Ambiente: le foreste pluviali assorbono meno anidride carbonica

Su Nature studio internazionale con la partecipazione dell'Università di Firenze. Altro studio fiorentino su Current Biology sulla biodiversità delle foreste di mangrovie, che rallentano la corsa verso l'estinzione


I ricercatori di un centinaio di istituzioni nel mondo lanciano l’allarme: ricerca internazionale, che ha meritato la copertina di Nature, vede la partecipazione, per l’Italia, dell’Università di Firenze e del MUSE-Museo delle Scienze di Trento. E’ guidata dall’Università di Leeds e ha analizzato i dati di accrescimento e mortalità di 300.000 alberi, da 565 aree di foresta pluviale in Africa e Amazzonia, tracciati nel complesso per oltre 30 anni e raccolti da una rete imponente di ricercatori (“Asynchronous carbon sink saturation in African and Amazonian tropical forests”).

“Gli alberi delle foreste del globo, come noto, tramite la fotosintesi stoccano l’anidride carbonica rimuovendola dall’atmosfera e immagazzinandola nella loro biomassa – spiega Francesco Rovero, ricercatore del Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze e collaboratore di ricerca del MUSE di Trento -. Per questo le rilevazioni che abbiamo ottenuto misurando gli alberi in moltissime aree forniscono dati importanti che, elaborati attraverso modelli, documentano una progressiva perdita di CO2 immagazzinata dalle foreste pluviali, con un calo, dagli anni ’90 alla decade 2010-2020, di circa un terzo. In dettaglio – specifica Rovero, che ha contribuito con i dati di un programma di ricerca e monitoraggio della biodiversità in Tanzania, da lui coordinato - le foreste pluviali intatte rimuovevano il 17% delle emissioni di anidride carbonica prodotte dall’uomo, quota ridotta al 6% negli ultimi dieci anni, con un calo stimato del 33%”. La minore capacità di assorbire carbonio è dovuta a un progressivo rallentamento della crescita e a un aumento della mortalità degli alberi, processi causati principalmente dalle crescenti temperature e siccità. Ma un altro motivo del minor stoccaggio del carbonio risiede nella diminuzione drastica delle aree tropicali di foresta intatta (in media del 19%), per via della deforestazione e frammentazione incessanti. “Nel frattempo – aggiunge il ricercatore - sappiamo che le emissioni globali di CO2 prodotte dall’uomo sono balzate in alto del 46%. In conclusione – spiega ancora Rovero – lo studio ha rivelato che, in particolare, la foresta amazzonica ha raggiunto la soglia di saturazione negli anni ’90, pareggiando la quantità di anidride carbonica immagazzinata con quella emessa, e le foreste africane ci arriveranno intorno al 2030. La sfida del cambiamento climatico e la necessità di contrastarlo sono pertanto sempre più urgenti”.

Le foreste di mangrovie, uno degli ecosistemi più a rischio del nostro pianeta, rallentano la loro corsa verso l’estinzione. Lo afferma uno studio internazionale pubblicato su Current Biology, a cui ha partecipato per l’Italia l’Università di Firenze, insieme ad altri 23 atenei e istituti di ricerca di tutto il mondo (“Mangroves give cause for conservation optimism, for now”). Tra la fine del secolo scorso e l’inizio del 21° secolo il tasso di perdita delle mangrovie, tipiche piante che crescono nei litorali bassi delle zone tropicali, si è ridotto da una forbice che va dall’1 al 3 % all’anno, a percentuali che variano dallo 0,3 allo 0,6 % annui. Il lavoro del team, guidato dall’Università di Singapore, trae spunto dalla quinta conferenza internazionale sulle mangrovie, tenutasi nel 2019 nella città-stato a sud della Malesia.

“I dati – affermano Stefano Cannicci e Sara Fratini, rispettivamente docente e ricercatrice di Zoologia presso il Dipartimento di Biologia dell’Ateneo fiorentino – inducono ad un cauto ottimismo circa lo stato di conservazione delle foreste di mangrovie. La riduzione del tasso di perdita globale – continuano Cannicci e Fratini, che fanno parte del Mangrove Specialist Group dell’International Union for Conservation of Nature - deriva dal miglioramento del monitoraggio e dall’accesso ai dati, ma anche da azioni di gestione e salvaguardia di questi ecosistemi, che svolgono un ruolo molto importante, ad esempio nella protezione dall’erosione costiera e dalle tempeste, nella funzione di filtro naturale per l’inquinamento o nello stoccaggio del carbonio”.

Ma la minaccia su questi straordinari ecosistemi al confine tra terra e mare non è finita: nemici delle mangrovie continuano a essere l’acquacoltura, la coltivazione del riso, le bonifiche per lo sviluppo industriale e portuale. E anche la riabilitazione è a rischio se le mangrovie vengono piantate in aree non adatte o se per il rinfoltimento vengono usate specie non native.

Redazione Nove da Firenze