Al Cinema Vacci tu - Dentro l'acqua fuori dal mondo

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
12 marzo 2009 14:13
Al Cinema Vacci tu - Dentro l'acqua fuori dal mondo

Giulia non esce la sera -
Regia: Giuseppe Piccioni, sceneggiatura: Giuseppe Piccioni, Federica Pontremoli; fotografia: Luca Bigazzi; montaggio: Esmeralda Calabria; musica: Francesco Bianconi, Baustelle; interpreti: Valerio Mastandrea, Valeria Golino, Sonia Bergamasco, Antonia Liskova, Piera Degli Esposti, Chiara Nicola; Domiziana Cardinali, Sara Tosti, Jacopo Biciocchi, Fabio Camilli; produzione: Lumière & Co, Rai Cinema Con il sostegno di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC), Regione Lazio, Regione Toscana, Toscana Film Commission, FILAS; distribuzione: o1 distribution; origine: Italia, 2009; durata: 105’
Sono passati cinque anni dall’ultimo film del regista marchigiano Giuseppe Piccioni.

Lo avevamo lasciato a “La vita che vorrei”, riflessione metafilmica sulla dialettica tra vita e arte, tra realtà e finzione, condotta attraverso l’anatomia di un’attrice (complice e amante) oggetto del suo desiderio, feticcio di uno sguardo innamorato da cui sembrava non riuscire a distanziarsi.
Con questo film il regista di “Fuori dal mondo” si riscatta da un cinema che parla di se stesso (vedi appunto la precedente operazione meta-letteraria) tornando alla sua ispirazione più autentica: indagare, con la solita delicatezza ed eleganza, nella solitudine e nell’anima di individui fuori dal mondo colti in un momento particolare della propria esistenza.


Guido (Valerio Mastrandrea), scrittore quasi “per caso”, padre e marito, apprende che il suo ultimo romanzo è stato selezionato per la cinquina finale di un prestigioso premio letterario, ma nonostante gli impegni e le prospettive che questo comporta, non riesce a liberarsi della penosa apatia e insoddisfazione che lo attanaglia. Fino a quando non incontra Giulia (Valeria Golino), affascinante e misteriosa istruttrice di nuoto della figlia sulla quale grava una colpa non estinguibile, un danno irreversibile: ha ucciso l’uomo per il quale aveva abbandonato il marito e la figlia.

La donna adesso sconta la sua pena detentiva con un regime di semilibertà: di giorno può recarsi al lavoro in piscina, ma la sera (da qui il titolo del film) deve rientrare in carcere.
La cinepresa dell’autore si muove, come sempre, a suo agio nel territorio dell’interiorità, simboleggiato ordinariamente attraverso l’elemento dell’acquaticità: “la piscina è un luogo particolare, perché lì non si parla, anche quando è affollata si è totalmente soli, e poi c’è la ripetizione dei gesti, il respiro, l’illusione di leggerezza”, è il luogo alienato della “penombra esistenziale” (così ce ne parla Piccioni) dove si incontrano due diverse solitudini, entrambe in libertà vigilata, affacciate sulla vita senza farne parte.

Non è un caso infatti che le inquadrature del film privilegino punti di vista che li incorniciano davanti o dietro i vetri, fuori o dentro l’acqua (o le sbarre della prigione), nell’evidente tentativo di mettere in contatto interno ed esterno, anche se, come dice Giulia: “per me stare dentro o fuori non fa nessuna differenza. Star fuori non mi fa sentire meglio”. L’acqua (elemento quasi invasivo della pellicola) rappresenta la dimensione parallela nella quale scoprire e vivere dissociatamente la propria esistenza.
I protagonisti del film si trovano sempre in una posizione limite: né totalmente in fuga dalla vita né completamente dentro, fermi sulla sua soglia, come seduti al bordo di una piscina, tra l’aria che sta fuori e l’acqua che sta sotto. La Golino è bravissima a farsi carico di un dramma personale grave e disgregante, la sua potenziale e raffinatissima drammaticità rende in modo sincero e umano la sofferenza profonda del suo personaggio (che ricorda un po’ il suo esordio al cinema, quella splendida Bruna Assettati di Storia d’amore, folle e lieve) rappresenta tutto quel che di destrutturato c’è nel film: chiusa nel proprio dolore, è tenuta in vita solo dal pensiero della figlia, unica speranza e fatale emblema della sua vita da riscattare, del diritto di puntare su un nuovo destino.


Si percepisce l’impulso, la prospettiva e la sensibilità di uno sguardo femminile nel film (a scrivere la sceneggiatura infatti c’è anche Federica Pontremoli), si pensi anche alla splendida interpretazione di Sonia Bergamasco nel ruolo scomodo e infelice della moglie abbandonata di Guido e alle due figlie, nuclei centripeti delle due relazioni, già consapevoli, già troppo condizionate, già adulte in miniatura (e lo stesso si può dire per il fidanzatino della figlia di Guido).


Mentre le donne riescono a restituirci e ad esprimere il nascosto mondo interiore, il disagio emotivo e l’ansia di chi è sul punto di annegare (tanto per rimanere in tema con la sua simbologia), un appunto andrebbe invece fatto per la scelta di affidare a Valerio Mastrandrea, sempre troppo uguale a se stesso, spaesato e senza mordente, la complessità che il suo personaggio dovrebbe avere. Guido è un uomo spento, insofferente, schiacciato da un mondo che percepisce estraneo, un bambino adulto inadeguato e irrisolto nella sua vita e nel suo mestiere (fa lo scrittore ma nemmeno lui sa bene come e perché) in cerca di una ragione, di un senso che possa definirlo come persona. Questo forse ciò che va ricercando attraverso la materializzazione fantastica dei personaggi di finzione dei suoi libri, che si inseriscono intercalandosi nella storia dei due protagonisti senza però esserne realmente complementari, tranne forse la felice eccezione de “L’uomo degli ombrelli”.
Ottima la fotografia, le luci e i colori del mai troppo elogiato Luca Bigazzi, e bellissima anche la colonna sonora del film che alterna a brani struggenti e lontani come J’entends siffler le train di Richard Anthony, Mon manège à moi di Edith Piaf e Mani bucate di Sergio Endrigo, alle musiche create appositamente per l’occasione dal gruppo toscano Baustelle (oltre a loro canzoni già note come L’aereoplano e La vita va).

Una curiosità: la Golino, che aveva già cantato in “Inverno” di Nina Di Majo e sembrava dopo quell’esperienza aver accantonato ogni velleità sonora, ci regala la sua inconfondibile voce roca sui titoli di coda, la canzone è Piangi Roma (per la quale è stato realizzato anche un video musicale in b/n girato in super 8) nella quale duetta con Francesco Bianconi, il leader dei Baustelle.
Laura Iannotta

In evidenza