Scuola: i Comuni devono entrare nella task force ministeriale

Sara Funaro (AnciToscana): fondamentale coinvolgere chi conosce e affronta ogni giorno i problemi. Brenda Barnini: «Pensiamo a soluzioni nuove che consentano la riapertura in sicurezza a settembre». Di Giorgi (PD): "Sperimentazioni nei territori da subito". Toccafondi (IV): “Con il lavoro ripartano anche scuole e centri estivi, altrimenti come faranno i genitori? Fondamentale il sostegno economico a queste realtà”. Didattica a distanza: non tutti gli insegnanti la vogliono. Aduc: "Il Ministero intervenga con urgenza"


In Italia regna ancora l'incertezza. E' passato ormai più di un mese da quel giorno di marzo in cui la vita è cambiata radicalmente. Tutti, alunni, genitori ed insegnanti hanno dovuto ridisegnare il proprio rapporto con l'attività scolastica e non sempre con risultati soddisfacenti. Soprattutto senza risultati uniformi.

"I Comuni devono entrare a far parte della task force istituita dal Miur sulla scuola, tema oggi più che mai centrale per il nostro paese in una fase così delicata. Facciamo nostro e rilanciamo l'appello della Presidente della commissione Istruzione Anci Cristina Giachi: è fondamentale che chi ogni giorno si trova ad affrontare in prima linea tematiche e problemi del mondo scolastico siano i primi interlocutori". Così la responsabile di settore Anci Toscana e assessore di Firenze Sara Funaro, riguardo l'iniziativa della ministra Azzolina per gestire la cosiddetta 'fase 2', che per ora non coinvolge gli enti locali. "In questi giorni ci confrontiamo quotidianamente con i nostri Comuni - continua Funaro - Sono tante le tematiche che emergono: edilizie, sulle aule e il distanziamento sociale, sugli insegnanti, sui bisogni speciali, sul lavorare per evitare le disuguaglianze, sulle mense, sui trasporti, sul sostegno. C'è bisogno in particolare di affrontare i servizi 0-6 per la prima infanzia, senza dimenticare i centri estivi, che tanto aiutano le famiglie che oggi rischiano di trovarsi in grande difficoltà. La ripartenza deve tener conto di tutte queste tematiche. E su queste tematiche è importante ascoltare la voce dei Comuni, dei sindaci, degli assessori che quotidianamente affrontano le questioni e che sono i primi interlocutori dei cittadini. La ripartenza del paese deve tener conto del tema della scuola, tema che è al centro delle attenzioni di tutti noi amministratori ".

Il sindaco di Empoli Brenda Barnini interviene sul tema dell’attività didattica durante l’emergenza sanitaria legata al Covid-19 annunciando di avanzare ufficialmente la candidatura di Empoli come ‘città pilota’ per un modo diverso, innovativo di pensare alla scuola e alle attività, tutto questo nella speranza e nell’attesa di un’auspicabile normalizzazione e di una regolare apertura nel prossimo anno scolastico. «Non credo si possa solo aspettare settembre – ha spiegato Brenda Barnini – ma che sia necessario mettere in campo fin da subito, come si sta facendo per il comparto produttivo, una serie di proposte e approfondimenti ispirate alla necessità di innovare spazi, metodi e strumenti didattici. Lo dico chiaramente, a scanso di equivoci, non si torna a scuola a Empoli prima che da qualche altra parte. La mia idea sta nel proporre il nostro territorio come luogo di una sperimentazione, nella volontà che da qui si possa alzare una voce che contribuisce a far fare un passo in avanti». Ecco cosa proporrà il sindaco di Empoli al ministro della pubblica istruzione Lucia Azzolina e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte: «La scuola deve essere il punto di partenza nella strategia di riapertura del Paese. È stata la prima a chiudere, sembra sarà l'ultima a riaprire e nel mezzo solo la didattica a distanza. Non va bene e non basta. Scegliamo un territorio dove poter sperimentare qualcosa di più, utilizzando gli spazi comuni degli edifici scolastici per rispettare le distanze, sfruttando tutta la giornata per poter far entrare gruppi più piccoli di bambini. Scegliamo una zona in cui sperimentare la riorganizzazione degli orari a tutto tondo quelli lavorativi dei genitori insieme a quelli scolastici». «Il Comune di Empoli – ha spiegato il sindaco – non può e non vuole fare scelte in modo autonomo su questioni che riguardano la salute di tutti i cittadini. E non vuol intraprendere iniziative in solitaria su un'organizzazione, come quella della scuola, che coinvolge tutti i livelli istituzionali, da quello della Conferenza Zonale, alla Regione, al Ministero. Non si tratta ovviamente di una decisione già presa. La mia vuole essere semplicemente una presa di posizione di carattere più politico che amministrativo che aiuti a indirizzare il dibattito nazionale. Non si torna a scuola a Empoli prima che da qualche altra parte, ma dal nostro territorio si può alzare una voce che contribuisce a far fare un passo in avanti a tutto il sistema». «Ribadisco, non sto chiedendo la riapertura anticipata delle scuole. Sono state fra i primi sindaci a chiedere con forza alla cittadinanza di stare a casa, a chiedere ai commercianti di tenere chiusi i negozi, prim’ancora di alcune disposizione governative. Però adesso dico che, sulla scuola, per il bene dei bambini e e dei ragazzi, non possiamo accontentarci della strategia dell'attesa e che questo tempo può e deve essere utilizzato per cominciare un confronto serio tra istituzioni, terzo settore e igiene pubblica per immaginare oggi come dovrà essere la scuola domani. Quando arriverà questo domani dovrà dircelo il Governo ma non credo che le ragioni e i bisogni educativi dei bambini e dei ragazzi possano essere tenute indietro rispetto alle ragioni che spingono a chiedere una ripartenza delle attività produttive».

“Non possiamo permetterci che a milioni di bambini e ragazzi sia di fatto negato ancora a lungo un diritto costituzionalmente garantito come quello all'istruzione; e non possiamo tollerare oltre che a pagare siano soprattutto i più deboli di loro, come i diversamente abili, i bambini ed i ragazzi con deficit di apprendimento, quelli che vivono in condizioni di povertà e marginalità, o coloro cui non è stato nemmeno garantita la didattica on line (il 20% dei nostri alunni, secondo recenti stime diffuse dalla CGIL)”. Lo dichiara in una nota Rosa Maria Di Giorgi, componente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera e membro dell’Ufficio di Presidenza del Pd. “La prossima riapertura dei luoghi di lavoro - prosegue la parlamentare - mette in primo piano il tema riapertura scuole e nidi. Se non accompagnata da una riapertura, magari anche solo parziale, degli istituti scolastici, l'avvio delle attività produttive metterà in seria difficoltà le famiglie, e soprattutto le donne, sulle cui spalle continua a ricadere il peso della cura familiare. Nè si può pensare che i congedi parentali, pur meritoriamente implementati, o lo smaltimento delle ferie e dei permessi a lungo andare possano essere una soluzione praticabile. Così come il bonus baby sitter, utile in alcune situazioni, ma certamente non in grado di rispondere alle esigenze della maggior parte delle famiglie italiane. Inoltre l'abbattimento del 50% dello stipendio per il congedo parentale certo non aiuta le famiglie già in crisi. Si ricorrerà ai nonni allora, quando ci sono, ma i nonni sono in quarantena”. “Il Pd si sta muovendo per mettere in campo soluzioni che consentano un avvio ordinato a settembre - spiega Di Giorgi. Tuttavia credo che, anche in considerazione delle scelte che si stanno compiendo nelle altre nazioni europee, dobbiamo promuovere progetti e sperimentazioni che vadano incontro alle famiglie fin da subito, magari attivando misure diverse nei vari territori, sulla base delle decisioni dell'autorità sanitaria innanzitutto, dei sindaci e dei prefetti. Si tratta di effettuare tamponi a insegnanti e bambini e ragazzi, a partire da quei territori dove il contagio è stato ed è meno presente. Il tema degli spazi per garantire il distanziamento sociale può essere affrontato anche attraverso il ricorso all'utilizzo di luoghi pubblici o privati (come palestre, oratori, conventi centri congressi, o anche sale negli alberghi) che potrebbero fornire le risposte adeguate”.“L'estate dovrebbe invece essere utilizzata, da una parte, per adeguare le strutture scolastiche, dall'altra per attivare i centri estivi e programmare delle attività didattiche in sicurezza, da affiancare a quelle svolte on line. Sin da subito infine - conclude la deputata dem - , laddove possibile, i giardini delle scuole potrebbero cominciare ad essere riaperti, soprattutto per i bambini ed i ragazzi in maggiore difficoltà. Come già si sta pensando di fare a Firenze con il progetto giardini per bambini cui sta lavorando l'amministrazione comunale”.

“Per fortuna stiamo assistendo ad una progressiva ripartenza del mondo del lavoro. Alcune attività stanno riprendendo in questi giorni, altre lo faranno nelle prossime settimane e nei prossimi mesi sempre con dispositivi di sicurezza. È fondamentale però che di pari passo riaprano anche le strutture per l’infanzia, i centri estivi e le scuole. Con precauzioni, distanze e dispositivi di sicurezza certo, ma è fondamentale: altrimenti come faranno i genitori a riprendere le proprie attività?” Così il deputato fiorentino Gabriele Toccafondi, capogruppo di Italia Viva in Commissione Cultura alla Camera“In questo senso è ancora più urgente aiutare realtà come come le scuole paritarie: parte fondamentale di nidi, asili, centri estivi e scuole: solo in Toscana parliamo di circa 700 realtà. Tante famiglie in questa fase di emergenza non riescono a pagare le rette, senza le quali tutte queste realtà rischiano di chiudere.” Prosegue il deputato “Per questo serve subito un fondo economico straordinario destinato al loro sostentamento. Altrimenti mettiamo a rischio collasso l’intero sistema.” Conclude Toccafondi.

“Ci risultano gravi iniquità e caos nella riorganizzazione della didattica a distanza), in ogni ordine e grado. In particolare ci risultano insufficienti ed inefficaci le disposizioni date dal Ministero su come garantire il diritto costituzionale all'istruzione, perché disposizioni non sovrapponibili ai contratti di lavoro degli insegnanti, insegnanti che in molti casi non intendono sostituire o adattare le modalità del proprio insegnamento con la didattica a distanza, o intendono farlo in misura largamente insufficiente -interviene però Claudia Moretti, consulente legale dell'Associazione per i diritti degli utenti e consumatori-  In data 8 Marzo, con una circolare, il Ministro dell'Istruzione dava indicazioni e linee guida su come garantire i diritti degli alunni, pur nell'emergenza del momento. Indicava, già allora, soprattutto per gli alunni della primaria, l'importanza di abbandonare fin da subito metodi di mero invio materiali a distanza, senza contatto – seppur telematico – con l'allievo. E ciò non solo e non tanto per garantire la trasmissione appropriata dei contenuti didattici da insegnare, ma – soprattutto - per mantenere attivo il contenitore scuola attraverso il quale il bambino mantiene in vita quei rapporti extra-famigliari, quelle abitudini quotidiane e di orari e scadenze, così fondamentali per vivere questa difficile fase della loro vita. Orbene, a distanza di oltre quattro settimane, durante le quali tutti si sono dovuti adeguare e formare alle nuove esigenze, molti, troppi studenti della scuola primaria ricevono pochissimo supporto scolastico a distanza, poche pochissime ore di lezione, e pochi materiali di studio. Poca condivisione con la classe, sebbene ormai Google ne abbia reso non solo possibile, ma facile ed intuitiva la modalità, anche per gli insegnati di altra generazione. Ci siamo interrogati sul perché. Abbiamo fatto qualche indagine ed abbiamo compreso che il problema sta nel contratto di lavoro degli insegnanti, che non possono, seppur nell'emergenza del momento, esser costretti all'utilizzo della didattica a distanza. E non certo per le intere sei ore al giorno (ossia la durata del loro impegno quotidiano da contratto in essere), ma neppure ad una sola ora di lezione al giorno. Il risultato è che non ogni scuola (ripetiamolo il Preside non può intervenire sulle modalità di didattica, può sollecitare ma non imporre agli insegnati come insegnare) fa quello che le pare, ma ogni insegnante di ogni classe, fa quello che, in cuor suo, ritiene opportuno. Alcuni alunni della medesima scuola hanno tre video-lezioni alla settimana di 40 minuti, altri quattro ore di video-lezione la settimana, altri due ore il giorno. Altri nessuna. Riteniamo pericoloso lasciare che una fase così delicata sia rimessa al buon cuore e alla coscienza dell'insegnate, spesso anche anagraficamente impreparato alla sfida che lo attende. Ed è importante che siano fatte invece valutazioni nazionali ed unitarie di metodo, e che siano superati rilievi e difficoltà sugli strumenti adeguati necessari a ciascun allievo, in base all'età e al percorso scolastico. Attesa la necessaria formazione di tutti (allievi, genitori e insegnanti) sugli strumenti di DaD (G Suite, Meet e quant'altro) oggi è opportuno ed urgente, per il bene di tutti i nostri figli, che siano descritti i confini del diritto allo studio di tutti e che sia chiarita in modo inequivoco dal Ministero la necessaria presenza fisica, seppur a distanza, degli insegnanti. I genitori sono oggi, infatti, lasciati soli a gestire materiali didattici, possono non riuscire a gestire il lavoro didattico dei figli, per ragioni di lavoro e di cultura. L'assenza di strumenti tecnologici non può e non deve esser un alibi per l'abbandono, in tutto o in parte, dei ragazzi da parte dei docenti. Consapevoli che nessun altro – non il genitore né il babysitter – potrà oggi colmare quel vuoto psicologico ed il trauma che i ragazzi ed i bambini vivono per l'interruzione dei rapporti con i compagni e con i propri maestri. Gli insegnanti sono gli unici che potranno garantire quell'ambiente psicologico e formativo, senza il quale l'impatto umano per i nostri figli sarà ancor più marcato. Devono tutti fare la propria parte. Il Ministero li guidi e li indirizzi. E se del caso, li obblighi”.

Redazione Nove da Firenze