Durante il match, però, partiranno alcuni cori potenti, che coinvolgeranno fiorentini e romani.

Finisce la 2° ripresa che forse è un pari o forse no, perché se è vero che Leo ha fatto poco, Jackiewicz ha fatto meno, come dice il ragazzo che ho di fianco.

- A questi livelli le riprese pari è difficile che le diano - riprendo io che ho preso un po’ di coraggio.

- Vero - chiude lui.

Anche la 3° è nel segno del Campione. Io e Rico lo confermiamo a Giuliana che “sta nervosa”, in uno scambio di cenni d’intesa rapidi, ma efficaci.

Il match va avanti con Leo che impone il suo ritmo, cambia continuamente guardia e scarica i colpi alternando il bersaglio. Jackiewicz non ha le braccia abbastanza lunghe, o il corpo abbastanza corto, per coprirsi e incassa duri colpi.

La tensione fra di noi è sempre alta. Io e Rico continuiamo a prendere appunti, lui mi dice:

- Ho dei problemi a stare dietro a tutti i colpi.

- Impossibile - rispondo io, - sulla scorta delle decine di match fra dilettanti a cui ho assistito, passa più tempo con gli occhi sul ring e meno sul foglio, scrivi nel minuto di pausa.

Dietro di me c’è Pino, che inizia a diventare molesto, infatti m'infastidisce sempre più, e al terzo scappellotto gli rispondo:

- Pino, cazzo, sono nervoso.

- Anche io, è il modo per farmelo passare.

- Allora fattelo passare in un altro modo.

Ci sono alcuni secondi di intervallo. E poi Pino mi dice all’orecchio:

- Scusa, mi sono scordato perché sei qui.

- Siamo qui per la stessa cosa.

- Comunque quello - riprende Pino, indicando Jackiewicz - non finisce, è calato, io me ne intendo di pugilato.

- Vediamo - chiudo io per ora.

Siamo alla 6° ripresa e puntuale arriva la solita testata involontaria, al sopracciglio. Non sembra grave però, vorrei chiederlo a Monica e Corrado che sono sotto all’angolo dove il dottore sta controllando la ferita, ma è impossibile raggiungerli e poi Leo è già stato rimandato a centro ring.

Il round finisce ancora con una serie del Campione, mentre lo sfidante si sta affidando sempre più al suo destro, nel tentativo di dare una svolta al match, ma il colpo non entra quasi mai, e mai in maniera efficace. Leo è troppo rapido, troppo vario e anche quando sbaglia la misura, esponendosi ai colpi di rimessa di Jackiewicz, li schiva con i riflessi e il colpo d’occhio del Campione.

La ferita non desta preoccupazioni e io mi sto calmando, infatti nel minuto di pausa ho il tempo di pensare alla differenza che c’è fra i match del sottoclou e questo. Non sembra neanche lo stesso sport, chiunque potrebbe vederlo. Anzi, a pensarci bene bisognerebbe entrare dalla telecamera di "Sportitalia" e obbligare tutti quelli che stanno guardando fiction, talk show e film vari a guardare quello che Leonard Bundu sta facendo: sta trasformando uno sport in un’arte, l’arte di fare una cosa bene, qualsiasi cosa si faccia, di qualsiasi sport si tratti.

Ricordo che una volta, alle Olimpiadi di Seul, ho guardato giocare due ragazze a volano, o meglio a badminton, come lo chiamano loro. Quel gioco con le racchette in cui devi colpire quell’aggeggio di forma conica con un gommino all’estremità. Beh, giocato da loro era uno spettacolo di colpi, in uno scambio serrato e avvincente. E così mi sono appassionato alla visione di uno sport a cui in spiaggia giocavo giusto per due minuti, durante i quali raccattavo quell’aggeggio dieci volte e poi annoiato ripiegavo sul pallone.

La 7° ripresa inizia con la raccomandazione dell’arbitro a tutti e due i pugili a non abbassare la testa.

Il calo di Jackiewicz è evidente: la spinta del polacco al 9° round appare come un segno di frustrazione per non riuscire a fare quello che aveva in mente di fare.

Tutto sembra andare “come sempre”. Leo fa il suo dovere sul ring; i fans polacchi intonano i cori da ultras consumati, davvero ammirabili; Rico è sempre alle prese con la gestione del foglio, degli occhi, della penna e di quello che succede sul ring, e io allento ancora un po’ la tensione e gli dico:

- Pensa che io a una riunione di dilettanti non facevo che scambiare il pugile all’angolo rosso con quello all’angolo blu, fu una vera impresa tirare fuori un articolo da quella riunione.

Eccola qua l’11° ripresa. La settimana scorsa, parlando del match di Boschiero finito, in suo favore, alla 10° per K.O, il Bonci mi ha detto:

- Se uno trova il colpo vincente alla 10° ripresa, vuol dire che uno ha i numeri del campione.

Ricordo di aver visto partire la combinazione del K.O., ma ho solo intuito il montante al fegato, forse perché lo stesso Leo m’impallava la visuale. Ho visto solo che Jackiewicz ha fatto una rotazione di 180° e dal centro ring si è disteso bocconi all’angolo rosso.

A quel punto non ho capito più nulla, finché l’arbitro non ha mimato la fine del match e sono finito sotto al ring.

Nel tragitto ho incontrato Francesco Sottili, che mi ha detto:

- Grande match.

Dietro di lui c’era Massimo Nascimbene, che mi ha detto:

- Che match.

Con la coda dell’occhio ho visto i “ragazzi” dell’Accademia esultare sulla parte destra, rispetto a me, del palcoscenico del Tendastrisce. Mi sono arrampicato e li ho raggiunti. Era una festa.

In quel momento il ring announcer scandiva l’epilogo del match: “A 1 minuto e 22 secondi dell’11° ripresa, vince per K.O. e si conferma Campione Europeo dei pesi welter Leonard Bundu, Bundu".

Tiro fuori dalla tasca destra la penna, che in questi momenti con gesto automatico ripongo sempre lì, e sulla mano scrivo: “1. 22”.

Il Campione di tutti

Leo sta parlando al microfono e ringrazia tutti, partendo dal pubblico romano che ha tifato per lui. Petrucci è stato un grande uomo a preparare il terreno, il resto l’ha fatto lui, con la sua classe e la sua semplicità che hanno conquistato il cuore del pubblico che ha visto con i propri occhi un Campione vero.

Credo sia mezzanotte, o giù di lì, ma non ci penso due volte a chiamare a casa, roba che se lo fai in qualsiasi altro giorno dell’anno butti tutti giù dal letto con le ansie del caso, invece il babbo è sveglio ed entusiasta e ancora una volta ha capito il match, infatti mi dice: "Tutte le volte che l’altro provava a mettere il destro, Leo glielo faceva passare sopra la spalla e il colpo andava a vuoto".

Siamo nel backstage di Leo, l’artista del montante al fegato. Siamo tutti lì. Leo sta rilasciando un’intervista. Si parla del campionato mondiale W.B.C., di un’altra difesa volontaria, poi Leo spiega - Leo docet - della combinazione risolutiva dei due montanti. Il primo al viso costringe l’avversario a coprirsi la faccia; il secondo, preparato con tutta la spinta del corpo e della spalla, va al fegato rimasto scoperto.

Ivano Dagliana dice la sua:

- Noi lo sappiamo bene, dalle volte che ci ha messo con il culo per terra.

In quel momento appare per un attimo Jackiewicz: parte un applauso spontaneo, il polacco si copre il viso e sparisce dietro una porta. Quel gesto di pudore istintivo è così umano che quasi mi commuove. Il gesto di un campione sconfitto da un avversario superiore, e che vede la sua carriera compromessa.

La combinazione vincente è ora preda di noi quasi profani. Vi ricordate la chitarra immaginaria di Jimi Hendrix?, ecco che io sono lanciato a mimare la serie, ad uso e consumo di Rico, che intento ad aggiornare il suo taccuino si era perso il montante - anche io me lo sono perso, ma mica glielo dico. E così tiro i montanti mentre Anna li para, e Monica scatta foto a raffica.

Leo è negli spogliatoi, che poi sarebbero i camerini del teatro, e sta bevendo la sua birra pro antidoping. Pino lo saluta prima con un bacio poi con una toccata di culo. Leo fa notare il palpeggio e io dico:

- Sopra e sotto, il tema della serata.

Non è una gran battuta, ma si ride perché siamo contenti: tutti lì sappiamo che nel match più importante Leo ha fatto la prestazione più importante.

I minuti passano, così come la mezzanotte è passata da tempo, mentre Firenze dista sempre 300 km. Dobbiamo cominciare a pensare di tornare, qualcuno inizia a dirlo, ma a turno si fa finta di non sentire, anche perché non è che la voce sia troppo insistente. Sembra quasi la voce del babbo che ci chiamava per rincasare, da bambini, mentre noi rimandavamo con un “ancora 5 minuti”.

Dai e dai tutti gli occupanti della macchina di Rico sono pronti a partire. Saluta che ti saluta, perdo Anna. Nel corridoio che precede l’uscita becchiamo Giuliana e il suo babbo, Guido, l’uomo delle birre, che ci salutano con calore.

Al bar troviamo aria di festa, e ora ricordo che il ring announcer diceva ogni tanto di una festa a cui eravamo tutti inviati. Davanti alla porta d’uscita c’è una ragazza su un tacco 15 vestita con 20 centimetri di stoffa che ancheggia sinuosa al ritmo della musica, noi continuiamo la nostra strada, riservandole un’occhiata.

Siamo fuori. Davanti alla biglietteria ci sono i polacchi che se ne stanno a smaltire la delusione. Uno di loro, credo sempre quello del bagno, mi dice in un italiano stentato:

- Scrivi bene.

Alzo il pollicione, quello lo capiscono tutti, e capisco anche il loro stato. Mi vengono in mente gli articoli di giornale che parlavano di Jackiewicz e dell’unica sua preoccupazione prima del match: “10 biglietti per i suoi tifosi”, quei tifosi. Gli articoli parlavano anche della sua palestra, il “fight club” dove il campione insegnava agli allievi, e qualcosa mi dice che quelli sono i suoi allievi. Forse penso troppo e parlo poco, come diceva una mia amica: sarà per questo che scrivo?

Beach Machine 

In macchina Monica addenta finalmente il suo tramezzino. Ne resta uno e ce lo smezziamo io e Corrado. Non penso alla maionese che sto ingurgitando, ma lei penserà a me fra qualche ora.

Viaggiamo tranquilli e soddisfatti per tutto il tragitto. Rico, sempre alla guida, è ormai adagiato sullo schienale reclinato del suo sedile e più che in autostrada sembra in spiaggia. Nessuno si lamenta, per me e Monica basta che non ci metta ancora i Cugini di Campagna e compagnia cantante, per il resto può anche mettersi la mascherina e dormire.

Il cd salta fuori inesorabilmente a un centinaio di km da Firenze city: ora non si scherza più, il colpo di sonno può mandarci tutti a nanna. Dalla play list escono i capelli stirati e i lustrini di James Brown, la sua voce energica ci scuote come una red bull e ci porta a casa.

Alla rotonda di Bagno a Ripoli, Rico ha ancora voglia di giocare. Infatti, seguendo il ritmo di Sex Machine, inverte 3 volte la rotta prima di imbroccare quella consigliata dal navigatore Corrado. Il duo Cip e Ciop ci conduce sotto casa, si perde ancora tempo e io non ne ho molto, visto che la maionese sta scendendo rapidamente.

Appena liberi dalla morsa dei due, che potrebbero andare avanti tutta la notte, io e Monica saltiamo sulla mia macchina, prossima destinazione casa sua. Non ho più molto tempo, ma lo impiego bene guidando spedito e sperando di trovare un posto salvifico sotto casa, o almeno nei pressi.

Sono fortunato e ora sono tranquillo e asciutto nel mio letto, apro il computer e me lo metto in grembo, aspettando che Microsoft Word si apra e io possa fissare il mio pezzo.

Ricordi prima di addormentarsi 

Ricordo di aver scritto fino alle 5 con la facilità di quando i pezzi li scrivi nella tua testa e tutto torna come per magia. Credo sia una questione di consapevolezza trovata, almeno per una volta, quella che ha portato Leo a essere un Campione e me a Scrivere del Campione.

Chiudo il computer soddisfatto solo dopo aver trovato il titolo al mio pezzo. Avevo pensato, in religioso segreto, di intitolarlo “Bundu spenge il futuro di Jackiewicz”, in risposta alla dichiarazione del polacco che alla vigilia aveva detto: “Vengo a Roma per illuminare il mio futuro”. Ma alcune cose sono cambiate e lo chiamo “Bundu campione d’Europa, punto e a capo”.

Poi spengo tutto, come quando spegni la radio dopo una canzone stupenda e non vuoi sentire più nulla. Almeno per un po’, almeno fino al prossimo Viaggio.

Massimo Capitani

Redazione Nove da Firenze