Breccia di Porta Pia: Firenze "madre d'Italia" celebra l'anniversario

Oggi la cerimonia in Piazza dell'Unità Italiana. La presa di Roma avvenne mentre Firenze era capitale e le decisioni vennero tutte da Palazzo Vecchio. Dalla lingua alla qualità, dalla pacificazione alla creazione di una coscienza nazionale: il presidente del Consiglio comunale Milani ricorda l'importanza della città del Giglio per la nazione


Anche Firenze ha celebrato l'anniversario della Breccia di Porta Pia (Roma, 20 settembre 1870) con la deposizione di una corona del Comune all'obelisco ai Caduti, in piazza dell'Unità Italiana, ed un incontro, al quale ha partecipato il presidente del Consiglio comunale Luca Milani, nel salone della Fratellanza Militare, in piazza Santa Maria Novella, 18 sul tema “La laicità dello Stato”.

Il presidente Milani ha ricordato che: “mentre si svolgevano quegli eventi il contributo di Firenze Capitale fu determinante. Il Parlamento del Regno era riunito nel Salone dei Cinquecento e fu da Firenze che vennero prese tutte le decisioni che portarono alla Breccia di Porta Pia e la presa di Roma. Non ci sarebbe stato il Risorgimento – ha detto il presidente Milani – senza il nostro Rinascimento, non ci sarebbe stata l'idea d'Italia senza la Firenze del XV e del XVI secolo, non ci sarebbe oggi la qualità italiana, quella che tanto è apprezzata nel mondo, senza i valori, i gusti, i caratteri sedimentati nel succedersi delle generazioni. Firenze è stata maestra. Ha dato molto all'idea di Italia. A Firenze avvenne una maturazione, che rafforzò agli occhi degli italiani la dimensione dello Stato unitario dato che resisteva ancora, in molte zone, la percezione delle due Italie. Il trasferimento della capitale a Firenze contribuì ad attenuare inquietudini e risentimenti interni. Avvicinò il Sud del Paese, avvicinò Roma, rese visibile come l'Italia poggiasse su basi più ampie e radici più antiche, diede allo Stato una maggiore prospettiva nazionale. Firenze – ha concluso il presidente del consiglio comunale Luca Milani – raccolse il testimone della missione risorgimentale, portando ad essa la propria cultura. A cominciare dalla lingua. Non poteva, infatti, consolidarsi lo Stato nazionale senza una lingua pienamente comune. Firenze fornì la propria, riuscendo nel Salone dei Cinquecento, come negli altri uffici pubblici trasferiti da Torino, a mescolare i dialetti, ad attenuare le spinte separatiste, a comporre progressivamente una coscienza italiana. Contributo decisivo all'unità del Paese”. 

Redazione Nove da Firenze