Letteratura: Luzi racconta la vicenda della rivista «Frontespizio»

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
20 agosto 2008 23:17
Letteratura: Luzi racconta la vicenda della rivista «Frontespizio»

Firenze, 20 agosto 2008- "Io avevo visto il «Frontespizio» in vetrina, in libreria, e così scorrendolo, mi era sembrata inizialmente una rivista del tutto estranea a me, in quella veste apologetica. L'attrazione per me era rappresentata dai loro scritti: i racconti di Lisi, la poesia di Betocchi, un mondo che non mi era del tutto estraneo. Fatto sta che su invito non formale, ma in ragione di amicizia, fatto da Lisi, e su sollecitazione di Bo, cominciai a scrivere delle note sulla rivista, anche se inizialmente con grande intermittenza.

Nel '35 detti una nota, nel '36 un'altra.". La storica rivista letteraria fondata nel 1929 e chiusa nel 1940 è uno degli argomenti affrontati da Mario Luzi in un'intervista sul tema Esperienza letteraria e religiosità, svolta nel 1986 dal sociologo Arnaldo Nesti e pubblicata per la prima volta oggi in volume da Mauro Pagliai editore (Conversazioni a Firenze, a cura di Andrea Spini, pp. 144, euro 9). "Intanto - continua Luzi - il «Frontespizio» cominciò sempre più intensamente a prediligere la letteratura al resto, compiendo uno spostamento tematico dalla religione e dalla morale verso la vicenda estetica, naturalmente in armonia con quelle premesse.

Bargellini soprattutto si può considerare l'artefice di questo spostamento dall'asse tematico religioso a quello letterario. Con l'ingresso di Bo il «Frontespizio» comincia veramente a modificarsi diventando una rivista controversa. Inizia un'altra stagione, soprattutto quando prendono a collaborare scrittori come Vigorelli, di formazione più europea, attenti a percepire le inquietudini che si potevano cogliere nella cultura europea meno conformista. Era comune a loro una viva attenzione al cattolicesimo francese, a tutta la sua tradizione e a tutte le sue interrogazioni, che non erano tematiche molto omogenee con il cattolicesimo attestatosi inizialmente sul «Frontespizio», sia quello strapaesano, georgico, domestico, biblico, sia quello teologico e politicizzato.

Comincia a delinearsi un contrasto che Bargellini non riesce più a contemperare. L'origine del «Frontespizio» era stata un po' questa: la presenza ancipite di Papini, un letterato, un convertito, che si porta dietro Bargellini, Lucatello, De Luca e gli altri avevano dato una prima impronta alla rivista. Ora, in quest'ultima fase, in quest'evoluzione sempre meno paesana, sempre meno domestica e criptofascista (il fascismo esplicito non ci fu mai), ci furono dei richiami, forse da parte del regime, forse da parte vaticana; così il «Frontespizio» comincia a rivedersi le bucce, ritorna sulle posizioni di prima, soprattutto su posizioni di tipo nazionale.

Allora in extremis arriva Soffici, il «Frontespizio» prende a militare palesemente per il regime, chi aveva allentato le briglie a Bargellini, ora le accorcia e le tira. Si apre così l'ultima fase del «Frontespizio»; noi siamo usciti nel '39, le collaborazioni si interruppero, non ci furono scenate, ci fu una separazione di strade. Di tutto questo il gruppo ermetico era stato un po' la causa, perché introduceva nella letteratura un accento diverso dall'ufficialità sia cattolica che fascista, la quale aveva ben tollerato lo strapaesanesimo, la componente georgica che era stata, in fondo, in linea con il «Selvaggio» di Maccari.

La vicenda del «Frontespizio», che in genere si riassume in una sola frase: il «Frontespizio», cioè il cattolicesimo letterario fiorentino, è invece abbastanza intricata, e forse per questo abbastanza vivace".
Il volume, in libreria dal primo di settembre, racchiude anche altre importanti interviste ormai introvabili, quelle concesse tra la fine degli anni '80 e la prima metà dei '90 da Giorgio Spini, Eugenio Garin, Franco Fortini e Ferruccio Masini alla rivista «Religioni & Società».

Attraversa tutti i testi un argomento, sempre scottante e attuale: il problema dei rapporti tra intellettuali e potere. Che significò ad esempio essere "figlio del ghetto" evangelico - come Giorgio Spini - negli anni del consenso al regime fascista? E ancora: porre il problema della salvezza individuale - come Fortini e Masini - di fronte ai sogni di redenzione collettiva proposta dal materialismo storico? Dalla Firenze degli anni '30 a quella attraversata dalle inquietudini del '68 prende vita così la ragnatela di frustrazioni, speranze, "astratti furori", equivoci e drammi in cui si costruirono le biografie dei cinque intellettuali, sempre sospese tra obbedienza e rifiuto a un Ordine costituito.
(A.P.)

Notizie correlate
Collegamenti
In evidenza