La tutela sanitaria nello sport, un'analisi della Uisp

L'elenco delle morti improvvise avvenute in Italia nel corso di attività sportive è impressionante. Secondo i dati raccolti negli ultimi 6 anni sono quasi 600 le vittime dello sport in Italia, quasi tutte colpite da problemi di natura cardiaca.


SALUTE — di Nico Raffi

L'elenco delle morti improvvise avvenute in Italia nel corso di attività sportive è impressionante. Secondo i dati raccolti dalla Fondazione Castelli Onlus, intitolata a Giorgio Castelli calciatore dilettante 17enne scomparso per arresto cardiaco nel 2006, negli ultimi 6 anni sono quasi 600 le vittime dello sport in Italia, quasi tutte colpite da problemi di natura cardiaca. Soltanto nel 2012 si sono verificati 43 decessi nel ciclismo e 28 nel calcio e nel calcetto.

L'elenco comprende casi eclatanti e di grande impatto mediatico come il tragico incidente che colpì lo scorso aprile lo sfortunato calciatore del Livorno Piermario Morosini, o come il dramma del pallavolista Igor Bovolenta consumatosi esattamente un anno fa, ma la lista comprende anche l'impressionante e drammatico numero delle morti improvvise che si verificano nel mondo del dilettantismo, dove si fa meno notizia ma si muore per le medesime ragioni: mancata prevenzione, ritardo nei soccorsi, carenza di personale abilitato al pronto soccorso sugli impianti sportivi e assenza del defibrillatore. In questo breve spicchio di 2013 le cose non sono affatto migliorate. E' di pochi giorni fa la notizia, riportata dalle cronache locali, dell'improvvisa scomparsa di un ragazzo di appena 22 anni durante una gara di calcio a 5 disputata in un campo alla periferia di Pontedera.

Lo scorso ottobre, il Ministero della Sanità ha approvato il Decreto Legge Balduzzi in materia di "Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del paese mediante un più alto livello di tutela della salute". Si tratta di una norma che invita tutte le società professionistiche e dilettantistiche a dotarsi di un defibrillatore, che dovrà essere disponibile in tutte le strutture in cui si pratica sport, anche a livello amatoriale e non agonistico. Il Decreto conferma inoltre l'obbligo di un'idonea certificazione medica che tuteli in via preventiva la salute degli atleti. Il fatto è che esiste la legge ma, in pratica, manca ancora una precisa attuazione normativa e delle condivise linee-guida.
In attesa che una Legge della Regione Toscana favorisca l'attuazione del Decreto, su questo importante argomento, connesso a filo doppio alla tutela sanitaria delle attività sportive e alla prevenzione dei rischi per la salute ad esse correlati, abbiamo sentito il dottor Nicola Mochi responsabile della medicina dello sport della ASL 11 che ha descritto le modalità con cui gli operatori della Azienda USL 11 di Empoli intervengono a tutela dello sport e dei soggetti che lo praticano.

"In primo luogo siamo impegnati a promuovere la salute attraverso una cultura dello sport e dell'attività fisica che deve essere affiancata da una sana alimentazione, da un corretto stile di vita e da rigorose norme igieniche – spiega il dottor Mochi – si tratta di una capillare campagna di sensibilizzazione che coinvolge medici di famiglia, medici dello sport e operatori tecnici. In seconda istanza vigiliamo sugli impianti sportivi controllando che siano rispettati i requisiti richiesti a livello normativo e riconoscendo e sanzionando eventuali inadempienze, ad esempio problemi nelle strutture e negli edifici, o la presenza sugli impianti di situazioni giudicate pericolose".

Riguardo all'attività periodica di controllo sulla corretta tenuta delle certificazioni mediche da parte della società sportive, il dottor Mochi chiarisce come si articola l'azione ispettiva della ASL: "Con la collaborazione del Coni e di Enti di promozione sportiva come la UISP, vengono selezionate alcune gare campione per vigilare sulla condotta delle società sportive e per verificare che tutti gli atleti siano coperti da certificazione regolarmente rilasciata dagli ambulatori medici accreditati e dai centri di medicina dello sport dotati degli strumenti previsti dalla legge e in linea con i protocolli ufficiali, nei confronti dei quali svolgiamo costanti verifiche per valutare la qualità delle prestazioni erogate. Ancora oggi – prosegue il medico della ASL 11 – purtroppo registriamo un numero di visite medico-sportive inferiore rispetto al numero di atleti che praticano sport a vari livelli sul nostro territorio. Nel 2012 sono state effettuate, nella nostra zona, 12.000 visite riscontrando 19 atleti non idonei, quasi tutti fermati per cause di natura cardiovascolare. Si tratta di un numero nella media regionale ma è ancora alto il numero degli sportivi che non si sottopongono ai test d'idoneità. Inoltre c'è da considerare che alcuni individui sono reticenti, restii ad ammettere certi sintomi clinici.

E' fondamentale una piena collaborazione da parte degli atleti i quali non devono assolutamente tacere al medico fenomeni anamnestici e sintomatologie come dolori toracici, cardiopalmo o sincope, ovvero perdita di coscienza". Il dottor Mochi conclude indicando le patologie più frequentemente causa di non idoneità per gli sportivi: "Nei soggetti di un'età superiore ai 35 anni sono l'ipertensione e la cardiopatia ischemica, mentre nei soggetti più giovani sono alcune cardiomiopatie (ipertrofica, cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro, anomalie dei canali ionici, ecc..). L'elettrocardiogramma (ECG) è uno strumento di fondamentale importanza e consente di porre il sospetto per molte cardiopatie. Altro strumento importante è la prova da sforzo che deve essere monitorizzata, e per i soggetti oltre i 40 anni deve essere eseguita in modo massimale al cicloergometro o con il nastro trasportatore. Talvolta capita putroppo di avere a che fare con cause non legate a patologie preesistenti che sono più subdole ed invisibili ai controlli più sofisticati".

Soltanto nel comitato Uisp empolese sono circa 3500 i tesserati che praticano calcio agonistico. "Abbiamo svolto frequenti campagne di sensibilizzazione all'interno del nostro comitato – dice Roberto Cellai presidente della Lega Calcio – e sempre maggiore attenzione viene posta dalle nostre società sportive. E' sempre utile ricordare che i presidenti della società che utilizzano atleti che non si sono sottoposti ad accertamenti medici d'idoneità rischiano sanzioni economiche e amministrative. E' auspicabile che, in futuro, i corsi di formazione di primo soccorso già attivati dall'UISP in ambito nazionale siano trasferiti anche in ambito regionale e territoriale.

A livello nazionale si è già mosso qualcosa di significativo in ambito UISP con l'attivazione di corsi specifici di primo soccorso e di rianimazione cardiopolmonare con l'utilizzo del defibrillatore rivolti ai propri soci. Grazie alla proficua collaborazione con la Salvamento Academy, organizzazione che si occupa di promuovere corsi di addestramento sulle nozioni di primo soccorso BLS (Basic Life Support) e BLSD (intervento con l'utilizzo del defibrillatore), nascerà, all'interno dell'UISP, la formazione di una rete di istruttori certificati in grado di insegnare ai soggetti che partecipano ai corsi come intervenire in caso di malori, traumi o arresti cardiaci. "Al momento non è chiaro dalle norme introdotte se dovranno essere le società sportive a munirsi dei defibrillatori oppure se questi dovranno essere forniti in dotazione all'impianto sportivo – spiega Cellai – una cosa è certa: è necessario che le persone formate per utilizzarli siano quelle maggiormente presenti sull'impianto. La mia opinione è che, attraverso il contributo delle società professionistiche e del Coni, debba essere stanziato un fondo da porre a tutela degli atleti dilettanti che non possono avere la stessa disponibilità economica dei professionisti".

L'acquisto di un defibrillatore è di circa mille euro e molte delle piccole società sportive appartenenti all'UISP non sono in grado di sostenere simili costi. Il Comitato UISP della regione Toscana, in un recente intervento, ha evidenziato le difficoltà che avrebbero le società sportive a coprire le spese per l'acquisto individuale di DAE (defibrillatori automatici esterni).
"A mio avviso il defibrillatore dovrà essere messo a disposizione dall'Ente proprietario dell'impianto o dal gestore, in caso di accordi preventivi con l'Ente proprietario – afferma il Presidente del Comitato Empoli–Valdelsa Alessandro Scali – i defibrillatori salvano la vita e la nostra Regione dovrà promulgare normative precise in relazione ai costi da sostenere e riguardo all'attivazione dei corsi di formazione per gli operatori, al fine di evitare che si apra una sorta di business. In Toscana, oltretutto, già il prezzo delle visite per il rilascio delle certificazioni mediche è nettamente più alto rispetto ad altre regioni confinanti.

A gennaio la nostra regione – conclude Scali- ha formato 17 istruttori, qualificati dalla Salvamento Academy, in grado di diffondere, in ambito territoriale, una cultura del primo soccorso e dell'uso del defibrillatore. Il nostro sforzo è organizzare, a inizio stagione, incontri ed assemblee con le società per sensibilizzare su problemi che potrebbero verificarsi durante la normale pratica sportiva e sulla necessità per gli atleti agonisti di sottoporsi alla visita specialistica, come previsto dalla normativa vigente".

Redazione Nove da Firenze