“Passarà”, autodramma n° 37 del Teatro Povero di Monticchiello


Fino al 10 agosto proseguono le repliche il dramma interpretato da 70 attori/non attori abitanti del borgo, diretto da Andrea Cresti e realizzato grazie al contributo di Monte dei Paschi di Siena, Provincia di Siena, Comune di Pienza.
Il “fatto che capitò” e da cui prende spunto quest’anno la riflessione della piazza, è un fatto di guerra: l'assedio che nel 1553 Carlo V imperatore di Spagna pose a Monticchiello, castello legato alla repubblica senese.
Anno 1553 oppure anno 2003, allora come oggi la gente comune deve far fronte a un destino superiore alle proprie forze, fronteggiare situazioni di cui non ha colpa e di fronte alle quali non ha reali mezzi di difesa. E allora come oggi, di fronte all’estremo pericolo si ripropone la tragicommedia umana, con le sue contraddizioni, le sue meschinità e anche il senso di equità e fratellanza.
Mentre il castello di Monticchiello è cinto da tre lati dagli eserciti nemici, dentro, la popolazione assediata dà fiato alle sue diverse e contrastanti voci.
La voce del potere, che impone di fare di necessità virtù, razionando acqua e viveri e cacciando da dentro le mura gli inutili e indifesi, a cominciare dai matti, i cosiddetti “cavalieri della non rotella” (Con esplicito riferimento alla recente chiusura, a Monticchiello, della casa-famiglia per pazienti psichiatrici che accoglieva da oltre 10 anni 7 anziani, ora trasferiti in case di riposo, per motivi economici).
La voce della solidarietà, di quanti, nonostante la paura, preferiscono non disconoscere quei principi di lealtà e uguaglianza che sono alla base dei propri statuti.
La voce della fede, di chi continua ad affidarsi alla provvidenza e pensa che non ci sia altro da fare che accettare il destino per quello che è, fosse pure devastazione e morte, così come accade, del resto, in natura: Avete visto le piante dopo una gelata… Tutto sembra morto …e molte cose muoiono davvero …ma poi, col tempo, col calore, col sole e con la pioggia, piano piano da qualche parte rispuntano le foglie …e alla fine, ecco i fiori!
La voce dell’irriverenza, incarnata da una delle “maschere” più caratteristiche del Teatro Povero, Alpo Mangiavacchi, che propone “una fine rabbiosa”, fatta con lo sberleffo della consegna spontanea delle chiavi del castello da parte della popolazione vestita a lutto.
E non manca neppure la voce del progresso, che è quella del giovane che vede il luccicante esercito spagnolo come un miraggio di innovazione e crescita, l’occasione per cambiare vita e uscire dall’isolamento del piccolo mondo del castello.
La discussione si accende, probabilmente vana, perché il futuro della gente comune è spesso deciso da altri, ma sicuramente necessaria per mantenere viva fino in fondo la propria coscienza di uomini liberi.
Così come inutile ma molto poetica è quella difesa schierata di contadini armati di vanghe e rami di mandorleto, pronti a fronteggiare un esercito armato di tutto punto, con colubrine che sparano palle di pietra anche a 100 metri di distanza.
Il finale resta aperto, tra la realistica e storicamente documentata presa del castello, simbolicamente suggerita da un’invasione di luce rossa che copre tutta la piazza, e l’immagine più speranzosa e futuribile di un allegro gruppo di ragazzini dei nostri giorni che trasformano l’assedio in gioco: il gioco dell’ ”acchiappa imperatore” in cui sono loro a dover catturare l’imperatore, che ha assunto ora le sembianze di un grosso pesce rosso.
Quasi a dire che qualsiasi evento, per quanto cruento, è destinato a lasciare il posto ad altri più lieti; che tutto, insomma, Passarà, come va ripetendo il più vecchio dei contadini, quello che ha visto tante cose accadere e poi, sempre, passare.

Redazione Nove da Firenze